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Recensione al film Inside Out di Pete Docter

Rivista annuale a cura del Centro Italiano di Psicologia Analitica Istituto di Roma e dell’Italia centrale

il grande schermo

2015 Numero 4 Il Grande Schermo: risonanze analitiche

A CURA DI CATERINA ROMAGNOLI Le immagini, con la loro indeterminatezza simbolica e con gli spazi vuoti in esse contenuti, rappresentano una delle chiavi per aprire la porta dell’inconscio. In questa prospettiva il cinema è una delle arti favorite per questa lettura. La rubrica Il grande schermo ospita emozioni e riflessioni sulle due espressioni immaginali: lo sguardo del cinema e lo sguardo della psiche.

Recensione al film Inside Out di Pete Docter

Chissà come sarebbe stato vedere e commentare con il dottor Jung il film di animazione Inside out che, appena uscito nelle sale, ha immediatamente riscosso uno strepitoso successo.

Chissà come l’avrebbe presa a veder rappresentate con grande modernità  cinematografica (la tecnica utilizzata nel film é quella della CGI: computer-generated imagery, termine che tradotto letteralmente significa immagini generate al computer, un’applicazione che appartiene al campo della computer grafica 3D) molte ‘aree’ dell’apparato psichico di cui si é occupato per decenni. A ben vedere lo stesso Jung non si accontentò come aveva fatto il suo maestro Freud di descrivere teoricamente certe parti della psiche, ma provò, in via del tutto pionieristica, a consegnare alla nostra conoscenza anche in forma grafica tanti concetti della psicologia attraverso l’uso delle ‘immagini’.

Ed é forse in tal senso che dobbiamo essere grati alla Disney ed alla Pixar per aver tentato (perché va detto che di un tentativo si tratta, con la caratteristica di risultare semplificativo e, se un limite gli si vuole trovare, anche a tratti semplicistico) di rappresentare l’irrappresentabile: la psiche, le sue emozioni, le sue funzioni, i suoi concetti, le sue memorie, i suoi ‘complessi’.

Le figure che si alternano nella mente della piccola Riley, protagonista del film, (e nella mente di tutti gli esseri viventi, non da ultimi cani e gatti!) rappresentano cinque tra le emozioni di base (gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto) che dialogano, si confrontano tra loro e con vari personaggi, frutto delle idee o della fantasia, in un teatro interno rispondente alle moderne tesi psicodinamiche e alla teoria del ‘conflitto’. Ne è conferma la capacità dissociativa della mente di fronte ad eventi e/o vissuti traumatici, come la crisi di crescita e cambiamento che Riley attraversa, rappresentata dalle ‘isole’ che si sgretolano.

Il particolare che balza agli occhi, in questo tentativo di rappresentazione in 3D della psiche, é che alla fine tutti i personaggi che si trovano nella mente di Riley hanno sembianze ‘umane’, come a voler dimostrare che pure gli autori del film, coadiuvati da noti esperti e studiosi (psicologi, neurologi, ecc), non abbiano scovato altro modo di rappresentare le parti della psiche che questo, entità troppo complesse per esser ridotte a qualcosa di ‘non umano’.

E allora forse Jung, all’uscita dal cinema, avrebbe ricordato, come ha fatto instancabilmente, che siamo sempre di fronte ad una psiche che guarda se stessa, ad un soggetto che mai fino in fondo riesce ad oggettivarsi. E quando prova a farlo é bene che non trascuri mai la complessità del suo essere, perché il rischio che si corre é che in un mondo in cui la neurofisiologia sembra guidare molte delle scelte che si fanno in ambito psicoterapico, l’uomo possa illudersi di ‘modificare’ un’emozione o addirittura un’intera personalità solo ed esclusivamente attraverso un trattamento farmacologico o con l’apprendimento di tecniche o indicazioni procedurali.

Le ‘isole’ nella mente della piccola Riley sono quanto di più vicino e prossimo possa esservi ai complessi junghiani; le isole, come rappresentate dal regista, armonizzano (o disorganizzano) la personalità nel suo insieme, e debbono la loro esistenza ad esperienze di vita condivise con figure di riferimento che si sono susseguite nel processo di crescita (la famiglia, l’amicizia, ma anche i sistemi valoriali, ecc).

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Anche i ricordi e la memoria hanno nel film un ruolo importante (risulta interessante  la scelta di raffigurare con le ‘sfere’ gli agglomerati complessuali delle memorie a breve e a lungo termine, e proporre una rappresentazione dell’oblio) perché sempre connessi ad esperienze affettive e di relazioni significative.

Le emozioni, che guidano la consolle della mente di Riley, sono però come si é detto le grandi protagoniste, e forse la grandezza di questo film sta nel fatto che può raggiungere il cuore dei grandi prima ancora che dei piccoli. Il film ricorda a tutti noi che saper ascoltare, riconoscere ed esprimere le emozioni, per quanto negative possano essere (come la tristezza che trasforma anche i ricordi del passato in ricordi tristi perché ormai appartenenti ad un’epoca della vita che non c’è più, richiamando in fondo il lavoro del lutto) é la chiave per superare i momenti difficili e per vivere veramente a contatto con noi stessi e con gli altri.

Anche gli abiti scelti per ‘vestire’ le emozioni dicono molto: il maglione a collo alto che indossa Tristezza, che da ostile figura diviene invece compagna indispensabile di Gioia, ma poi anche di Rabbia, di Paura e di Disgusto, può forse ricordarci la tenerezza e il calore con cui possiamo tenere in noi, e non estromettere (appunto, dissociare) ciò che di meno positivo ci troviamo a vivere, come terapeuti e come persone.

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