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	<title>Anna Maria Stella Archivi &#8226; Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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	<description>a cura del CIPA Roma</description>
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	<title>Anna Maria Stella Archivi &#8226; Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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		<title>Anna Beretta Perez e Caterina Rocca Guidetti: due voci maestre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Anna Cannavina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Feb 2021 10:50:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2021 Nuova Serie Numero 2]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri al CIPA]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Cannavina]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Maria Stella]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Manciocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Rosa Maria Dragone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due voci maestre &#8211; Anna Cannavina Ricordo la voce descrittiva e appassionata di Anna Barretta Perez e di Caterina Rocca Guidetti che narravano di teorie junghiane sulla psicologia infantile e di esperienze cliniche con piccoli pazienti. La storia della loro esperienza professionale trovava espressione nel modulato suono della voce che rivelava, in loro, profondità interiori&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/anna-beretta-perez-e-caterina-rocca-guidetti-due-voci-maestre/">Anna Beretta Perez e Caterina Rocca Guidetti: due voci maestre</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Due voci maestre &#8211; Anna Cannavina</h3>
<p>Ricordo la voce descrittiva e appassionata di Anna Barretta Perez e di Caterina Rocca Guidetti che narravano di teorie junghiane sulla psicologia infantile e di esperienze cliniche con piccoli pazienti. La storia della loro esperienza professionale trovava espressione nel modulato suono della voce che rivelava, in loro, profondità interiori insondabili di ricerca di possibili guarigioni per bambini sofferenti, di disagi e patologie che, verso il finire degli anni ’80, in Italia, erano poco comprese e poco studiate.</p>
<p>Il musicista Daniel Barenboim ci ricorda che esiste un duplice legame tra ascolto e memoria e tra ascolto e pensiero; e così, ascoltando, abbiamo appreso straordinarie esperienze di lavoro clinico in età evolutiva.</p>
<p>I ricordi legati allo studio fatto in anni ormai lontani con le due analiste citate si sono riattualizzati con l’organizzazione, nell’anno accademico 2020 del CIPA, di un corso di specializzazione per psicologi analisti in età evolutiva. Collegare questa iniziativa della scuola del CIPA al lontano lavoro pionieristico delle colleghe del passato è stato come riallacciare in un <em>continuum </em>storico l’evoluzione della nostra istituzione.</p>
<h3>Storia del gruppo dell’età evolutiva &#8211; Marina Manciocchi</h3>
<p><em> </em>Il mio compito in questo incontro è raccontare alcuni elementi che sono stati all’origine della proposta che Anna e Caterina fecero al CIPA, quando decisero di organizzare molti anni fa un gruppo di lavoro sulla psicoterapia infantile. Da quella proposta è scaturito un percorso formativo per alcuni di noi, quando il Ministero dell’Università ancora non si occupava della psicoterapia e ancora meno si pensava a corsi di formazione per l’infanzia.</p>
<p>Il mio rapporto con quelle colleghe è nato non solo dal comune desiderio di conoscere, studiare e imparare a curare, ma anche dall’amicizia che mi ha legata negli anni alle persone che più hanno contribuito a sostenerle, realizzando quel progetto e tutto ciò che ci è stato trasmesso.</p>
<p>La nostra associazione ha molti significati: ci formiamo come professionisti, impariamo a conoscere i sintomi e a curarli, veniamo seguiti e indirizzati negli studi, ci aggiorniamo, troviamo gli spazi culturali per esprimerci e approfondire gli elementi che ci appaiono rilevanti. Ma tra noi si sviluppa anche l’amicizia e questo tipo di relazione mi ha unita fin dall’inizio a colleghi che ho conosciuto casualmente, con i quali ho lavorato e grazie ai quali ho scelto l’indirizzo teorico e clinico che nasce dalla visione junghiana della psiche.</p>
<p>In base alla mia esperienza, la proposta formativa di Anna e Caterina è nata dal sostegno e dallo stimolo che Stefano Piscitelli ed Enrica Bellisari hanno dato ad Anna.</p>
<p>Anna aveva un piede nel CIPA e uno fuori, voleva formarsi in ambito junghiano ma riteneva che il CIPA non desse abbastanza spazio alla psicologia infantile, era insoddisfatta delle proposte formative che a quei tempi erano alla base del percorso culturale nel CIPA; discuteva di tutto ciò con i colleghi e la sua insoddisfazione era notevole.</p>
<p>Enrica e Stefano desideravano aiutarla e ritenevano che nel CIPA lei avrebbe potuto portare un contributo importante, per cui le proposero di farsi avanti per realizzare ciò che mancava, cioè un gruppo di ricerca e studio sulla psicologia infantile, sulla sintomatologia del bambino, sul rapporto madre/figlio e sugli aspetti che era necessario tenere presenti in una psicoterapia diretta al bambino.</p>
<p>Quando Anna, Enrica e Caterina misero a punto un progetto didattico venimmo contattati noi allievi e si formò un piccolo gruppo di colleghi; tra noi c’era chi lavorava nelle équipe scolastiche, chi faceva internato nei reparti di neuropsichiatria infantile universitari, ma anche colleghi che non lavoravano con bambini. Quel piccolo gruppo avviò nel CIPA un’attività di studio e ricerca e per quattro anni ci incontrammo regolarmente parlando di casi clinici, studiando testi di psicoterapia infantile stranieri, a volte traducendoli anche; scrivemmo articoli semplici che venivano pubblicati nel giornale interno del CIPA, come resoconti della nostra attività di studio. Studiammo Winnicott, Hillman, Neumann e altri autori di cui a quei tempi si parlava poco.</p>
<p>Anna era la docente più tormentata, le riflessioni su come deve porsi il terapeuta quando cura i sintomi dei bambini rappresentavano per lei un interrogativo più problematico rispetto a come le altre vivevano il proprio ruolo. Si chiedeva se fosse più utile avere un atteggiamento ‘positivo e rinforzante’ oppure ‘negativo e frustrante’, mettendo sempre il ruolo del terapeuta a confronto con la natura profonda della madre del bambino; si chiedeva se noi dovessimo essere in sintonia o in distonia con la madre biologica e con la reale esperienza che il bambino aveva fatto prima di iniziare la terapia.</p>
<p>Questo limite sottile di somiglianza o distonia era per lei molto significativo, ci portava casi che seguiva, disegni dei bambini e le proprie riflessioni, stimolando la nostra attenzione e cercando anche risposte insieme a noi.</p>
<p>Aiutare chi si rivolge a noi è un dovere etico e una responsabilità professionale, ma quando il cliente è un bambino, con scarsa capacità di verbalizzare, con la funzione pensiero ancora iniziale, con emozioni e sentimenti del tutto travolgenti, con difese scarsamente strutturate e una dipendenza fisica, affettiva e relazionale tanto forte con la famiglia biologica, allora il nostro ruolo diventa più delicato e sbagliare è più facile.</p>
<p>Trovare la via giusta per la cura era l’obiettivo delle docenti e il progetto che ci è stato trasmesso da loro. Noi allievi abbiamo ricevuto indicazioni e stimoli da quell’esperienza. Abbiamo assorbito la passione e l’impegno delle nostre docenti, ma l’iniziativa a cui abbiamo partecipato è stata anche un’avventura intellettuale, anticipatrice sul piano della formazione della psicoterapia italiana.</p>
<h3>Il lavoro sull’età evolutiva di Anna Beretta Perez &#8211; Rosa Maria Dragone</h3>
<p><em> </em>Non avere maestri è non avere a chi domandare e, in senso ancora più profondo, è non avere nessuno davanti a cui porre delle domande. Vuol dire rimanere rinchiusi nel labirinto primario che è la mente di ogni uomo in origine (Zambrano 2008, p. 237).</p>
<p>Simbolicamente è molto importante commemorare le nostre colleghe, dato che il nostro intento non è quello di celebrare ma di testimoniare il legame affettivo ed il debito culturale che ci lega a loro. E questo fa sorgere alcune riflessioni: sul ruolo dell’associazione, sul ruolo dei maestri, sul ruolo della condivisione di interessi, sul ruolo del valore di essere qui a parlare non del passato ma del nostro presente di clinici e di studiosi che hanno raccolto il lavoro paziente di chi ci ha preceduto.</p>
<p>Far parte di una associazione per noi vuol dire sentire una appartenenza anche con colleghi dei quali abbiamo sempre sentito parlare ma che non abbiamo conosciuto direttamente. Perché è indubbio che il nostro lavoro di psicoterapeuti ed in particolare di psicoterapeuti dell’età evolutiva non può non poggiare sul lavoro pionieristico di Anna Beretta Perez e Caterina Rocca Guidetti che sono state le esploratrici di un mondo che, proprio perché poco trattato da Jung, era stato altrettanto poco approfondito anche dagli junghiani italiani.</p>
<p>Sono state delle vere pioniere ma purtroppo hanno scritto pochissimo. Si sono mosse cercando di trovare una dimensione junghiana in un ambito nel quale non c’erano punti di riferimento teorici già elaborati. Hanno scritto poco perché lavoravano sul clinico cercando di trovare più una prassi che una teoria. I gruppi che si sono formati intorno a loro sono serviti al passaggio di questa enorme sapienza trasmessa come un buon artigiano sa fare con il suo lavoro.</p>
<p>Ecco perché per parlare di loro abbiamo cercato di rintracciare non solo alcuni articoli che hanno scritto ma anche e soprattutto il ricordo e la testimonianza di chi le ha conosciute ed ha lavorato, studiato con loro ed ha fatto tesoro del loro lavoro e della loro esperienza. Fra queste testimonianze vi è anche il racconto di Magda di Renzo che ha fatto parte del primo gruppo di studio e riflessione sull’età evolutiva, un gruppo molto motivato condotto da entrambe le nostre colleghe. Nel tempo i gruppi si sono differenziati ed hanno seguito strade parallele: il gruppo della Perez ha privilegiato l’aspetto immaginale e quello della Rocca Guidetti il lavoro nelle scuole e poi con i genitori.</p>
<p>Leggendo gli articoli di Anna Beretta Perez emergono innanzitutto due problematiche sempre presenti nel suo lavoro e che, sebbene a noi note, è importante sottolineare: Chi è il bambino? Come ci possiamo rapportare a lui soprattutto nel setting psicoterapeutico?  Le teorie formulate sull’infanzia ci presentano la storia dell’adulto che cerca di trovare un senso al proprio essere presente al bambino ma non ci parlano del ‘bambino presente’.</p>
<p>L’adulto cerca di sottrarsi alla complessità che il bambino ci propone e semplificando lo si assimila al primitivo: o lo si idealizza ed è un artista, o lo si demonizza ed è uno psicotico. Il bambino entra nella stanza della terapia con gli strumenti che ha a disposizione: «azioni che parlano, gesti che raccontano, disegni che si muovono, parole che agiscono e fiabe che disegnano. Metafore che fanno parte dei suoi processi cognitivi» (Di Renzo 2011, p. 21). Compito dello psicoterapeuta è quello di rapportarsi al bambino presente e non all’infanzia, che è una categoria non meglio specificata, utilizzando gli strumenti che consentono una relazione immediata con il bambino in una prospettiva metaforica facilitante là dove un disagio ha creato una concretezza. Ed offrire ‘creatività’ al bambino per uscire dalla sua <em>impasse</em>.</p>
<p>In questo contesto teorico Anna Perez presenta frammenti di storie, attraverso immagini ci racconta la relazione terapeutica con il bambino «nella sua significanza metaforica la sola probabilmente in grado di farci percepire la potenza trasformativa della vita simbolica, della psiche» (Beretta Perez 2011, p. 31). I suoi racconti hanno un tono evocativo e lirico. Individua alcune parole-immagini come ad es. ‘catastrofe’ e ci descrive alcuni <em>sketch </em>di sedute con questa parola in sottofondo. Il lavoro con il disegno, il lavoro con la sabbia, <em>flash </em>illuminanti. Una grande attenzione allo spazio del gioco. Mai un tentativo di spiegare.</p>
<p>Ci regala il racconto della creazione di storie che riescono a depotenziare immagini distruttive (cfr. Beretta Perez 1984). Ci descrive il bambino che gioca al diluvio universale, con gli animali prima stipati nell’Arca e poi pronti ad uscire. Resta solo nell’Arca un ‘tirannosauro’ che esce solo dopo molto tempo. Il bambino segue il gioco con molta eccitazione e poi dice alla sua terapeuta: «Mi sa che dovrà ancora venire a giocare almeno un anno» (ivi, p. 32).</p>
<p>Il racconto del bambino che le regala l’acrostico Anna (amorosa, navigante, nana ma in senso buono, amica) per farci «intuire la sua necessità e la sua capacità di amore e di gratitudine» (ivi, p. 37).</p>
<p>Alcuni piccoli tratti della storia del bambino la cui parola-immagine è calvario. Una passione dolorosa che si protrae per più di due anni di esami e di analisi dopo che ad un anno e mezzo compare inaspettata e fulminea la prima crisi convulsiva (Beretta Perez 1991, p. 213). Non ci spiega ma utilizza la storia di Luigi per farci intuire dove si è rivolto il nostro immaginario sull’infanzia troppo indirizzato ad una visione scientifica: teorie dello sviluppo psicologico, stadi e percorsi evolutivi, progetti pedagogici etc.</p>
<p>Questa idea lineare di crescita e sviluppo, di tempo progressivo, non ci fa soffermare su un altro tempo ‘ritmico, sincronico, circolare’. Noi vediamo il bambino che diventa grande e ciò diciamo che è istintivo, naturale, semplice, creativo. È lui che ci guida. Ma «se queste riflessioni possono essere condivise, i genitori di un bambino che neghi con la sua malattia (epilessia) questo mondo di immagini luminose non potranno che misconoscere il loro figlio quale realmente è ed abbandonarlo gridando (ognuno dei protagonisti di questo dramma) il proprio dolore inespresso in una solitudine senza echi» (ivi, p. 216).</p>
<p>Di fronte a situazioni tanto drammatiche scrive la Perez: «sappiamo che si attivano fantasie, connesse ad immagini profonde ed arcaiche, che vorrebbero cancellare il dolore, riparando l’errore intollerabile». Proiezioni salvifiche che spingono noi terapeuti a negare il male. Ma la Perez non solo si chiede e ci chiede: ‘Come orientarsi allora? cosa è o cosa  non sarà terapia? Cosa diventerà cura di una psiche che sembra incurabile?’ ma ci dice anche con grande onestà: «nel pormi queste domande ho come risposta solo la consapevolezza del problema ed esperienze, come sempre in gran parte inesprimibili, sulle quali ho cercato ugualmente di fare un po’ di luce» (ivi, p. 217).</p>
<h3>Il Gruppo di Caterina Rocca Guidetti &#8211; Anna Maria Stella</h3>
<p><em> </em>Nel Gruppo condotto da Caterina Rocca Guidetti vennero approfonditi sia gli aspetti teorici sia quelli clinici dell’età evolutiva e della coppia genitoriale, sottolineando l’importanza che questa fase della vita riveste nella formazione dell’individuo, così come nella comprensione della regressione analitica del paziente adulto.</p>
<p>Tra i casi che ci presentò, in particolare, il caso di un bambino seguito da lei a scuola nella sua veste di psicologa scolastica. La descrizione delle caratteristiche fisiche e psicologiche fu molto accurata, ricca di particolari, come d’altronde sempre accadeva. Del bambino illustrò la situazione familiare, l’invio, così come la modalità di lavoro svolto con lui, con i suoi genitori, con le maestre e con il personale non docente. A questo affiancava l’osservazione svolta negli ambienti della scuola: classe, palestra, mensa.</p>
<p>Ci emozionò profondamente il racconto di alcune sedute. In una di queste lo avvicinò utilizzando degli animali di gomma e iniziò una drammatizzazione che metteva in scena la situazione di un bambino in cui un babbo leone e una mamma orsa litigano sempre e una giraffa tenta inutilmente di inserirsi tra di loro per parlare, ma non riesce a sottrarsi alla violenza fisica che esplode nella coppia, anzi, ne diventa lei stessa vittima. Il bambino partecipò al gioco iniziando a picchiare mamma orsa e non smettendo neanche quando questa si lamentava per il dolore. Poi prese in mano un animale di gomma, lo mise in bocca e poi lo offrì alla terapeuta. Fu questo scambio che segnò l’inizio di una fiducia che consentì alla terapeuta di proseguire il lavoro con questo piccolo paziente.</p>
<p>Trovatasi, in un’altra occasione, di fronte al bambino che, buttato a terra, si  lamentava e si rifiutava di recarsi al refettorio insieme agli altri bambini, lei gli si avvicinò e gli coprì la pancia scoperta. Riflettendo su questo suo intervento lo ritenne forse troppo impulsivo, si rimproverò la sua incapacità di attendere e iniziò allora a comporre da sola un puzzle. Il bambino all’inizio si limitò ad osservarla. Poi si avvicinò e spazzò via tutte le tessere del puzzle lanciandole contro un bambolotto. La terapeuta si convinse di avere sbagliato tutto nell’avvicinare il bambino, allora raccolse il bambolotto e iniziò a cullarlo e a cantargli una ninna-nanna. Il bambino glielo strappò dalle braccia, lo strinse forte e continuò a piangere. La terapeuta gli disse che il bambolotto si era fatto male, ma che stava già bene. Gli comunicò anche che quel bambolotto si chiamava Marco, come lui. Il bambino ripeté il nome e sorrise mentre prendeva il bambolotto tra le braccia. La tensione si sciolse e consentì al lavoro terapeutico di progredire.</p>
<p>Da queste descrizioni emerge ciò che caratterizzava il suo lavoro clinico: empatia, intuizione, analisi del transfert e del controtransfert, importanza attribuita all’ambiente inteso sia come ambiente fisico, sia come ambiente umano e affettivo.</p>
<p>Molti furono i quesiti che ci proponemmo di approfondire ed in particolare sulla possibilità di individuare una psicoterapia infantile che possiamo definire ‘puramente junghiana’.</p>
<p>Il Gruppo continuò a riflettere su questi quesiti e molti altri temi che emersero. Particolare rilievo rivestì l’attenzione posta sul colloquio con la coppia genitoriale, che costituì il focus del lavoro del gruppo nel 1998. Si evidenziarono le peculiari competenze necessarie per favorire lo svincolo del bambino e l’emergere delle sue tematiche conflittuali.</p>
<p>Il lavoro svolto però riguardò anche il significato dei disegni dei bambini che Caterina riteneva importante per capire il percorso evolutivo compiuto dal bambino e per mettere a fuoco i problemi che lo preoccupavano, così come i desideri che lo animavano.</p>
<p>Così analizzammo i disegni di uno dei suoi piccoli pazienti. In uno la figura di una madre occupa il centro del foglio e sovrasta gli altri componenti della famiglia, mentre in un altro figura una casa molto instabile e senza aperture. La dominanza della figura materna con una chiusura emotiva che presenta risulta evidente. Infatti mancano le aperture della casa, i particolari del volto che risulta inespressivo, e le mani. Nel disegno successivo, eseguito dallo stesso bambino, verso la madre si dirigono due grossi uccelli con il becco aperto e sembrano pronti ad aggredirla. Così, attraverso i disegni seguenti, si può intravvedere l’emergere del Sé rappresentato dall’albero e la prevedibile conquista dell’autonomia.</p>
<p>Le riflessioni sul setting nella psicoterapia infantile portano a considerare sia le particolarità che deve presentare lo spazio fisico, così come il materiale utilizzato nella seduta, sia una modalità comunicativa dove prevale la dimensione sensomotoria, l’espressione corporea, il gioco, il disegno. Viene sottolineata, inoltre, l’importanza che riveste l’ambiente nella terapia con i bambini, così come il gesto. L’ambiente deve essere affidabile. Il gesto deve essere spontaneo. La coppia bambino-analista accede ad uno spazio transizionale, un’area dell’illusione che collega la creatività primaria con la crescente capacità di riconoscere e accettare la realtà, un’attività simbolica che getta ponti tra mondi, che media tra gli opposti, senza distruggere la tensione che proviene dall’esperirli come opposti, preservandone la loro strana, paradossale congiunzione.</p>
<p>Riflessioni presero spazio riguardo alla necessità, da parte dell’analista, di sgombrare la mente da teorie, privilegiando la componente affettiva.</p>
<p>Nei suoi ultimi anni di lavoro Caterina indirizzò i suoi interessi sulla terapia della coppia, partendo dalla frase di Jung che sostiene che ‘il problema è di chi è contenuto e di chi contiene’. Le tematiche trattate riguardavano le principali trasformazioni cui la coppia va incontro nel corso del tempo nonché gli elementi inconsci che intervengono ad incrinare la solidità della coppia. Il testimone di questi ultimi contributi, dopo che Caterina smise di lavorare, è stato raccolto da Rosa Maria Dragone e Anna Maria Stella che continuato a coordinare il gruppo teorico clinico sulla terapia di coppia.</p>
<hr />
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>Beretta Perez A. 1984, <em>Lo spazio del gioco nella relazione psicoterapeutica</em>, in F. Montecchi (a cura di), <em>La psicoterapia infantile Junghiana</em>, Il Pensiero scientifico, Roma (raccolta di scritti relativi al Convegno Internazionale ‘Teoria e prassi della psicoterapia infantile junghiana’, 21- 22-23 maggio 1982 – Ospedale pediatrico Bambino Gesù).</li>
<li>Beretta Perez A. 1991, <em>Un bambino si ammala: simboli e trasformazioni di una cura psicologica. Riflessioni su un caso di epilessia</em>, in F. Montecchi (a cura di), <em>Modelli teorici della psicoterapia infantile junghiana</em>, Bolla ed., Roma (Atti del convegno omonimo giugno 1990 – Ospedale pediatrico Bambino Gesù).</li>
<li>Beretta Perez A. 2011, <em>Piccole storie di ‘immagini che curano’</em>, in F. Bianchi di Castelbianco &#8211; M. Di Renzo (a cura di), <em>Fiaba, disegno, gesto e racconto. Le metafore della relazione terapeutica con il bambino</em>, Magi Edizioni, Roma.</li>
<li>Di Renzo M. 2011, <em>Fiaba, disegno, gesto e racconto. Le metafore della relazione terapeutica con il bambino</em>, in F. Bianchi di Castelbianco &#8211; M. Di Renzo (a cura di), <em>Fiaba, disegno, gesto e racconto. Le metafore della relazione terapeutica con il bambino</em>, Magi Edizioni, Roma.</li>
<li>Zambrano M. 2007, <em>Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione</em>, Marietti, Bologna 2008.</li>
</ul>
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		<title>Cinema e clinica junghiana: il disturbo ossessivo-compulsivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Anna Maria Stella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Dec 2016 11:29:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2016 Numero Extra]]></category>
		<category><![CDATA[Il Grande Schermo: risonanze analitiche]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Maria Stella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo testo riassume il mio intervento nell&#8217;incontro che ha visto la proiezione, presso la sede  romana del CIPA, del film Qualcosa è cambiato, di James L. Brooks, sul disturbo ossessivo-compulsivo, facente parte del programma di Cineforum CIPA-LIRPA del 2014-2015 sui disturbi psicopatologici. In questo film, ambientato a New Jork, il protagonista Melvin Udall, interpretato magistralmente&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questo testo riassume il mio intervento nell&#8217;incontro che ha visto la proiezione, presso la sede  romana del CIPA, del film <em>Qualcosa è cambiato</em>, di James L. Brooks, sul disturbo ossessivo-compulsivo, facente parte del programma di Cineforum CIPA-LIRPA del 2014-2015 sui disturbi psicopatologici.</p>
<p>In questo film, ambientato a New Jork, il protagonista Melvin Udall, interpretato magistralmente da Jack Nicholson, impersona il ruolo di uno scrittore di romanzi rosa di successo che soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo. Lo vediamo alle prese con quei rituali, tipici di questa patologia, in cui un’azione appena compiuta viene annullata da quella successiva. Così chiude ed apre la porta a chiave più volte, accende la luce per spegnerla subito dopo e quindi riaccenderla, si lava ripetutamente le mani per eliminare microbi con i quali pensa di essere venuto a contatto, cammina sui marciapiedi saltellando da un punto all&#8217;altro, urtando i passanti, secondo un suo schema preciso e immodificabile, volto ad evitare i punti di congiunzione tra una lastra e l&#8217;altra della pavimentazione. Vive isolato dagli altri, nel chiuso del suo appartamento, dove impiega il suo tempo a scrivere stucchevoli romanzi d&#8217;amore accompagnandosi al pianoforte.</p>
<p>Melvin Udall, animato da teneri sentimenti quando si isola nel suo appartamento, si trasforma quando viene a contatto con l&#8217;altro. Accanto alla sua ossessione per i germi e le sue fobie emergono comportamenti moralmente condannabili, caratterizzati da: misantropia, crudeltà, disprezzo, razzismo.</p>
<p>Detesta tutti e non perde occasione per offendere, umiliare e manifestare la sua intolleranza con battute taglienti, in particolare: le persone di colore, gli omosessuali, gli ebrei, le persone anziane e gli animali.</p>
<p>Un giorno, trovando sul pianerottolo di casa il cane del suo vicino Simon, mentre sta facendo i suoi bisogni, non esita a buttarlo nello scarico delle immondizie e, interrogato dal padrone sulla scomparsa del suo animale, Melvin mente rispondendo: «spero che lo trovi: lo amo quel cane!» «Lei non ama un bel niente Signor Udall!» replica Simon.</p>
<p>Simon è un pittore gay che viene apostrofato da Melvin con epiteti offensivi come ‘checcha’ ‘finocchio’ e, all&#8217;amico di colore che interviene per difenderlo, ritenendo che non abbia nemmeno il diritto di parlare, gli si rivolge con queste parole: «per di più sei nero!».</p>
<p>Ogni giorno Melvin si reca allo stesso ristorante, portando da casa le sue posate e un giorno, trovando occupato quello che considera ‘il suo tavolo’, apostrofa i due clienti che stanno conversando tra di loro in questo modo: «La gente che parla per metafore mi dovrebbe fare uno shampoo allo scroto!». Si lamenta con la cameriera, interpretata da Helen Hunt, pretendendo che a servirlo sia sempre e solo lei, sollecitandola a trovargli un tavolo subito, perché lui ha fame e  facendole presente che al ‘suo tavolo’ siedono degli ebrei che non esita ad offendere di nuovo, sperando che si affrettino a lasciargli il posto: «L&#8217;appetito non è grande quanto il vostro naso!».</p>
<p><em>Qualcosa cambia</em> nel modo di fare del protagonista quando un giorno Simon, brutalmente aggredito da sconosciuti, finisce per trovarsi in serie difficoltà economiche, incapace di far fronte alle spese per l&#8217;assistenza sanitaria e, al momento della convalescenza, non potendosi occupare del suo cagnolino Verdell, chiede a Melvin di aiutarlo. Melvin, anche se a malincuore e infastidito, accetta.</p>
<p>Accade anche che Carol, donna <em>single</em>, madre di un bambino molto cagionevole di salute che necessita di costose cure mediche, un giorno, dovendosi occupare del figlio malato, sia obbligata ad assentarsi dal lavoro. Melvin allora si preoccupa di contattare il suo medico personale offrendosi di pagare l&#8217;onorario in modo che il bambino venga curato adeguatamente e si reca a casa di Carol per pregarla di tornare al lavoro e servirgli il pranzo, senza per questo risparmiarle battute pungenti e ammettendo che sta cercando di «non coinvolgere le emozioni».</p>
<p>Intanto Simon, caduto in miseria, precipita in uno stato depressivo tale che non riesce neanche più a dedicarsi alla pittura. Melvin, al ritorno di Simon a casa, gli restituisce il cagnolino Verdell al quale si era affezionato, tanto che si commuove guardando la ciotola del cibo rimasta vuota.</p>
<p>Simon accoglie il suggerimento del suo amico gallerista Frank di recarsi a Baltimora dove vivono i suoi genitori che potrebbero offrirgli un aiuto economico. Melvin e Carol accettano di accompagnarlo. Al ritorno a New Jork, Carol confessa a Melvin che, a causa dei comportamenti da lui tenuti durante il viaggio, non riesce più a sopportarlo. È Simon che interviene, convincendo Melvin, che ammette di essere stato «sfrattato dalla sua vecchia vita» proprio grazie a Carol, a reagire e a recarsi da lei. Si accorge, uscendo, che si era dimenticato, forse per la prima volta, di chiudere la porta di casa a chiave e, preso finalmente atto del ruolo che Carol ha giocato nell&#8217;aiutarlo a superare le sue ossessioni, riesce a dirle: «Mi fai venir voglia di essere un uomo migliore» e trova, dopo aver a lungo tergiversato, facendo ripetute <em>gaffes</em>, il coraggio di dichiararle il suo amore e di farle un complimento da lei più volte sollecitato.</p>
<p>Così la sua corazza difensiva va in frantumi quando egli si schiude alle emozioni e all&#8217;affettività, consentendo, in questo modo, l’avvio di un movimento trasformativo.</p>
<p>Prendendo in considerazione il caso di Melvin, richiamo i casi clinici studiati da Jung riguardanti il disturbo ossessivo-compulsivo per esaminare questi tre aspetti: 1) l&#8217;approccio di Jung a questo disturbo; 2) i casi clinici da lui trattati; 3) le possibilità di cura da lui previste.</p>
<p>Per quanto riguarda il primo punto, Jung afferma che, in tutti i casi di nevrosi ossessiva da lui osservati, aveva rilevato la presenza di un complesso a tonalità affettiva che, pertanto, va ritenuto la vera <em>causa morbi</em>, la causa di questa, come di altre patologie.</p>
<p>All’origine di questo, come di altri disturbi sarebbe, quindi, quell&#8217;insieme di pensieri, ricordi, rappresentazioni, fortemente impregnati emotivamente e che godono di una relativa autonomia dalla coscienza, in grado di sottrarsi alla padronanza dell&#8217;individuo e che finiscono con l&#8217;interferire con le sue intenzioni coscienti o lo spingono a deviare da queste: nel film il protagonista quando cerca di manifestare i suoi sentimenti lo fa in maniera impropria e così goffa che la sua dichiarazione d’amore si trasforma in una grave offesa.</p>
<p>Il complesso Jung lo paragona ad un vassallo in rivolta, capace di condizionare il pensiero, la memoria, il linguaggio e di provocare una scissione della personalità. Le idee, secondo Jung, sono governate dall&#8217;affettività e da questa, e non da leggi fredde e razionali,  traggono la loro energia. Così Melvin è capace, nel chiuso del suo appartamento di eseguire al piano deliziose melodie, ma non è assolutamente in grado di rivolgere un complimento o compiere un gesto gentile verso gli altri.</p>
<p>È la logica del sentimento che prevale e, quando ci troviamo di fronte a reazioni affettive inadeguate o esagerate rispetto allo stimolo, possiamo arguire che queste siano la spia di un complesso a tonalità affettiva; si è andati, con un semplice gesto o parola, a colpire la ferita producendo, in questo modo, una alterazione nelle sensazioni somatiche, che sono strettamente legate all&#8217;Io che è, tra i complessi, quello più stabile. Jung, andando oltre la teoria freudiana riteneva che l&#8217;affettività fosse «molto più della riflessione, l’elemento propulsore in tutte le nostre azioni e omissioni» (Jung 1907, p.46 nota 96). I casi clinici trattati da Jung, dove si evidenzia un disturbo ossessivo-compulsivo, sono relativi a due pazienti incontrati nell&#8217;esperimento sulle associazioni verbali: un musicista, che presentava stati di angoscia e il timore ossessivo di non riuscire più ad eseguire un ‘assólo’, e la Signorina E., affetta da insonnia, inquietudine, irritazione, impazienza, insofferenza, ed ossessionata dalla paura di non riuscire a dormire mai più, fino ad impazzire o a morire, e in preda a varie altre paure.</p>
<p>Jung attribuisce, le risposte del musicista, alla sua vita caotica, caratterizzata da relazioni chiuse spesso in modo burrascoso, mentre, per la Signorina E. chiama in causa un complesso dove a prevalere è la componente erotica.</p>
<p>Ricordiamo che Jung, quando avanza queste ipotesi ed insiste sulla coloritura sessuale del complesso, orbita ancora attorno alle teorie pansessuali di Freud, dalle quali, in seguito, prenderà le distanze. Egli, però, riconosce a Freud il merito di aver sottolineato il ruolo che gioca l’affetto nelle neuropsicosi di difesa, in seguito chiamate psiconevrosi, dove, quando esso si converte in innervazioni somatiche, scatena l’isteria classica, mentre, quando viene spostato su un altro insieme di rappresentazioni, causa la nevrosi ossessiva. In entrambi i casi, comunque, si verifica una incompatibilità tra rappresentazioni traumatiche e contenuto ‘normale’ della coscienza e, di conseguenza, il contenuto inconciliabile viene rimosso e l’affetto che, secondo Freud, è sempre di natura sessuale e traumatica, non viene abreagito, cioé scaricato.</p>
<p>Riferendosi alla Signorina E. Jung afferma: «La sua personalità abituale (di brava e seria istitutrice) e la sua personalità sessuale (ossessionata da idee e fantasie voluttuose) sono infatti due complessi diversi, due diverse coscienze, che non vogliono o non possono sapere nulla l&#8217;una dell&#8217;altra»(Jung 1906, p.189).</p>
<p>Contenuti osceni rimossi coesistono con contenuti più nobili e conducono un’esistenza separata «costituiscono uno Stato nello Stato, una personalità nella personalità; […] due coscienze tenute separate da forti inibizioni emotive. Un’anima non può e non deve sapere nulla dell&#8217;altra» (ivi, p.194).</p>
<p>Uno dei meccanismi di difesa all’opera in questo disturbo è lo spostamento che fa sì che si cerchi di compensare, in un ambito, quel contenuto che si sente carente in un altro. Così l’ossessione di Melvin per l’ordine e la pulizia possono rappresentare lo spostamento del desiderio di essere in contatto con lo sporco e il caos; inoltre, la proiezione, che mette in atto, della parte non integrata, la parte d’Ombra, produce, come conseguenza, il suo isolamento dal mondo e dagli altri, e l’emergere di tratti autoerotici e autistici. La sua malevolenza, proiettata sull’ambiente, rafforza l’isolamento e lo spinge, ancora di più, a separarsi dal mondo.</p>
<p>Il caso che Jung riferisce nel suo testo <em>Tipi psicologici</em> (1921) riguarda una grave nevrosi ossessiva di un nevrotico introverso, intellettuale, diviso tra l’idealismo trascendentale e la frequentazione dei bordelli più malfamati, senza che la sua coscienza potesse prendere atto dell’esistenza di un conflitto morale o estetico: i due ambiti venivano tenuti rigorosamente separati.</p>
<p>E ancora, l’insorgenza di una grave nevrosi ossessiva la rileva in un paziente di sedici anni che gli riferisce un sogno che si ripresentò due volte, segno, secondo Jung, della sua importanza. In questo sogno: «Egli cammina per una strada sconosciuta. È buio. Ode dei passi dietro di sé. Cammina più in fretta, un po’ impaurito. I passi si avvicinano, e la sua paura cresce. Comincia a correre. Ma i passi sembrano raggiungerlo. Infine si volta e scorge il diavolo. Nella sua angoscia mortale salta in aria e vi rimane sospeso» (Jung 1928, p.180).</p>
<p>A proposito di questo caso Jung scrive che la nevrosi ossessiva «per la sua scrupolosità e per il suo obbligatorio cerimoniale, ha l’aspetto superficiale di un problema morale, ma internamente è piena zeppa di inumanità, di criminalità e di scelleratezza contro la cui integrazione la personalità, per altro finemente organizzata, disperatamente resiste. Ecco perché tante cose debbono esser fatte in maniera scrupolosa, come un cerimoniale: per far da contrappeso al male che sta minaccioso nel fondo. Dopo quel sogno cominciò la nevrosi, la quale sostanzialmente consisteva in ciò, che il paziente si manteneva in uno stato puro, ‘provvisorio’, come egli diceva, sopprimendo o rendendo ‘privo di valore’ il contatto col mondo e con tutto ciò che ricorda la transitorietà, mediante una pazzesca meticolosità, scrupolose cerimonie di pulizia e l&#8217;osservanza rigorosissima di infiniti e complicatissimi precetti. Prima ancora che il paziente sospettasse l&#8217;esistenza infernale che lo attendeva, il sogno gli mostrò l&#8217;esistenza infernale che lo attendeva, il sogno gli mostrò che gli occorreva un patto col Male, se voleva ritornare sulla terra» (ivi, pp.180-181). Jung riferisce, nei suoi scritti, un altro caso di un paziente molto razionale, che considerava i sogni pura superstizione, e la natura si vendicò di lui facendogli maturare l’idea ossessiva di avere un cancro. Jung lo invitò a prendere sul serio questa sua ossessione e non a disprezzarla. Avrebbe dovuto considerare queste idee come una forma compensatoria della sua coscienza per scoprire le radici di questa idea ossessiva e lo invitò, quindi, a considerare i suoi sogni, convinto che avrebbero fornito le informazioni necessarie per arrivare alla radice del male. L’ossessione si trova dove domina l’incoscienza, che coincide anche con una mancanza di libertà, con la schiavitù, in quanto si viene catturati, posseduti da qualcosa, da dèmoni, così come sostenuto dalla tradizione popolare: «quanto più staccato è l’inconscio, in forme tanto più forti si contrappone alla coscienza: se non in quelle figure divine, nella forma sinistra di stati ossessivi […] e di affetti morbosi» (Jung 1942/1948, p.161).</p>
<p>E, in un altro suo scritto, Jung afferma che il primitivo definisce questo uno stato di possessione o una migrazione dell’anima, mentre noi lo esprimiamo dicendo «non so cosa mi ha preso», «ha il diavolo in corpo», «è fuori di sé» &#8211;  «sembra un ossesso» (Jung 1929/1957, pp.44-45). Riferisce di un altro paziente che soffriva di nevrosi ossessiva e che si chiedeva come mai non fosse guarito, malgrado avesse analizzato a fondo la sua nevrosi. Con l’aiuto di una serie di domande, Jung scopre che egli conduceva una vita molto dispendiosa, perché ingannava una donna e usava il denaro che lei aveva guadagnato lavorando onestamente, fingendo che il denaro non provenisse da lei. Gli si rivolge così: «Lei sta fingendo con sé stesso che quel denaro non venga da quella donna, ma vive alle sue spalle e questo è immorale. Ecco la causa della sua nevrosi ossessiva. È la compensazione e la punizione per un atteggiamento immorale. Certo il mio punto di vista è totalmente ascientifico, ma io sono convinto che si meriti la sua nevrosi ossessiva e che lo tormenterà fino alla fine di suoi giorni se continuerà a comportarsi come un maiale» (Jung 1935, p.137) Questo individuo avrebbe dovuto essere in prigione «e la sua nevrosi ossessiva lo sistema a dovere» (ivi, p.138).</p>
<p>Quanto al terzo aspetto che ho preso in esame, Jung ritiene che la cura migliore per i pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo sia quella di obbligarli, con una certa inflessibilità, a ripescare e comunicare apertamente le rappresentazioni rimosse che la loro coscienza non sopporta. Occorre quindi, non tanto aiutarli, come sostenuto da Freud, con l&#8217;‘abreazione’, ma nel potenziare e nel rafforzare la volontà.</p>
<p>Egli indica, inoltre, altri modi per liberarsi del complesso e, tra questi, cita lo spostamento a qualcosa di completamente opposto, così come accade nel passaggio dall’onanismo all&#8217;atteggiamento mistico o, ancora, affiancando ad un complesso ossessivo, un altro complesso ossessivo.</p>
<p>In caso di mancata risoluzione del complesso Jung prospetta diversi casi: a) se la rimozione del complesso è solo parziale, esso tende a ripresentarsi; b) se si fa ricorso a formazioni di compromesso, si sviluppa un isterismo, con conseguente limitato adattamento all’ambiente; c) se il complesso rimane inalterato, il complesso dell&#8217;Io e le sue funzioni, risulteranno gravemente danneggiate ed è ciò che si può constatare nei casi di <em>dementia praecox</em>, dove la personalità subisce un evidente impoverimento. Il lavoro con gli schizofrenici, la cui personalità è disgregata, è impedito dalla impossibilità di influire sulla loro psiche e «questa caratteristica, la schizofrenia la condivide con la nevrosi ossessiva, che è la sua parente più prossima nel campo delle nevrosi» (Jung 1961, p. 242).</p>
<p>E prosegue dicendo che molte nevrosi ossessive mascherano la schizofrenia e sono, come l&#8217;isteria, psicosi latenti che possono evolvere in psicosi manifeste, così come impulsi ossessivi possono trasformarsi in allucinazioni uditive.</p>
<p>Inoltre, quando il complesso diventa predominante e rigido, produce nel cervello una distruzione più o meno ampia dell’encefalo, una decerebrazione. (Jung 1907, p.105) e ciò avviene in quanto il forte affetto che sta all’origine di questa malattia potrebbe produrre una tossina che distrugge il cervello, anche se, nella produzione di questa tossina, ammette che possano intervenire anche cause non psicologiche. In questo modo viene distrutta quella che Janet chiamava <em>fonction du réel</em>, nel senso che il malato è alienato dalla realtà, risulta escluso dalla partecipazione agli avvenimenti oggettivi.</p>
<p>Quanto al tipo di soggetti che corrono il rischio di soffrire di una nevrosi di tipo ossessivo Jung li indica nei tipi introversi intuitivi che rientrano nei tipi irrazionali e nei quali la percezione rappresenta la funzione fondamentale o superiore, quella più differenziata. I loro giudizi conservano delle caratteristiche infantili o primitive, così risultano o ingenui, o indelicati, o rozzi o prepotenti e si sorprendono se le loro sensazioni differiscono dalla realtà.</p>
<p>Il protagonista del film, Melvin Udall, avrebbe tutte le caratteristiche per rientrare in questa tipologia e la possibilità di sviluppare la funzione ‘inferiore’– sentimento, che Jung considera, insieme alla funzione–pensiero, facente parte delle funzioni irrazionali, gli viene offerta dal prendere contatto con quegli aspetti di sé, a lungo negati e sacrificati, vicini all’area istintuale e che si attivano nel momento in cui si innamora di Carol o si prende cura del cagnolino Verdell e non si ostinano più a configurarsi come sintomi ossessivi-compulsivi.</p>
<hr />
<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<ul>
<li>Tutte le citazioni fanno riferimento a: Jung C.G., <em>OCGJ</em>, voll. 19, Boringhieri, Torino 1969-2007</li>
<li>1906, <em>Psicoanalisi ed esperimento associativo</em>, vol. 2**</li>
<li>1907,  <em>Psicologia della dementia praecox</em>, vol. 3</li>
<li>1921, <em>Tipi psicologici</em>, vol. 6</li>
<li>1928, <em>L’Io e l’inconscio</em>, vol. 7</li>
<li>1929/1957, <em>Commento al “Segreto del Fiore d’oro”,</em> vol.13</li>
<li>1935 <em>Fondamenti della psicologia analitica</em>, vol.15</li>
<li>1942/1948, <em>Saggio d’interpretazione psicologica del dogma della Trinità</em>, vol. 11</li>
<li>1961, <em>Simboli e interpretazione dei sogni</em>, vol.15</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/cinema-e-clinica-junghiana-il-disturbo-ossessivo-compulsivo/">Cinema e clinica junghiana: il disturbo ossessivo-compulsivo</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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		<title>La terapia della coppia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Caterina Rocca Guidetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jan 2013 07:36:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2013 Numero 2]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Corridore]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Maria Stella]]></category>
		<category><![CDATA[Caterina Rocca Guidetti]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Rondanini]]></category>
		<category><![CDATA[Rosa Maria Dragone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima parte La terapia della coppia nasce nella seconda metà degli anni ’40 in Inghilterra, nell’ambito quindi della tradizione clinica della ‘scuola britannica’, che a partire dai contributi di M. Klein, R. Fairbairn, D. Winnicott introdusse e sviluppò i principi teorici e metodologici delle relazioni oggettuali, che rappresentarono un cambiamento radicale del paradigma clinico rispetto&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/la-terapia-della-coppia/">La terapia della coppia</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Prima parte</h3>
<p>La terapia della coppia nasce nella seconda metà degli anni ’40 in Inghilterra, nell’ambito quindi della tradizione clinica della ‘scuola britannica’, che a partire dai contributi di M. Klein, R. Fairbairn, D. Winnicott introdusse e sviluppò i principi teorici e metodologici delle relazioni oggettuali, che rappresentarono un cambiamento radicale del paradigma clinico rispetto alla classica teoria pulsionale di Freud. In particolare, con i concetti di idealizzazione, proiezione, scissione, poi di identificazione proiettiva si pervenne anche, in forza di questa nuova <em>forma mentis </em>relazionale, a sperimentare setting diversi e più estesi rispetto a quello individuale. La psicoanalisi infantile con la stessa Klein e con Anna Freud era già una realtà. In più, negli anni della seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, in un clima di generale rinnovamento, scatenato anche in ambito psicoanalitico dalla morte del fondatore, W. Bion e S.H. Foulkes, distintamente l’uno dall’altro, sempre in Inghilterra, avviarono in qualità di psichiatri, la pratica clinica e i fondamenti teorici della psicoterapia di gruppo nei loro interventi con i militari reduci di guerra.</p>
<p>È negli anni ’60, in seguito anche all’opera di Winnicott, con la sua attenzione alla relazione primaria madre-bambino, in grado di determinare, o condizionare fortemente, le modalità future di investimento oggettuale, che tali principi poterono sensibilizzare il lavoro degli psicologi nei riguardi dei genitori e ampliare la prospettiva del setting terapeutico con le coppie.</p>
<p>Lo psichiatra Henry Dicks, il promotore della terapia della coppia, fu attratto specificamente dalla concezione espressa da Fairbairn, psichiatra di Edimburgo, il quale aveva introdotto un principio diverso rispetto a quello di Freud. Freud, entro il modello della propria teoria pulsionale, faceva iniziare tutto «dalla stimolazione del sistema nervoso a seguito di una eccitazione di varie zone erogene e di una tensione interna che nasce dalla attività gonadica». Fairbairn considerava invece lo stadio di dipendenza infantile da un oggetto gratificante come il punto di partenza della capacità di intrecciare e sviluppare rapporti umani e la sua frustrazione come l&#8217;origine della psicopatologia. L&#8217;Io, presente fin dalla nascita, e l&#8217;energia libidica che è funzione dell&#8217;Io, sono fondamentalmente alla ricerca dell&#8217;oggetto, e non – come Freud sosteneva – alla ricerca del piacere. Le zone erogene non sono mete libidiche primarie, ma soltanto canali che mediano la finalità primaria di ricerca dell&#8217;oggetto. La relazione primaria alla base della relazione oggettuale. Per la verità, Fairbairn non è ritenuto, anche in ambito freudiano, il primo teorico di questa nuova visione relazionale, sebbene nel suo isolamento scozzese egli vi pervenne in modo pressoché autonomo. Negli stessi anni, anche Balint, allievo di Ferenczi, e lo stesso Winnicott avevano esplicitato nei loro scritti questa nuova prospettiva teorica. Ma fu Fairbairn soprattutto che stimolò direttamente le idee di Dicks.</p>
<p>Dicks vede nel matrimonio, o in una relazione affettiva duratura e significativa, una specie di ‘relazione terapeutica naturale’, in quanto essa viene formata proprio con l&#8217;obiettivo di accedere a una dimensione nuova ed evoluta, in grado di trasformare e rigenerare quanto già sperimentato sul piano affettivo e relazionale nei contesti familiari di provenienza: ognuno perciò reca con sé aspettative, desideri, bisogni di riparazione e li affida all&#8217;altro che tuttavia deve possedere aspetti di sé corrispondenti a tali attese, generando così nuove combinazioni delle rispettive trame narrative e fantasmatiche.</p>
<p>Possiamo considerare il matrimonio come una struttura o membrana diadica, come la chiama Dicks, dentro la quale si muovono due sistemi psicofisici, in interazione continua: dobbiamo pensare, quindi, al matrimonio non come a qualcosa di statico, ma come a un&#8217;entità psicodinamica. Questa struttura, o membrana diadica, contrassegna il diverso genere di realtà che è dentro di essa per distinguerlo da quello che è fuori di essa.</p>
<p>È importante la flessibilità del confine di questa struttura, cioè fino a che punto questa flessibilità può includere, senza danno per l&#8217;altro, quegli elementi propri o della coppia che sono rimasti fuori e, potremmo dire, quegli elementi per i quali è stata costituita. Ovviamente più è rigido questo confine più gravi potrebbero essere i danni, nel senso che le possibilità escluse al suo interno possono prima o poi defluire esternamente compromettendo la stessa unione. Però, quando un varco si apre nella membrana diadica ad opera di uno o di entrambi i partner, esso può svolgere anche una funzione positiva e servire ad attivare potenzialità relazionali precedentemente escluse.</p>
<p>Ma come si arriva al matrimonio? Come si sceglie il partner? Secondo Jung le motivazioni che sottendono alla scelta del partner traggono origine soprattutto dai genitori ed infatti scrive: «è in primo luogo il tipo di legame con i genitori a influenzare a livello inconscio la scelta del coniuge, favorendola od ostacolandola» (Jung C.G. 1925, p.184). La scelta più comune è la proiezione dell&#8217;immagine interna del genitore del sesso opposto. Naturalmente l&#8217;immagine ideale di quel genitore senza gli aspetti negativi.</p>
<p>Il matrimonio è il più intimo e privato rapporto che conosciamo fra due persone. È un&#8217;esperienza intensa che possiamo paragonare al rapporto madre-bambino. Implica un&#8217;accettazione totale dell&#8217;altro, sebbene questa sia da considerarsi, più che la precondizione, l’approdo di un cammino innanzitutto dell’individuo e progressivamente della coppia. Che sia essenziale che un matrimonio funzioni bene è un dato inequivocabile, sia per la salute del singolo che della famiglia, ma anche per la società di cui è tuttora un nucleo fondamentale. Perché la coppia funzioni ciascun partner deve essere in grado di rapportarsi all’altro riconoscendolo come separato da sé, con caratteristiche proprie e indipendenti, con pensieri e modalità autonome con cui poter negoziare la relazione e la vita in comune. Ciò che inizialmente viene ricercato è una dimensione di costanza affettiva che garantisca una continuità con le precedenti esperienze ma nel contempo prometta possibilità trasformative e riparative.</p>
<p>In questo senso il legame di coppia è stato definito da Dicks ‘l’incastro di due mondi interni’, da intendersi come il tentativo, più o meno cosciente, di risolvere attraverso l’unione le problematiche interiori individuali. Questo ‘affido’ reciproco di aspetti del proprio mondo interno può essere usato propulsivamente, all’insegna del compito evolutivo legato a processi di individuazione-separazione, oppure può rappresentare la messa in atto di una coazione interna regressiva, cui può corrispondere, in più, una compiacenza o disponibilità dell’altro che collude a una relazione distorta.</p>
<p>Giungono nella pratica clinica coppie che pur vivendo relazioni paralizzanti, castranti, persecutorie, perverse, tuttavia non riescono a cambiare, condannate in una dimensione di convivenza e di distanza. Si osserva in particolare la modalità di respingere aspetti di sé negativi, forzando l’altro a rivestire quei contenuti che non possono essere assunti in proprio perché dolorosi, o inaccettabili. Proiettare elude, come sappiamo, lo sforzo della consapevolezza, ed evita quindi il cambiamento.</p>
<p>Può accadere, d’altro verso, che il partner si faccia interprete di quanto immesso in lui/lei, proponendo a sua volta un copione interno speculare. La crisi insorge quando uno o entrambi i coniugi rinunciano improvvisamente o progressivamente a svolgere quella funzione di recettore che avveniva prima.</p>
<p>Quando una coppia si presenta a noi per difficoltà varie, ci chiediamo quale uso viene fatto della relazione a partire dall’ingaggio vicendevole. La domanda iniziale, schematicamente, è: complementarità riparativa o collusione disadattiva? In questo secondo caso, noi dobbiamo considerare il matrimonio come il malato, la interazione della coppia come il malato. Certamente dobbiamo fare una valutazione di ciascuno dei partner come individuo a sé, una valutazione dei fattori socio-culturali, del loro passato e del presente; ma il malato è il matrimonio.</p>
<p>Insistiamo su questo concetto perché, a volte soltanto uno dei partner appare malato, mentre l&#8217;altro assume l&#8217;atteggiamento dell&#8217;osservatore distaccato che viene soltanto per un atto di cortesia verso il partner o, addirittura, di cortesia verso il terapeuta.</p>
<p>Una volta, un marito disse: «questa sera non volevo venire, sono venuto solo per correttezza nei suoi riguardi». Per cui si può essere tentati di seguire, soltanto, il partner che appare malato. Questo sarebbe un grave errore perché il <em>focu</em>s della terapia è l’integrazione coniugale e non il cambiamento di un coniuge a beneficio dell’altro coniuge.</p>
<h3>Seconda parte</h3>
<p>E’ possibile fare terapia di coppia a qualsiasi coppia? Ovviamente la risposta è no.</p>
<p>Ma non ci sono regole fisse o rigide. Possiamo dire quale è la nostra linea di condotta che è simile a quella di Giannakulas e degli operatori della Tavistock Clinic di Londra.</p>
<p>Per esempio, escludiamo dalle sedute congiunte, quelle coppie in cui uno dei partner è affetto da una malattia organica attiva o da una psicopatia grave o da una tossicomania – perché in questi casi è più utile una terapia individuale – oppure nasconde qualcosa.</p>
<p>Facciamo un esempio: una coppia sulla cinquantina: lei bionda, carina, forse un po’ troppo seria, casalinga; lui bruno non brutto, imprenditore. Era il primo colloquio. Lei raccontò che con il marito erano sorte delle difficoltà, lui negò, lei esplose: «ma se non facciamo più l’amore, abbiamo anche consultato il medico!»</p>
<p>Nel colloquio singolo lei raccontò che era innamorata del marito ed era sicura che anche lui lo fosse di lei ma, da un po’ di tempo, quando tentavano di fare l’amore, lui si bloccava.</p>
<p>Il terapeuta ipotizzò qualche pensiero dominante e la donna rispose: «si, il lavoro è aumentato ma non so altro. Ma se lei sospetta un’altra donna la risposta è NO! Mio marito non mi tradirebbe mai!»</p>
<p>Nel colloquio singolo lui ripeté che la moglie era esagerata, certo non era più come prima, il lavoro era aumentato. Poi un lungo silenzio. L’uomo si sentiva osservato, allora disse che da due anni aveva un’amante e sottolineò, molto più giovane di lui, ma che stava cercando di chiudere il rapporto, cosa non facile. Lui voleva bene alla moglie e non  voleva che lei lo sapesse, ma non era facile chiudere con l’altra. Nel colloquio congiunto si disse che non c’erano gli elementi per una terapia di coppia, ma se avessero voluto dei nominativi di colleghi analisti con cui parlare … Lei rimase malissimo.</p>
<p>Torniamo ai casi in cui la terapia di coppia è utile:</p>
<ol>
<li>in situazioni in cui il trattamento è focalizzato sugli stress prodotti in entrambi i coniugi dal vivere l’uno con l’altro;</li>
<li>nei casi in cui i conflitti concernono il predominio e la sottomissione;</li>
<li>nei casi dei disturbi della funzione sessuale (impotenza maschile, frigidità femminile, dolori durante l’amplesso); a meno che non ci sia una patologia organica o biochimica, questi sintomi sono segnali di conflitti nella persona circa i rapporti oggettuali libidici proiettati sul partner;</li>
<li>in situazioni legate alla perdita di affetto: il ‘partner malato’ chiede aiuto per il cattivo comportamento del ‘partner che sta bene’.</li>
</ol>
<p>Oggi è molto diffusa l’immaturità affettiva che impedisce e danneggia la relazione. Ognuno tende a rimanere chiuso nel suo piccolo mondo di egoismo, di pretese, di lamenti infantili. ‘Sono fatto così’ dice il partner e non crede di poter cambiare o forse non vuole.</p>
<p>Le difficoltà più diffuse sono:</p>
<ol>
<li>la difficoltà di svolgere il proprio ruolo di coniuge;</li>
<li>la diminuzione o assenza di rapporti sessuali;</li>
<li>la scoperta di un amante o altro genere di vita segreta;</li>
<li>una gravidanza inattesa;</li>
<li>un bambino disturbato;</li>
<li>un adolescente che dà preoccupazioni;</li>
<li>la perdita di o la separazione da persone care;</li>
<li>un parente che crea problemi.</li>
</ol>
<p>A proposito di genitori o parenti, può accadere che vengano usati come alleati e che sentimenti di rabbia, non chiariti nell’ambito della coppia, vengano spostati sui parenti. Ad esempio: «tu non hai mai potuto vedere i miei …», «tua madre mi tratta male …» etc.</p>
<p>Così la situazione si allarga a macchia d’olio senza chiarimenti. È importante saper spostare il discorso sulla coppia e far capire che lo slittamento sui parenti è soltanto una fuga dall’affrontare i propri problemi.</p>
<h3>Terza parte</h3>
<p>Purtroppo la terapia della coppia non è ancora abbastanza diffusa, per cui è ancora raro che una coppia venga per se stessa. Più frequentemente la spinta è data da un figlio che presenta problemi.</p>
<p>Partendo dall’esperienza terapeutica fatta con i bambini, cioè che dietro ogni bambino ansioso, disadattato c’è una relazione di coppia difettosa, diamo grandissima importanza al primo colloquio che dividiamo in quattro tempi:</p>
<p>un primo momento in cui si lascia parlare la coppia del figlio e dei problemi del figlio per poi portare il discorso su di loro, ed è qui che è importante l’uso appropriato delle parole. In seguito, quando ci si rende conto che il disagio è nella coppia, si parla con loro separatamente. Infine nuovamente con tutti e due. Il tutto in una sola seduta.</p>
<p>Dopodiché, iniziati i colloqui, non si parlerà mai più singolarmente. Se qualcuno arriva prima aspetta nella sala d’attesa: questo perché, come abbiamo già detto, il malato è il matrimonio, la relazione di coppia. Se c’è qualcosa da dire va detta coraggiosamente e non deve essere un segreto. Parlare singolarmente potrebbe incrinare il lavoro.</p>
<p>Quali sono i vantaggi della Terapia di Coppia? Poiché lo scopo è di modificare il rapporto, nella TC, avendo entrambi i coniugi presenti, il rapporto viene osservato meglio. C’è minor rischio di essere travolti, trascinati dai problemi personali che non sono comuni ai due e che, perciò, sono meno centrali nel loro rapporto. Inoltre si possono fare osservazioni utili che l’assenza dell’altro rinvia all’immaginazione.</p>
<p>Ad esempio l’aspetto fisico, il modo di parlare, la gestualità, la partecipazione, l’abbigliamento, il grado culturale, la capacità di interagire.</p>
<p>Si può, inoltre, osservare se c’è una sincronizzazione nel cambiamento del rapporto.</p>
<p>In termini di sviluppo, dobbiamo pensare che se una persona non ha ancora elaborato e superato una situazione di conflitto con i genitori, se l’Io è rimasto in uno stato di dipendenza infantile, se non è andato oltre la fase filiale, questa persona avrà un investimento del Sé diminuito da offrire in una situazione adulta.</p>
<p>Quindi, per un buon funzionamento di coppia è importante il grado di differenziazione personale raggiunto da ciascun partner prima di innamorarsi, cioè il grado di evoluzione dell’Io.</p>
<p>È importante, durante il lavoro, favorire la maturazione individuale.</p>
<p>Tra le modalità difensive che la coppia mette in atto ricordiamo: la negazione, l’identificazione proiettiva, l’idealizzazione e la collusione. Il significato di collusione è ‘giocare con’, dal latino “<em>ludere cum</em>”, ma “<em>ludere</em>” significa anche ingannare, quindi, un gioco in cui ci si inganna, un gioco nel quale qualcuno attribuisce all’altro, a livello inconscio, bisogni o sentimenti.</p>
<p>La collusione ha la funzione di proteggere le illusioni che hanno determinato la scelta.</p>
<p>Spesso la distruttività dei coniugi nasce dalla loro collusione rispetto all’ideale del matrimonio.</p>
<p>Per quanto riguarda la valutazione della situazione è importante cercare di capire se esiste ancora la membrana diadica, se i due <em>partners</em> sono ancora coinvolti libidicamente, se pur in modo immaturo e doloroso.</p>
<p>Bisogna fare attenzione a quei dati che si riferiscono alla percezione che ogni partner ha dell’altro e alla natura e al livello di sviluppo dell’investimento del partner come oggetto di amore. A questo <em>insight</em> si giunge osservando il modo in cui i fenomeni si trasformano, con il passare del tempo e in virtù della interazione con il terapeuta.</p>
<p>Cosa ci prefiggiamo? Ci prefiggiamo di lasciare, alla fine, due esseri umani con un migliore adattamento alla realtà interna ed esterna. Di vedersi più obiettivamente, di proiettare di meno, di sapere trattare la propria aggressività e ambivalenza in modo meno infantile e distruttivo. In modo da poter fare le proprie scelte in piena coscienza delle loro implicazioni. Il nostro scopo, lo riconosciamo, è quello di mantenere e migliorare il rapporto di coppia, non di romperlo.</p>
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<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://www.libreriadelsanto.it/libri_di/autore/Carli_Lucia/page1.html">Carli L.</a> (1995), <em><a href="http://www.libreriadelsanto.it/libri/9788870783261/attaccamento-e-rapporto-di-coppia-il-modello-di-bowlby-nellinterpretazione-del-ciclo-di-vita.html">Attaccamento e rapporto di coppia. Il modello di Bowlby nell&#8217;interpretazione del ciclo di vita</a></em>, <a href="http://www.libreriadelsanto.it/libri_di/editore/Cortina_Raffaello/page1.html">Cortina Raffaello</a>, Milano.</li>
<li><a href="http://www.libreriadelsanto.it/libri_di/autore/Carli_Lucia/page1.html">Carli L.</a> (1999), <em><a href="http://www.libreriadelsanto.it/libri/9788870785807/dalla-diade-alla-famiglia-i-legami-di-attaccamento-nella-rete-familiare.html">Dalla diade alla famiglia. I legami di attaccamento nella rete familiare</a></em>, <a href="http://www.libreriadelsanto.it/libri_di/editore/Cortina_Raffaello/page1.html">Cortina Raffaello</a>, Milano.</li>
<li><a href="http://www.libreriadelsanto.it/libri_di/autore/Carli_Lucia/page1.html">Carli L.</a>, Cavanna D., Zavattini G.C. (2008), <em><a href="http://www.libreriadelsanto.it/libri/9788815126634/psicologia-delle-relazioni-di-coppia.html">Psicologia delle relazioni di coppia</a></em>, <a href="http://www.libreriadelsanto.it/libri_di/editore/Il_Mulino/page1.html">Il Mulino</a>, Bologna.</li>
<li>Dicks H.V. (1967), <em>Tensioni coniugali</em>, Borla, Roma, 2009.</li>
<li>Jung C.G. (1925), &#8220;Il matrimonio come relazione psicologica&#8221;, <em>Opere</em>, vol. 17, Boringhieri, Torino, 2000.</li>
<li>Monguzzi F., <em>La coppia: analisi della domanda di psicoterapia congiunta</em>, PSYCHOMEDIA, <a href="http://www.psychomedia.it/pm/grpind/family/monguzzi1.htm">http://www.psychomedia.it/pm/grpind/family/monguzzi1.htm</a>.</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/la-terapia-della-coppia/">La terapia della coppia</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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