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Non è la prima volta. Epidemie e pandemie: storie, leggende e immagini

Rivista annuale a cura del Centro Italiano di Psicologia Analitica Istituto di Roma e dell’Italia centrale

Pandemie nell'Arte

2021 Nuova Serie Numero 2 Pandemie nell'Arte

Non è la prima volta. Epidemie e pandemie: storie, leggende e immagini

Angiola Iapoce e Anna Moncelli in dialogo con Filippo Maria Ferro[1]

 

Iapoce

Arte e medicina, un connubio che rimanda a tempi che sembrano molto lontani. L’applicazione delle tecnologie all’ambito medico e il loro massivo utilizzo nella cura degli umani ha sempre più reso la stessa medicina una pratica ‘scientifica’ in senso pressoché esclusivo, andando a perdere i fondamenti empirici di questa scienza. Il vostro prezioso libretto articola la scienza medica con tutti quei saperi umanistici con cui era stata collegata fino alla incredibile diffusione delle tecniche. La particolare, inaspettata e sconvolgente situazione pandemica in cui oggi viviamo ha completamente travolto il rassicurante assetto protettivo dei progressi scientifici, insomma la pandemia ha messo in crisi l’idea stessa che la tecnologia ci preservi da quei mali che non sono stati sconfitti ma periodicamente si riaffacciano con tutto il loro portato maligno. Certo, ci sono i vaccini ad argine della diffusione, certo, la ricerca sta progredendo anche per trovare cure sempre più efficaci a chi si ammala di SARS- CoV-2 ma, al momento, il virus sembra galleggiare senza potersi aggrappare a saperi medici consolidati.

Leggendo il vostro libro, fa impressione vedere che le misure che venivano prese per la peste del 1630 di manzoniana memoria sono pressoché le stesse oggi consigliate, praticate e diffuse: isolamento dei malati, interruzione dei contatti, distanziamento tra le persone, igiene. Questo vostro libro colloca la scienza e la pratica della medicina in una rete di saperi umanistici che l’hanno nei secoli caratterizzata, nella storia e nelle iconografie dell’arte con cui è stata raffigurata. Storia e arte sono la linfa che dà vita al punto di vista ‘medico’.

Dopo la lunga carrellata di immagini di preziosi dipinti che vanno dal Trecento al Settecento, colpiscono le ultime pagine dedicate al SARS-CoV-2 che non ha altra immagine che quella del virus, magari evidenziato con colori differenti ma la ‘corona’ è sempre la stessa. Pensa che oggi sia impossibile ‘fare arte’ della pandemia, come nel passato, oppure che siamo ancora troppo immersi e che non abbiamo guadagnato la dovuta distanza? Oppure, ancora, che la medicina-tecnologica ha fatto perdere la capacità di inserire la malattia e la cura in un contesto che preveda anche elementi non scientifici? Pensa che in futuro sarà possibile che venga fuori un’arte che raffiguri e trasfiguri il CORONAVIRUS?

Ferro

La situazione pandemica che ancora ci assedia ha avuto diverse fasi. Quella in cui io e l’amico Dionigi abbiamo concepito e realizzato Non è la prima volta è relativa al febbraio- marzo 2020. In quel momento, nella speranza di nuove cure e in attesa della preparazione dei vaccini, la medicina si trovava a fronteggiare la malattia a mani nude (scarseggiavano anche le mascherine), e l’atmosfera in qualche modo rinnovava le provvidenze adottate nel passato, quelle usate nella peste manzoniana e nella febbre spagnola. Un aspetto particolare ha agito sulle nostre emozioni e sui nostri pensieri. Il presentarsi di un agente patogeno così insidioso e potente era qualcosa in cui la medicina dei nostri giorni nel suo magnifico e progressivo affermarsi non riteneva più di doversi imbattere. Una sfida alla sua efficienza impensabile. Mi ricordo quando mi ritrovai nella selva dell’Africa nera ’dans la brousse’, la mia onnipotenza di medico occidentale era messa a prova dalla proliferazione invasiva di vegetazione e agenti patogeni. Delle ripercussioni emotive di questo periodo ho cercato di fare un bilancio nell’autunno 2019 (Note di psicopatologia al tempo del Covid-19, in «Noos», mettendo in evidenza le reazioni, a volte comprensibili a volte più complesse, dei pazienti, o di quelli che sono divenuti pazienti, di fronte alle paure e ai disagi del lockdown.

La situazione si è modificata nel tempo, il secondo lockdown ha indotto reazioni differenti, ciascuno di noi ha potuto provare di persona questo oscillare delle sensazioni e dei vissuti rispetto al morbo e alle limitazioni sociali che comportava.

I vaccini sono arrivati prima del previsto e la scena è ulteriormente, e radicalmente, cambiata. Anche in questo caso però ‘non è stata la prima volta’, neppure in ordine alle reazioni collettive di smarrimento di fronte al morbo. Anche in questo secondo tempo della pandemia abbiamo assistito al ripetersi di comportamenti già visti ai tempi delle grandi pandemie della storia, ad esempio proprio durante la pestilenza narrata dal Manzoni ne I promessi Sposi e ne La Storia della colonna infame. Decreti, grida, sospetti, angosce persecutorie materializzate già allora nell’idea di trame politiche.

Nella ricorrenza del centenario di Psicologia delle masse e analisi dell’Io, opera pubblicata da Sigmund Freud nel 1921, possiamo oggi riflettere su come la pandemia abbia fomentato e fomenti dinnanzi ai nostri occhi la teoria della dittatura sanitaria e quella del complotto, già presente nei confronti degli untori nella peste manzoniana. Con un singolare ritocco rispetto al testo del Manzoni, e alla storia del Ripamonti, ora gli untori non sono più i diffusori del contagio bensì coloro che cercano di limitarlo con i vaccini e per questo vengono chiamati ‘i malvagi, i manipolatori’ e come tali anche minacciati. E questo in virtù di una rinata concezione magica dei fenomeni naturali e del ritorno di interpretazioni neo-medioevali della realtà. Per restare al Manzoni, ricorre ancora in alcuni intellettuali la convinzione di Don Ferrante, uomo delle biblioteche e delle accademie, che muore credendosi vittima di congiunzioni astrologiche: «His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle». Del resto anche la distinzione tra no-vax e no green-pass, e le diatribe al riguardo che ogni giorno ci straniscono per la loro bizzarria, sembrano essere il prodotto proprio di raffinati e cavillosi ragionamenti degni in tutto di Don Ferrante.

Certo, come ci insegna Giorgio Parisi (In un volo di storni. Le meraviglie dei sistemi complessi, 2021), la scienza è irta di difficoltà, più di quanto si possa immaginare e, in questo senso, le humanities rappresentano un campo di integrazione e di correzione di certezze, storia ed arte danno vitalità e spessore al punto di vista ‘medico’. Si può ben affermare come arte e storia costituiscano verità parallele alla scienza nel costruire le visioni del mondo.

Così, nello sgomento, nella sofferenza che abbiamo attraversato, dall’inizio il sogno di bellezza non ci ha mai abbandonato. Anche le immagini fotografiche del virus, come del resto quelle di molti preparati al microscopio, ad esempio i ‘paesaggi neurali’, sono raffinate come monili, ed evocano la trama della nostra stessa struttura(1).

Iapoce

Le splendide immagini che avete selezionato per il libro sono tutte di contenuto religioso, riferite ai testi sacri o a miracoli dei santi. I contenuti religiosi sono sempre stati privilegiati nella produzione artistica del passato per la funzione totalizzante che la religione ha avuto nella storia dell’Occidente. Certamente ci si rivolge alla compassione divina quando si è impotenti di fronte a eventi che non conosciamo e non sappiamo affrontare. Ma le figure dei Compianti, che non sono affrontate in questo libro in modo specifico ma che Lei ha trattato in Teatri del sacro e del dolore (Edizioni Soncino, 2020) pongono una questione più sottile che chiamerei ‘il rapporto tra passione, arte e trascendenza’, cioè quel filo sotterraneo e invisibile che unisce il pathos di un singolo con i processi della storia e della collettività ma li unisce al cospetto di una situazione che trascende l’umano e che possa ricomprenderli. Secondo Lei, l’apertura alla trascendenza, che non necessariamente si esprime nella religione, è ostacolata nella nostra cultura occidentale di oggi? E la diffusione della pandemia ha apportato modificazioni alla nostra psiche in questo senso? Oppure dobbiamo considerarla un’esperienza oramai legata a un passato tramontato?

F.M. Ferro

Le immagini scelte raccontano una situazione di tempi diversi rispetto a quelli in cui viviamo. Raccontano un mondo dove il divino e l’umano si intrecciavano nel quotidiano, in cui leggende e storie trascorrevano l’una nell’altra. I santi esercitavano una mediazione che non veniva messa in dubbio e che aveva raccolto l’eredità del mondo classico e delle sue numerose figure divine specializzate in prodigi.

Al riguardo le immagini che ci hanno colpito e che abbiamo preso in esame restituiscono varie prospettive. In alcuni momenti appare evidente la preoccupazione di offrire una cronaca degli eventi (come nelle miniature medioevali, in particolare in quelle della Weltchronik 1400- 1410(2), della Toggenburg Bible del 1411 o in Jean de Wavrin, circa 1471-1483).

Altri artisti provvedono invece a documentare l’atmosfera, come fanno i pittori dell’epoca borromea e poi del barocco, anche attraverso l’iconografia di santi protettori (Rocco e Sebastiano, Carlo, Rosalia)(3-4).

Nello stesso tempo abbiamo lavorato a catalogare i ‘Compianti’(5) presenti nell’Italia settentrionale, molti si trovano in chiese e oratori nei luoghi in cui nei mesi febbraio-marzo l’epidemia era divampata. Queste immagini drammatiche, scolpite nella dura fibra del legno o plasmate nella terracotta, raccontavano un’altra storia, quella di riti per elaborare il lutto, e le loro foto ci scorrevano dinnanzi come le sequenze dei camion militari che trasportavano le bare a Bergamo. Le sette figure che attorniavano il Cristo morto, questo era il canone iconografico, piangevano con modalità diverse: lacrime gelate quelle della Vergine, pianto ‘feroce’ quello della Maddalena, mentre Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea conservano l’impassibilità del testimone. Scene come quelle che ci ha consegnato la tragedia greca e come le ha descritte Ernesto de Martino nelle culture popolari del Meridione (Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, a cura di M. Massenzio, 2021). Ci è sembrato che queste immagini di rara potenza dessero conto, come icone, dell’immanenza del tragico e insieme della resilienza di sentimenti di un popolo, e della valenza catartica del ‘teatro’.

Iapoce

Il sottotitolo del libro ‘storie, leggende e immagini’ crea un ambito di pensiero per cui le tre dimensioni rimandano a una comune direzione che evita la pericolosa gerarchizzazione dei valori da attribuire a ciascuna di esse. Storia, leggende e immagini sono tutte di pari livello, la leggenda dà sostanza alla storia dei fatti accaduti, come dalla storia prendono spunto le leggende e come le raffigurazioni parlano dell’una e dell’altra. Una nota molto interessante nel libro evidenzia il valore dei codici miniati dell’antichità e del Medioevo «che testimoniano inconfutabilmente la veridicità di situazioni, tradizioni, consuetudini ed effetti delle più gravi malattie contagiose che si sono succedute nei tempi» (p. 3). L’arte delle immagini è vista al servizio della conoscenza medica. È ben esplicitato, tuttavia, che il libriccino non ha la pretesa di offrire una ricostruzione al servizio della verità storica. Ecco, mi è sembrato che questo punto raffiguri al meglio l’intero lavoro. Mi è sembrato che l’intento del libro sia stato costruire un campo di pensiero e una tematica di riflessione sull’antico, ma oggi. Se questa mia interpretazione Le risuona come plausibile Le chiedo: Quali immagini oggi a chiarificazione dei significati delle parole, troppo spesso poco chiari? E qual è oggi, secondo Lei, un possibile ambito di ricerca e di riflessione nei rapporti tra arte e scienza?

Filippo Maria Ferro

Le immagini dei codici miniati, i grandi teleri(6-7) esposti nelle cattedrali, le sculture che incarnavano in modo concreto e fisico la disperazione per la morte, ci mettono di fronte non solo a verità storiche ma anche a un universo di significati potente. Gli artisti partecipavano, si immedesimavano negli eventi, interpreti fedeli e commossi della committenza e della condivisione del pubblico. E sicuramente in quelle opere pulsa il richiamo ad una trascendenza che la cultura moderna silenzia, come silenzia lo spettacolo della devianza, della malattia della morte (Philippe Ariès, L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi, 1992). Anche l’arte ha cambiato i suoi oggetti d’attenzione. Anziché rivolgersi al mondo esterno penetra nel mondo interiore. In ogni caso la crudezza delle rappresentazioni non è meno intensa. Si pensi agli Otages(8), una serie di opere realizzata da Jean Fautrier tra il 1942 e il 1945 guardando le torture che i nazisti infliggevano ai prigionieri, dove la materia brucia come carne straziata. Si pensi al binario di Auschwitz tracciato da Anselm Kiefer(9) (Anselm Kiefer and Art after Auschwitz (Cambridge Studies in New Art History and Criticism)) come la via di un orrendo destino. Certamente il Covid-19, facendo irruzione con violenza in un mondo ovattato con le sue immagini di corsie, con i suoi volti disperati ci ha fatto toccare come carne viva l’impatto di certi sentimenti, e molti artisti stanno senz’altro già delineando immagini egualmente capaci di scuoterci nel profondo.

Moncelli

«Lo scrittore, l’artista sono esseri umani qualunque e tuttavia […] rispetto alle altre persone sono quelli che hanno il sistema nervoso più sensibile, capace di cogliere in modo immediato ogni minima variazione nella relazione tra uomo e mondo. […] Sono dotati di una facoltà che prima di tutto è spirituale: hanno dei presagi, che più tardi sotto forma di visioni, cioè di creazione artistica, mostrano la realtà, la mostrano non appena essa si staglia confusa all’orizzonte umano, ancora a uno stadio primordiale di formazione, di gestazione, di mitico inizio» (S. Màrai, Volevo tacere, Adelphi, Milano 2017, pp. 9-11).

Considerando che il Suo libro si concentra su rappresentazioni artistiche di eventi che, come le pandemie, hanno l’effetto di irrompere nella quotidianità della vita umana e interrompere, sconvolgere, la continuità di senso che le appartiene, le chiederei se concorda con questa affermazione di Màrai sul ruolo dell’artista.

Collegata a questa potrebbe esserci la riflessione se nella rappresentazione iconografica di questi eventi si costelli, attraverso le immagini simboliche, un tentativo terapeutico di dare forma e senso all’angoscia di morte e/o se nelle rappresentazioni del Coronavirus l’intento sia di tenerla solo sotto controllo attraverso una visione medicalizzata.

F.M. Ferro

Màrai, grande scrittore, è senz’altro da condividere.

In molti casi gli artisti sono chiamati ad avvertire precocemente quanto sta nell’aria e il suo riverbero sullo stato d’animo, ed ho cercato di seguire questa traccia nel 1973 con La peste nella cultura lombarda in occasione della mostra dedicata al Seicento lombardo(10) al Palazzo Reale di Milano. Un’altra stagione in cui la malattia ha sottilmente infiltrato le manifestazioni dell’arte è stata tra fine ’800 e primo ’900. L’ondata di influenze epidemiche e in particolare la febbre spagnola è stata intensamente presente in artisti eccelsi nel rendere il malessere dell’esistenza: Arnold Böcklin(11), Edvard Munch(12), Alfred Kubin, Egon Schiele. È difficile pensare alla dissoluzione dell’impero asburgico e al crepuscolo della Mitteleuropa, senza contemplare, ne L’abbraccio (1917), il dolce terrore di Schiele che stringe il corpo dell’amata Edith, in attesa lui stesso della fine(13).

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Iapoce

I dipinti, come nell’intera storia dell’arte fino all’inizio del Novecento, rappresentano corpi unitari, immagini di corpi-persone, còlti per lo più nella loro esteriorità, per come si presentano e ammantati dell’aura della trascendenza. Il capovolgimento dei canoni artistici che è avvenuto all’inizio del secolo scorso ha spezzettato l’immagine del corpo unitaria a favore di una prospettiva multipercettiva. L’interno del corpo, anche con il procedere da un lato degli studi di anatomia, dall’altro dell’approfondimento psicologico della sfera emotiva personale, è sempre più diventato oggetto della produzione artistica. Le chiedo se questo potrebbe essere una delle ragioni per cui oggi il virus è l’unica immagine ‘artistica’ che ci viene offerta. Come se la specializzazione della ‘visione’ del corpo facesse perdere la percezione e il senso del suo intero.

Filippo Maria Ferro

Oggi l’aspetto figurativo non rappresenta forse l’opzione di prima scelta, ha pregnanza immediata l’immagine fotografica, già usata con risultanti captanti a inizio 900 durante l’epidemia di febbre spagnola, si vedano le immagini scattate in Europa e negli Stati Uniti.

L’epidemia che stiamo vivendo ha comunque attratto e coinvolto numerosi artisti come dimostra il volume L’arte al tempo del Coronavirus. Gli artisti si raccontano durante il lockdown, a cura di Veronica Nicoli, Skira Editore, Milano 2021. Andres Serrano sceglie una fotografia scattata da un soldato americano entrato in un campo di sterminio tedesco nel 1945(14), e la commenta così, attualizzandone il messaggio: «È un’immagine di dolore e sofferenza, distruzione e morte. Quello che vedo nella pandemia di Coronavirus è una Montagna della Morte. Madri e padri, fratelli e sorelle, nonne e nonni ammucchiati uno sull’altro. La loro morte è conosciuta solo dai loro cari e dai loro amici. È in questo momento, in cui la paura diventa normale e ci si aspetta una tragedia, che iniziamo il nostro viaggio verso un futuro incerto seppellendo i nostri morti mentre proseguiamo sulla nostra strada».

Il 2020 lo si ricorderà anche per essere stato mirabilmente disegnato sui muri delle città. Sono alcuni dei più noti artisti di strada – Pøbel, Gnasher(15), Ragazzini, Rasmus, Balstrom – a trarre ispirazione dalla pandemia e dal lockdown per ideare audaci capolavori. Con loro sono emersi anche tanti nuovi talenti, da San Paolo a Teheran fino a Shanghai (Xavier Tapiès, La street art ai tempi del coronavirus, L’ippocampo)(16).

Affascinanti immagini sono apparse sui muri, andando ad inserirsi in paesaggi urbani e influendo sul nostro quotidiano. Anzitutto si sono fissate, con tanto di mascherina, le icone del passato(17), la Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer(18), Il bacio di Francesco Hayez, Le bagnanti di Picasso. E il Padre Eterno di Michelangelo nel ripetere l’atto della creazione ci ricorda il distanziamento (installazione a Parigi per la cover di Vanity Fair). Al distanziamento allude Harry Greb che si è ispirato a Il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. Originali creazioni si devono in particolare a Banksy, il cui lavoro è nato sulla scena culturale underground di Bristol in collaborazione di altri artisti e musicisti. Banksy è un poeta e straordinario impatto è la donna anziana che starnutisce(19), il bambino e l’omaggio all’infermiera, la bambina che rilascia un palloncino rosso a forma di cuore, una santa ex voto in un basso napoletano…

La pandemia certamente porterà un rinnovamento nelle arti, così è sempre stato e non c’è motivo di dubitare che una legge si ripete, come quella che recita ‘se vivo, è per amori’. Per ora quello che possiamo contemplare sono situazioni figurali quanto mai evocative dell’atmosfera come le installazioni di Maurizio Cattelan: The Last Judgment (mostra attualmente in Cina a Ucca Center for Contemporary Art), in particolare le testa d’uomo che emerge dalla buca e fissa stupefatto il mondo come se lo vedesse per la prima volta(20). Gli occhi della scultura di Cattelan registrano la meraviglia inestinguibile del nostro sguardo in attesa.

Dobbiamo aspettarci un cambiamento di visione del mondo. Tutti ripetono ‘nulla sarà come prima’, e tuttavia è arduo pensare che questo possa avvenire solo attraverso meditazioni, tanto più che guardandoci attorno si assiste al dilagare di propositi superficiali e di uno sfrenato e cieco consumismo tecnologico. In ogni caso, ancora la storia insegna e la situazione presente lo conferma, il dilagare dell’epidemia nei secoli passati si è associato a un problema ecologico importante, a profondi turbamenti naturali, un tempo rubricate sotto l’etichetta ‘carestie’.

Anche questa volta la situazione ecologica rappresenta lo sfondo minaccioso e sembra imporsi un’economia green, una modifica della nostra quotidianità. Rivedere le abitudini, organizzare un modo di vivere che sia conforme alla salute del pianeta o almeno, se sono veri i dati che circolano, alla sua convalescenza. Tutte premesse perché si affermi inesorabilmente una mutazione della visione del mondo.

«Il mondo si trasforma in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo». Così si esprimeva Martin Heidegger nel 1955, e ancora nel 1959 (M. Heidegger, La questione della tecnica (contenente anche Scienza e meditazione), trad. di G. Vattimo, Firenze 2017). Oggi si può suggerire che, se l’uomo è ancor meno preparato che negli anni ’50 e in modo insensato si augura un boom economico, saranno l’economia materiale e il mercato a costringerci (Gianclaudio Torlizzi, Materia rara. Come la pandemia e il green deal hanno stravolto il mercato delle materie prime, 2021). In ogni caso le visioni del mondo cambiano e quasi non ce ne accorgiamo, come testimonia il poema di Rutilio Namaziano De reditu suo, composto nel 416 d.C., circa l’atmosfera di crisi e dell’inesorabile dissolversi dell’Impero Romano.


Note

  • [1] Angiola Iapoce e Anna Moncelli hanno chiesto allo psichiatra esperto di arte Filippo Maria Ferro di esporre alcune riflessioni sullo scritto: R. Dionigi e F.M. Ferro, Non è la prima volta. Epidemie e pandemie: storie, leggende e immagini, Nomos Edizioni, Varese 2020.
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