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La saggezza del Tao-teh-ching e il pensiero di Jung

Rivista annuale a cura del Centro Italiano di Psicologia Analitica Istituto di Roma e dell’Italia centrale

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2021 Nuova Serie Numero 2 Aperture

A CURA DELLA REDAZIONE Cosa ne sarebbe della psicologia analitica, ma anche della psicoterapia più in generale, se essa si chiudesse esclusivamente all’interno della propria stanza? Se è vero che è nell’intimità sacra dello spazio di lavoro che si coagulano i processi di cura, è anche vero che solo nell’apertura all’esterno essi trovano lo spazio per respirare, esistere, radicarsi e restare vitali. In questa rubrica, lo sguardo analitico degli Autori si volgerà verso l’esterno – arte, vita, esperienze… – alla ricerca di connessioni, legami, contaminazioni, affinché il ritmo vitale del dentro/fuori, interno/esterno apra alla possibilità di una riflessione analitica sempre vivace e feconda.

La saggezza del Tao-teh-ching e il pensiero di Jung

L’amore per il libro del Tao-teh-ching di Lao-Tzu mi accompagna sin da quando ventenne, passeggiando in un mercatino di libri della mia città, fui attratta dal piccolo testo tra i tanti esposti in bella vista.

Ad attrarmi fu la frase riportata in copertina sulla sinistra in basso accanto ad un’immagine antica di uno yogi che incede in groppa ad un toro:

Ciò che è spezzato diventerà intero. / Ciò che è curvo diventerà diritto. / Ciò che è vuoto diventerà pieno. / Ciò che è consumato diventerà nuovo. / Chi ha poco otterrà. / Chi ha molto verrà ingannato.

Il libro, dal contenuto enigmatico, occupa un posto privilegiato tra le mie letture serali di sempre. Per diletto ho appuntato sulle pagine, accanto ai vari passaggi, le date in cui un barlume di comprensione ha fatto breccia nella mia coscienza o – almeno – in cui mi è sembrato che così fosse. Oggi a riguardarle mi sembra il diario di un lento processo di comprensione ancora incompiuto.

Quando molto tempo dopo ho incontrato Jung, le assonanze mi sono apparse notevoli.

Da qui l’idea di un approfondimento comparato.

A tal fine ritengo essenziali due premesse: la prima sul testo di Lao-Tzu, l’altra relativa a quella che lo psichiatra svizzero indica quale principale differenza tra visione orientale e visione occidentale del mondo e della vita.

Riguardo al testo, il Tao-teh-ching costituisce parte centrale del patrimonio canonico di quella tradizione religiosa denominata taoismo, una religione cosmica centrata sulla concezione del posto e della funzione nell’universo dell’uomo, di tutte le creature e dei vari fenomeni. Ma, come Julius Evola afferma: «il testo del Tao-teh-ching ha caratteristiche tali da permettere una lettura articolata su più livelli: politico, metafisico, cosmologico, di addestramento spirituale»; ed infatti è – nello stesso tempo – psicologia, religione e filosofia come, peraltro, avviene per le opere che affondano le radici nelle grandi tradizioni sapienziali. Perciò non sempre è possibile scindere i diversi ambiti in quanto profondamente interconnessi ed uno stesso passaggio delle sentenze che lo compongono è suscettibile di essere letto su differenti livelli.

È importante poi sottolineare ciò che, secondo Jung, fondamentalmente contraddistingue l’uomo orientale da quello occidentale e cioè l’opposto atteggiamento nei confronti del mondo e della vita. In via generale, Jung rileva che l’Oriente pratica la comprensione del mondo ‘attraverso la vita’, mentre l’Occidente usualmente si appaga della spiegazione scientifica.

L’uomo occidentale appare prevalentemente estroverso, nel senso che la sua energia psichica o libido è orientata verso l’esterno, verso l’appagamento di bisogni dell’Io come potere o ricchezza. L’uomo orientale è principalmente introverso in quanto la sua libido tende essenzialmente all’interno, alla propria interiorità. Due diversi atteggiamenti psichici che hanno importanti risvolti nella vita di ogni giorno: l’occidentale è una persona attiva e dinamica, che mira a conquistare il mondo per trasformarlo a suo beneficio; l’orientale, partendo da una modalità più contemplativa, tende, viceversa, ad accettare il mondo esterno con più serenità, concentrandosi maggiormente sull’autoriflessione e sulla trasformazione di se stesso. Atteggiamenti psichici che hanno un riflesso anche nella vita religiosa dell’individuo: l’occidentale nel pensare a Dio pensa inevitabilmente ad un’entità esterna a sé, per l’orientale invece Dio non è altro che il proprio Sé. L’orientale crede che la divinità viva nel profondo del proprio cuore e nella misura in cui l’uomo è nel suo Sé, non soltanto è contenuto in Dio, ma è Dio stesso. Questa premessa ci consente di comprendere meglio come sia diversa la meta che il Tao-teh-ching e Jung si propongono, pur in una dinamica per molti aspetti simile, e, inoltre, il fascino che l’Oriente ha esercitato su Jung.

Sia per il Tao che per Jung, tema fondamentale è il Sé, ma nel Tao viene sviluppato secondo un approccio filosofico/religioso, per Jung in senso psicologico.

Un aspetto particolare di questo libro è che il soggetto, il lettore, è continuamente implicato nell’interpretazione del testo e diventa parte attiva. Proprio come il simbolo junghiano, il testo mantiene un’ambiguità che lo rende diverso e polisemico ed irriducibile ad un testo sempre uguale.

È l’interprete che fa la differenza.

Anche questo credo sia uno dei motivi fondamentali per i quali il pamphlet è divenuto intramontabile e capace di resistere alla mutevolezza dei tempi mantenendo una ricchezza di significati ed una versatilità e duttilità che lo rendono attuale in ogni tempo.

Come accade ad un simbolo vivo.

E come gli archetipi ed i simboli junghiani vengono da noi vissuti o subiti in vari momenti della vita spingendoci a metterci in discussione ed a prendere coscienza della nostra realtà interiore e non (solo attraverso il simbolo è possibile raggiungere ed esprimere l’inconscio), così i versetti del Tao ci inducono a riflettere attraverso immagini simboliche universali archetipiche.

Certamente Jung ha letto il libro del Tao-teh-ching dato che ne parla in diverse occasioni nel suo commento a Il segreto del Fiore d’oro, trattato cinese alchemico taoista inviatogli dal sinologo Richard Wilhelm.

Nel trattato alchemico Jung trova un insieme di simboli, immagini, esperienze simili alle strutture, ai processi e alle rappresentazioni che emergevano in analisi dalla psiche dei suoi pazienti.

Come scrive Murray Stein (2010):

Almeno dal 1910 Jung era alla ricerca del fondamento più profondo della psiche umana. Era assolutamente certo che Freud non l’avesse raggiunto con la sua teoria dell’inconscio, tutta incentrata sulla sessualità e sul processo edipico. La ricerca della struttura di base della psiche doveva portarlo a postulare la teoria degli archetipi, che in seguito avrebbe definito le fondamenta della psiche, comuni a tutti gli esseri umani.

Nel testo cinese egli trova conferma della sua ipotesi che l’inconscio collettivo – e gli archetipi che lo costituiscono – fosse una struttura psichica universale; che la realtà – una volta che l’Io si costituisce rompendo l’indistinzione originaria, acquistando un’identità  specifica

– si organizza in termini di polarità e di contrasto; che la funzione del simbolo è quella di unire conscio ed inconscio e di additare nuove vie, nuove possibilità di sviluppo veicolando l’energia psichica, prima sequestrata nel conflitto tra termini opposti.

L’Io si sposta dalla posizione centrale tradizionale ad una periferica, relativizzandosi e riconoscendosi parte di una realtà sovraordinata che Jung chiama Sé, unità paradossale di conscio e inconscio.

Lo stesso aggettivo ‘ineffabile’ con cui viene qualificato il vero Tao ha un sapore simile al ‘numinoso’ con cui Jung definisce il contatto-incontro con gli archetipi dei grandi sogni che segnano il percorso individuativo.

Jung intende per ‘numinoso’ una qualità di un oggetto visibile o l’influsso di una presenza invisibile che causa un particolare cambiamento della coscienza. Egli ritiene indispensabile all’esperienza del numinoso una predisposizione a credere in una potenza trascendente. Numinosa è quell’esperienza d’incontro col sacro nascosto, col senso non ancora svelato.

E da numinosità sono accompagnate le esperienze a sfondo archetipico.

Nonostante l’ambiguità e l’oscurità di molti versetti (di cui peraltro la traduzione non può neanche rendere merito) è facile intravedere nel Tao-teh-ching molti dei principi della teoria junghiana.

Dice Lao-Tzu:

La natura della via è vaga ed indistinta. / Al suo interno ci sono delle immagini. / Oh quanto indistinte e vaghe! / Al suo interno ci sono delle cose. / Oh quanto profonde ed oscure! / Al suo interno ci sono delle essenze. / Queste essenze sono molto reali. / Al suo interno c’è la Verità (p. 35).

Anche per Lao-Tzu all’interno del processo di trasformazione ci sono ‘immagini indistinte e vaghe’ (archetipi), ci sono ‘cose profonde e oscure’ (inconscio), ci sono ‘essenze molto reali’ (conscio), e infine una sintesi che per il maestro cinese è ‘verità’, per Jung è ‘identità’.

Quella di Lao-Tzu è una filosofia del divenire allo stesso modo in cui il percorso individuativo di Jung è sempre in fieri, se la coscienza accoglie ed accetta ciò che ad essa si presenta dall’emersione dell’inconscio.

Individuazione è trasformazione come la Via indicata dal Tao-teh-ching è processo trasformativo che si svolge secondo un’idea di circolarità: vi è una relazione circolare tra la pratica ed il risultato, tra la via ed il frutto: praticare la Via che contempla intrinsecamente l’integrazione di polarità opposte crea come risultato finale un bagaglio di saggezza, l’espansione della coscienza, la realizzazione del Sé.

Allo stesso modo il processo di individuazione è un processo circolare e non lineare: lo sviluppo uniforme esiste, al più, solo all’inizio, in seguito tutto punta verso il centro. Jung arriva a descrivere il divenire della personalità attraverso lo svolgersi del processo d’individuazione come dinamica dei contrari: Io-Ombra, Anima-Persona, Logos-Eros. Sino al raggiungimento di un’armonia, seppur instabile, nell’integrazione della totalità del Sé. Individuarsi significa ‘divenire un essere singolo’.

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Sia il processo d’individuazione che la Via tracciata nel Tao-teh-ching non sono ‘stati di quiete’ ma tensione dialettica tra opposti che spinge l’uomo alla ricerca della ‘verità’ nel Tao, della propria ‘identità’ in Jung.

Simbolo della circolarità è il mandala. «Il mandala rappresenta la circumambulazione del Sé e quindi il processo d’individuazione» (Jung 1992). Simbolo significa ‘ciò che unisce’ ed è pertanto una sintesi di opposti: il simbolo per eccellenza è il Sé, unione e sintesi di coscienza e inconscio, attributi psichici maschili e femminili, sintetizzati nelle formule cinesi di Yang e Yin. Yang (maschile) è il sole, il calore, il fuoco, l’estate, l’attività; Yin (femminile) è la notte, il freddo, l’umidità, l’inverno, la passività.

Il simbolo circolare dalla bicromia bianco-nera rappresentativo del Tao identifica e sintetizza tutti questi aspetti antinomici.

L’antinomia, tanto cara a Jung, riecheggia ampiamente in alcuni passi del Libro di Lao-Tzu. Così recita il Libro del Tao:

Pratica il non-fare, occupati del non occuparsi, assapora il senza sapore, considera grande il piccolo, molto il poco. / Ricambia il risentimento con la virtù. / Progetta il difficile dal suo facile, realizza il grande dal suo piccolo (p. 56).

L’integrazione degli opposti è anche un processo contemplato strutturalmente nell’evoluzione naturale delle cose:

Quando nasce, l’uomo è debole e flessibile, alla morte è forte e rigido. / Tutte le creature – l’erba, gli alberi – da vivi sono teneri e fragili, alla loro morte sono secchi e appassiti (p. 60).

Naturalmente c’è una differenza di fondo riguardo al modo di considerare gli opposti. Per Lao-Tzu le antinomie hanno lo scopo di far conquistare una costante coscienza dei contrari (illusione/realtà) e un equanime loro riconoscimento mentre le tappe del processo d’individuazione consistono nel confronto tra termini opposti (conscio/inconscio) e nel loro superamento. Ciò significa che la coscienza si identifica abitualmente con uno dei due opposti in cui la realtà psichica si scinde, rimuovendo e lasciando nell’inconscio l’altro termine.

Così si esprime Jung nel commento a Il segreto del fiore d’oro: «Non v’è dubbio che la presa di coscienza dell’opposto, ossia il processo del rovesciamento, significhi un ricongiungimento con le leggi inconsce della vita e questo ricongiungimento mira al conseguimento di una vita consapevole o, per dirlo in termini cinesi, alla realizzazione del Tao» (Jung, Wilhelm    2001, 44), inteso fondamentalmente come equilibrio ed armonia seppure sempre instabili. Però per Jung l’unione degli opposti conscio/inconscio è il punto d’arrivo mentre per gli orientali il riconoscimento del binomio illusione/realtà è un punto di Elementi comuni rimangono la struttura del  processo,  cui  è  sottesa  l’esigenza  di una trasformazione interiore, il modello archetipico dell’autorealizzazione, il metodo e la configurazione complessiva. Cambia la meta.

Il punto principale di divergenza riguarda la posizione dell’Io.

Nel Tao l’uomo realizzato è l’uomo che, per essere, non è; che negandosi si afferma; che con lo scomparire (Io), si conserva al centro (Sé). Se l’uomo si perde è solo perché disloca la forza originaria all’esterno, creando la concrezione dell’Io, super saturando tale concezione, immedesimandosi nella vita, alimentando l’attaccamento a quella porzione di vita a cui si è afferrato convulsivamente.

Per Jung trasformazione della personalità significa riuscire a reggere la tensione degli opposti, riconoscendo la legittimità di entrambi laddove una delle opposizioni fondamentali è quella tra l’Io e l’inconscio. Da questo presupposto deriva l’impossibilità di eliminare l’Io cosciente, giacché in questo caso verrebbe meno uno dei termini della relazione. Sul versante opposto, per l’Oriente la liberazione (meta ultima) sembra essere essenzialmente liberazione dall’Io, superamento della coscienza individuale. Con la coscienza che si dissolve in contemplazione, «uscendo dall’essere e rientrando nel non-essere, si compie il mirabile Tao». Scrive Jung: «Se consideriamo il Tao come un metodo o una via consapevole che deve riunire ciò che era diviso, ci avviciniamo probabilmente al contenuto psicologico del concetto» (Jung, Wilhelm 2001, p. 44).

Seppur attratto dalla grandezza della spiritualità e da alcune dottrine, metodi e pratiche orientali, Jung riafferma l’esigenza di restare ancorati solidamente alla cultura nella quale siamo nati e da cui siamo stati educati, riconoscendone però i limiti.

Egli disegna un ponte ideale tra Oriente e Occidente per sottolineare l’opportunità di un dialogo che permetta un arricchimento spirituale senza che nessuna delle parti rinunci alla propria identità ed alle proprie radici.

 


Bibliografia

  • Jung C.G. 1938/1940, Psicologia e religione, in OCGJ, vol. XI, Bollati Boringhieri, Torino 1992. Jung  C.G.  1940, La  sincronicità  come  principio  di  nessi acausali,  in  OCGJ,  vol.  VIII, Bollati
  • Boringhieri, Torino 1976.
  • Jung C.G. – R. Wilhelm 1929/1975, Il Segreto del fiore d’oro. Un libro di vita cinese, Bollati Boringhieri, Torino 2001.
  • Lao-Tzu 1959, Tao-teh-ching, a cura di G. Mancuso, Newton Compton, Roma 2002. Lao-tze 1959, Tao-Te-Ching, a cura di J. Evola, Edizioni Mediterranee, Roma 2002.
  • Lao-Tzu 1959, Tao-teh-ching, a cura di J.J.L. Duyvendak, Adelphi Edizioni, Milano 2002. Romano A. (a cura di) 2005, Jung e l’Oriente, Moretti&Vitali, Bergamo.
  • Stein M. 2010, Il principio di individuazione. Verso lo sviluppo della coscienza umana, Moretti&Vitali, Bergamo.
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