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Linguaggio e autocoscienza. Recensione a George Herbert Mead, Mente, Sé e società

Rivista annuale a cura del Centro Italiano di Psicologia Analitica Istituto di Roma e dell’Italia centrale

Invito alla Lettura

2013 Numero 2 Invito alla Lettura

A CURA DI FRANCESCO DI NUOVO E ROBERTO MANCIOCCHI La rubrica Invito alla lettura propone indicazioni in merito ai contributi più attuali e significativi della psicoterapia con uno sguardo attento agli attuali sviluppi del pensiero teorico; sarà ovviamente presente una forma di dialogo con la letteratura, la filosofia, le neuroscienze e le arti. La rubrica sarà, a seconda dei numeri, completata da una sezione di recensioni, nella quale alcuni psicoterapeuti commenteranno le più interessanti novità del panorama italiano e internazionale.

Linguaggio e autocoscienza. Recensione a George Herbert Mead, Mente, Sé e società

George Herbert Mead, Mente, Sé e società
Firenze: Giunti Editore, 2010, pp. 512, € 9,50

Con la sua opera Mente, Sé e società  Mead ci offre una nuova teoria dell’intelligenza, indagando quel salto che conduce all’emergenza della mente, dell’autocoscienza e del Sé.

In questo tentativo esplicativo il libro miscela più orientamenti ricorrendo alle ricerche sociologiche della scuola di Chicago, al comportamentismo watsoniano e al filone psicogenetico-pragmatistico darwinistico di Dewey.

L’assunto di base è che l’emergenza della mente e del Sé abbiano una matrice sociale: è l’atto sociale il presupposto dell’emergenza di stati interni, il cui cardine è il meccanismo del gesto.

Liberando il concetto di gesto dal suo espressivismo-emotivo, ove la riflessione di Darwin l’aveva confinato, Mead lo pone alla base dell’atto sociale che non è necessariamente l’espressione di un’emozione. Il gesto si configura quindi come uno stimolo per risposte di altre forme all’interno di un’esperienza sociale. Queste risposte divengono nuovamente stimolo per la prima forma che risponde attraverso un continuo e mutuo adattamento attraverso quella che Mead chiama una ‘conversazione di gesti’, quale può essere una zuffa fra cani, per esempio.

Il concetto prezioso mutuato da Wundt è quello di gesto vocale e, attraverso di esso, indica come sia avvenuto il passaggio che ha reso possibile trasformare il grido vocale (gesto) in simbolo significativo (gesto significativo), da qui poi al linguaggio.

L’Autore ricorre a una prospettiva fenomenologico-genetica per indagare le soglie costitutive, le condizioni e le strutture che hanno reso possibile l’emergere del linguaggio.

Fondamentale per Mead è distinguere fra una conversazione di gesti che è una conversazione o comunicazione non consapevole e l’emergenza del linguaggio; i gesti vocali divengono segni linguistici poiché il gesto significa la stessa cosa per tutti gli individui interessati, suscitando anche lo stesso atteggiamento.

All’inizio, nella conversazione di gesti, il gesto di una persona significa solo ciò che io mi accingo a fare in funzione di esso e quindi non significa per me ciò che quella persona pensa di esso. Per esempio l’attacco rabbioso di una persona suscita in me non rabbia ma paura, il gesto dell’altro che può significare per l’altro rabbia e quindi attacco significa per me fuga e quindi paura. Come è possibile allora che un gesto vocale possa arrivare ad evocare in un altro individuo lo stesso gesto e lo stesso significato?

Secondo Mead ciò non avviene mediante l’imitazione, una modalità estremamente sofisticata e che pertanto non può essere considerata una risposta primitiva sulla quale sorge la comunicazione linguistica. Sembrerebbe piuttosto l’interesse dell’individuo a evocare in sé la risposta dell’altro al proprio gesto. Tali risposte divengono le più importanti rispetto alle altre e quelle su cui si esercita una maggiore padronanza e controllo.

Questo significa affermare che il gesto vocale è strutturalmente sociale poiché quando un individuo lo attua stimola l’altro ma anche se stesso simultaneamente, rendendo possibile l’insorgere in lui o almeno la tendenza a rispondere come risponde l’altro. La voce si rivolge al tempo stesso al destinatore e al destinatario. La voce come uno specchio raggiunge destinatario e destinatore come se fosse ‘da fuori’. Questa tendenza del gesto vocale ad indurre chi lo attiva a rispondere nello stesso modo in cui risponde l’altro, costituisce il fondamento dell’intersoggettività e dell’identità del significato, qualità che altri gesti, quali per esempio la mimica facciale o corporea, non possono evocare.

Attraverso la teoria antropologica del linguaggio di Gehlen vengono precisate le cinque radici e precondizioni per l’emergenza del linguaggio:

1) la riflessività, cioè la funzione di auto avvertimento del linguaggio. Il suono si dà in modalità duplice poiché emettendo un suono ci comportiamo sia attivamente sia passivamente perché il prodotto della nostra attività ricade senza fatica su di noi, nel nostro orecchio. Questa caratteristica assolutamente peculiare del suono che risuona sempre dal mondo, sempre dal di fuori senza che abbia importanza chi lo emette, è capace di produrre stimolo alla sua propria ripetizione. E’ attivo perché prevede un’attuazione motoria, è passivo perché prevede un’impressione udita. In questo senso il gesto vocale ha un potere auto-affettivo e autoobiettivante. Nella mia voce io divengo oggetto a me stesso, è l’incanto dei propri gesti vocali.

Mead afferma che un gesto vocale è strutturalmente portatore di un significato e rifacendosi alla riflessione di Peirce sostiene che il significato di una cosa è determinato dalle risposte (abiti) che esso produce.

2) espressione sonora in risposta a impressioni visive, la lallazione. Questo è il cardine di tutti i linguaggi, e cioè rivolgere la parola a quanto si vede nella pura gioia per esso, è un movimento fonetico espressivo di risposta a quanto viene visto.

3) il suono che riconosce è una conseguenza della lallazione e si tratta di quel gesto vocale che annuncia il riconoscere e che ha una particolare importanza poiché esonera l’individuo dall’azione, peculiarità del gesto vocale di specie superiore.

4) il richiamo allude al gesto vocale che inizialmente è un unicum, cioè, nel caso del bambino, un pianto che può essere indicatore di fame, paura, freddo e che man mano che sollecita risposte diviene sempre più intenzionale, ed è la risposta a rendere lo strillo un richiamo intenzionale, precisando sempre di più i bisogni

5) il gesto sonoro è la musica di accompagnamento che appartiene a ogni attività individuale e comune, si tratta delle parole-situazioni, cioè quei suoni espressivi che hanno dapprima determinati significati d’azione ma che si trasferiscono successivamente sui prodotti dell’attività cioè le cose. Così ‘dada’ può indicare il ‘giocare’,’ i giocattoli’, ‘giocare con i giocattoli’.

Il rango del gesto vocale è assolutamente speciale perché esso può divenire espressione, indicazioni, simbolo di qualsiasi azione e accadimento.

Mead ritiene la teoria dell’imitazione insufficiente a spiegare la nascita del linguaggio, mentre incentra il suo focus sull’autostimolazione.

Quando il bambino si auto-stimola con la propria voce, evocando in sé lo stesso atteggiamento gestuale vocale che egli stimola nell’altro sta ricorrendo a quella che Mead considera una struttura trascendentale di dotazione biologica e cioè una di quelle soglie costitutive del linguaggio che consiste nel ‘to take the role of the other’.

Questa capacità segna il passaggio dal gesto vocale al simbolo linguistico, una struttura trascendentale che è alla base del simbolo significativo e dell’autocoscienza.

Secondo l’analisi di Mead il punto cruciale è il rimbalzo dello stimolo, poiché senza il rimbalzo non può prodursi linguaggio. In altri termini un gesto vocale non può diventare linguaggio se non si raddoppia, e nel raddoppiamento, nel tornare indietro all’emittente si realizza la condizione di unificazione e identificazione della risposta. Il rimbalzo è quella relazione riconosciuta tra il gesto vocale e il gruppo di risposte.

Il passaggio al linguaggio si fonda su una capacità peculiare dell’animale uomo e cioè la capacità di assumere il ruolo dell’altro, cioè di identificarsi con l’altro. L’animale non umano è incapace di questa operazione.

Un altro aspetto che Mead analizza è il nesso tra Mente, Sé e temporalità. Avere una mente significa avere tempo e non essere nel tempo; in altri termini significa declinare la memoria e la previsione. Attraverso il linguaggio gli individui possono indicare reciprocamente le risposte future agli oggetti.

Il simbolo significativo si costituisce come il medium per eccellenza dell’identificazione con l’altro. Divenire coscienti di sé significa obiettivarsi, estraniarsi, guardarsi dal punto di vista degli altri o dell’altro generalizzato cioè la comunità.

Autocoscienza è allora il risveglio in noi stessi del gruppo di atteggiamenti che noi suscitiamo negli altri, e l’esperienza riflessiva che noi chiamiamo Sé non è privata ma comune e accomunante.

Il linguaggio reca strutturalmente in sé l’alienazione, l’alterazione, la spersonalizzazione. Al cuore dell’io, della parola, dell’autocoscienza c’è il rapporto con l’altro.

Non si può parlare né divenire se stessi senza una relazione, da soli. Il carattere dell’agire umano è l’agire duale.

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