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Recensione a Morì un uomo, quella notte. L’umanità dopo l’Apartheid

Rivista annuale a cura del Centro Italiano di Psicologia Analitica Istituto di Roma e dell’Italia centrale

Invito alla Lettura

2013 Numero 2 Invito alla Lettura

A CURA DI FRANCESCO DI NUOVO E ROBERTO MANCIOCCHI La rubrica Invito alla lettura propone indicazioni in merito ai contributi più attuali e significativi della psicoterapia con uno sguardo attento agli attuali sviluppi del pensiero teorico; sarà ovviamente presente una forma di dialogo con la letteratura, la filosofia, le neuroscienze e le arti. La rubrica sarà, a seconda dei numeri, completata da una sezione di recensioni, nella quale alcuni psicoterapeuti commenteranno le più interessanti novità del panorama italiano e internazionale.

Recensione a Morì un uomo, quella notte. L’umanità dopo l’Apartheid

Pumla Gobodo Madikizela, Morì un uomo, quella notte. L’umanità dopo l’Apartheid
Prefazione di Nelson Mandela, edizione italiana a cura di Angiola Iapoce
Fattore Umano Edizioni, Roma 2013, 245 pp.

 

La vendetta indiscriminata e l’odio patteggiato, scrive Pier Paolo  Portinaro, hanno continuato  a rappresentare le vie d’uscita più  consuete  dai conflitti, dalla più remora antichità fino all’età moderna. Solo il XX secolo ha introdotto importanti innovazioni, inaugurando due inedite modalità di chiusura dei conti: la prima è quella dei processi internazionali, che hanno lo scopo di comminare punizioni e di legittimare riparazioni. Essa si inscrive nel processo di “giustizializzazione planetaria” che si è affermato a partire dalla fine della guerra fredda, estendendo il proprio ambito di competenza dai crimini di guerra a  tutte le violazioni degli elementari diritti umani. A fronte dei problemi che tale modello solleva – in ordine non solo alla sua efficacia, ma anche alla presunta continuità con le aspirazioni imperialiste dell’Occidente -, sono state le Commissioni per la verità e la riconciliazione a orientare in tempi recenti la ricerca di soluzioni alternative. Questa seconda modalità è orientata innanzitutto a far luce su quanto è avvenuto, con l’obiettivo di creare le condizioni per il ristabilimento di quel minimo di reciproca fiducia che è necessario alla convivenza civile. A differenza dello “strumentario del diritto penale, che concentra la sua attenzione sugli esecutori”, questa forma di restorative justice “si legittima (…) in virtù dell’attenzione rivolta alle vittime”, e “persegue come finalità primaria la riconciliazione tra le fazioni opposte di una nazione divisa dalle tragiche esperienze di una guerra civile o di una dittatura” 1. Il modello di tali commissioni,  che  ha  trovato  applicazione  in diversi paesi extraeuropei, esula in effetti dal ricorso esclusivo al medium giuridico, legando piuttosto la propria efficacia alle “etiche dialogiche e del riconoscimento”: tali pratiche trovano secondo Portinaro un terreno più fertile dove le chiese e le comunità religiose svolgono ancora una importante funzione di integrazione e sono in grado, in un’ottica di  riconciliazione  nazionale, di favorire “un discorso pubblico dominato dal canone religioso del perdono” 2.

Il libro di Pumla Gobodo Madikizela, psicologa clinica di indirizzo analitico e Senior Research Professor alla University of Free State in Sudafrica, si colloca nel cuore di questo processo. La specificità del suo approccio fa però sì che il tema del perdono, intorno a cui ruota l’intera pratica della riconciliazione, venga disarticolato dalla sua dimensione religiosa, che, pur non assente, rimane sullo sfondo 3. Chiamata a far parte del Comitato per la violazione dei diritti umani istituito nell’ambito della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, che avviò le sue attività nel 1996 su ispirazione di Nelson Mandela e dell’arcivescovo Desmond Tutu, Pumla Gobodo Madikizela ne restituisce in questo testo una testimonianza al tempo stesso professionale e umana.

La Commissione  di  cui  la  psicologa  faceva  parte  aveva  a  oggetto   le   violenze   compiute in Sudafrica a partire dagli anni Sessanta del Novecento, quando la volontà del governo di preservare l’apartheid e assicurare la continuità delle politiche di supremazia bianca portò a una feroce repressione dei movimenti per la difesa dei diritti dell’uomo: una strategia che andava dalle aperte azioni poliziesche contro  gli  oppositori,  in cui rimasero uccise moltissime vittime inermi, fino alla pratica della tortura dei detenuti, alla sparizione degli attivisti politici e all’omicidio politico.

Innanzitutto, riferendo dell’esperienza degli incontri organizzati nei villaggi e nelle townships maggiormente coinvolte negli episodi di sangue, il testo restituisce la peculiarità di una pratica di riparazione fondata sull’attenzione portata alle vittime delle violenze e sul tentativo di mettere  al centro la libertà di parlare del male subìto e    di  chiederne  ragione.  Tuttavia  questo  è   solo lo sfondo sul quale si dipana il racconto che è propriamente oggetto del  libro,  quello  relativo ai colloqui fra la psicologa ed Eugene de Kock, avvenuti presso la sezione di massima sicurezza della Pretoria Central Prison: ex comandante della polizia segreta, de Kock era stato uno dei più spietati artefici dell’azione clandestina di repressione poliziesca ed era ormai noto in Sudafrica con l’appellativo di “Prime Evil”, male assoluto. A tali incontri la psicologa era stata indotta dopo aver assistito alla reazione della vedova di una delle vittime  di  de  Kock:  dopo  un confronto con quest’ultimo, essa era stata in grado di manifestare il proprio dolore anche per l’assassino, e in particolare per la sua “perdita di umanità”. Un atteggiamento che, agli occhi della psicologa, sembrava mostrare la possibilità, non solo teorica, di “trascendere l’odio” faccia a faccia con un uomo che si era macchiato di orrendi delitti. All’attenzione per le vittime e allo sforzo di dar loro voce si accompagna così, nell’esperienza della Commissione, anche il tentativo di “aprirsi alla comprensione” del carnefice – uno sforzo che certo non significa giustificare. Secondo il concetto di “doppia mossa” di Emile L. Fackenheim, qui evocato, si cerca la spiegazione e al contempo la si respinge: si indagano le condizioni che hanno reso possibile un certo atteggiamento criminale e al tempo stesso, grazie al richiamo alla nozione   di responsabilità personale, ci si rifiuta di considerarle un alibi.

Sullo sfondo di una tensione  che  per  certi aspetti ricorda il clima del film “Il silenzio degli innocenti”, tratto dal libro di Thomas  Harris  –  del resto richiamato dalla stessa autrice -, Pumla Gobodo Madikizela descrive  un  duplice  passo:  il risvegliarsi di un sentimento di empatia di fronte al dolore manifestato da de Kock per l’impossibilità di restituire la vita alle sue vittime, un sentimento che tuttavia provoca nella donna anche una reazione di rigetto e che si traduce in una complessa lotta interiore; e insieme lo sforzo intellettuale di comprensione che la induce a chiedersi come questo male sia stato possibile e se, e in che misura, sia data l’opportunità di una parziale riparazione, almeno psicologica.

In tal senso nella prima parte del libro l’azione   di Eugene de Kock, “stratega della violenza di massa”, è reinserita in un discorso di carattere generale sulle responsabilità che pesano non  solo sull’individuo – sui singoli esecutori della violenza -, ma anche sulla società bianca. Nel suo complesso questa aveva permesso e incoraggiato il regime del terrore e, dopo la fine di tale regime, aveva provveduto ad assolvere se stessa da ogni responsabilità, “isolando”, nel processo al suo funzionario, l’azione di de Kock.  La  seconda parte del libro è invece dedicata alla riflessione sull’idea di perdono.

Innanzitutto al perdono si guarda per l’effetto positivo che esso può esercitare non sulla persona a cui è diretto, ma su quella che lo esprime. Il perdono rappresenta un modo di “riconoscere”  la lacerazione che è stata inflitta, ma anche di trascenderla. Le ferite emotive che continuano ad affliggere i parenti delle vittime costituiscono un legame con le persone scomparse e in questo senso si propongono per essi come una “forza che fornisce continuità sfidando la morte”. Emozioni come l’odio, il rancore, il risentimento, sono però anche un peso che impedisce alla vittima di fare   i conti fino in fondo con il trauma. L’offesa, come scrive Primo Levi, è in questo senso insanabile e le Erinni non travagliano solo il tormentatore, “ma perpetuano l’opera di questo negando la pace al tormentato”4.

Prendendo il posto di chi si è perduto, le emozioni diventano parte della stessa identità dell’individuo traumatizzato e  rischiano  di  cristallizzarlo  in una  posizione  che  chiude   a   ogni   possibilità di cambiamento, che è invece aperta dalla prospettiva del perdono. D’altra parte il processo può avviarsi solo quando vi sia, da parte della persona che deve essere perdonata, l’espressione del rimorso e la piena ammissione della propria responsabilità, oltre che il riconoscimento del dolore delle vittime. Al centro, con l’idea di pentimento, è anche la nozione di verità: essa deve emergere non solo come ricostruzione minuziosa degli eventi, ma anche come ineliminabile sforzo, operato da chi si sia direttamente macchiato dei delitti e insieme da quella ampia porzione di società che li ha tollerati o istigati, di recedere  da quell’autoinganno che permette di superare ogni remora di fronte al delitto. Una possibilità  di rigetto della menzogna e di presa di coscienza che Hannah Arendt,  a  proposito  di  coloro  che si erano resi responsabili dello sterminio degli ebrei, recisamente negava, riferendosi alla proposta di un “comitato di  riconciliazione” come a uno “slogan insolente” 5. Del resto alla  Arendt la psicologa rimanda esplicitamente, per indicare la netta alternativa fra il modello del dialogo qui prospettato e quello della memoria dell’Olocausto, alla quale sarebbe accaduto anche di essere strumentalizzata a fini ideologici6. Nella prospettiva dialogica prescelta, e date le condizioni sopra menzionate, il perdono, secondo la psicologa, non rappresenta una manifestazione di debolezza, ma può anzi offrire la  possibilità alla vittima di acquisire una posizione di forza, “in quanto persona che detiene le chiavi del desiderio del criminale” di essere riammesso nella comunità degli esseri umani. Uno status che la vittima conserva fino a che rifiuta di abbassarsi al livello del male che le è stato fatto. Si tratta di un processo in cui è evidente che la dimensione personale deve necessariamente allargarsi alla società nella sua interezza: è il discorso pubblico a esser chiamato a creare le condizioni – innanzitutto simboliche – che incoraggino le alternative alla vendetta e aprano la strada a un confronto che umanizzi chi è stato disumanizzato, sottraendolo alla degradazione, e metta i criminali di fronte alla loro inumanità.


Note

  • 1.Pier Paolo Portinaro, I conti con il Vendetta, amnistia, giustizia, Feltrinelli, Milano 2011, p. 27.
  • 2. Ibidem, p.
  • 3. Per un accenno alla sacralità del perdono p. 165. Sull’attualità del tema vedi, di recente pubblicazione, Barbara Barcaccia, Francesco Mancini (a cura di), Teoria e clinica del perdono, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013. Ma che si tratti di un tema “caldo” lo mostra anche il recente intervento di Massimo Recalcati su “Repubblica” (10 agosto 2013), che lo sviluppa in relazione al tradimento all’interno del rapporto di coppia.
  • 4. Primo Levi, I sommersi e i salvati, Prefazione di Tzvetan Todorov, Postfazione di Walter Barberis, Einaudi, Torino 2007, p.
  • 5. Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, traduzione di Piero Bernardini, Feltrinelli, Milano 2003, p.
  • 6. Sulla memoria dell’Olocausto come nuova religione civile cfr. Enzo Traverso, La fin de la modernité juive. Histoire d’un tournant conservateur, La Découverte, Paris 2013
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