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	<title>Redazione Archivi &#8226; Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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	<description>a cura del CIPA Roma</description>
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	<title>Redazione Archivi &#8226; Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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		<title>Editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Feb 2024 15:19:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2023 Nuova Serie Numero 4]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Redazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«La realtà è inequivoca», premette W.R. Bion nell’introdurre il suo lavoro forse più affermato, accettato e conosciuto: Apprendere dall’Esperienza (Astrolabio, Roma 1962, p. 7) «per questa ragione l’analista e l’analizzando possono facilmente indulgere a ritirarsi dall’esperienza» (ibidem), rifiutando di accettare la dolorosa frustrazione di poter stare solo dentro il limite dei continui equivoci del discorso&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«La realtà è inequivoca», premette W.R. Bion nell’introdurre il suo lavoro forse più affermato, accettato e conosciuto: <em>Apprendere dall’Esperienza</em> (Astrolabio, Roma 1962, p. 7) «per questa ragione l’analista e l’analizzando possono facilmente indulgere a ritirarsi dall’esperienza» (<em>ibidem</em>), rifiutando di accettare la dolorosa frustrazione di poter stare solo dentro il limite dei <em>continui equivoci del discorso</em> (i riferimenti segnici, appunto, che rimandano continuamente rispetto a una realtà mai afferrabile completamente e ‘una volta per tutte’ da parte di qualunque dire).</p>
<p>Questa indicazione, che Bion riferisce all’impresa psicoterapica, crediamo valga massimamente per un discorso sul <em>senso</em>.</p>
<p>Il senso è, innanzitutto, un termine linguistico che indica e supporta una pluralità di possibili immagini e significati. Qualunque affermazione che volesse pretendere assolutezza e compiutezza si rivelerebbe già ‘priva di senso’ in quanto inconsapevole del proprio limite; potremmo dire che stare fin dall’inizio ‘nel senso’ finisce proprio per svilirlo. Il termine va dunque declinato in relazione a una polarità di gamma che potrebbe andare dal contesto religioso a quello scientifico (facendo solo presente, di sfuggita, che le pretese di ‘neutralità’ della scienza si scontrano poi con potenti pratiche quotidiane intrise di spinta al raggiungimento di scopi carichi di un ‘senso materialisticamente connotato’).</p>
<p>Diverso è un tipo di discorso che ci pone in una prospettiva che valorizza il processo, il percorso. Qui solo la continua ricerca di senso, non il suo raggiungimento definitivo, determina la possibilità di <em>farne esperienza</em> (in quanto non si dà esperienza senza distanza dall’oggetto dell’esperire).</p>
<p>Queste note preparano dunque il lettore alla frustrazione dell’assenza e della distanza. Chi comincerà a leggere viene avvertito: non troverà ciò che cerca se chiede risposte assolute, esaustive. Tali risposte non possono essere messe in parola ma solo esperite, sono le risposte del Mistico inteso <em>a la</em> Wittgenstein, non i continui tentativi del discorso.</p>
<p>E proprio un tale discorso incontra, oggi, molteplici difficoltà.</p>
<p>Non è nuovo a questi disagi: la sua problematica collocazione è iniziata probabilmente molto tempo fa, ai tempi della ‘Grecia’. Da quando, come ha scritto Jung, ‘gli dèi sono diventati malattie’. La sua crisi tuttavia si è decisamente accentuata nella modernità. Non che ne manchi la richiesta, al contrario, nella stanza d’analisi sempre più possiamo confermare l’osservazione dello stesso Jung che la <em>sensazione di mancanza di senso</em> è la prima causa della nevrosi. Il problema, come dicevamo, sembra collocarsi piuttosto nella frenetica richiesta di risposte, al punto che, in merito, è possibile affermare qualcosa di simile a quello che scriveva Roland Barthes sul <em>discorso amoroso</em>, denunciando l’<em>estrema solitudine di una condizione di ricerca</em>, dato che un tale discorso:</p>
<blockquote><p>è parlato da migliaia di individui […] ma non è sostenuto da nessuno; esso si trova ad essere completamente abbandonato dai discorsi vicini: oppure è da questi ignorato, svalutato, schernito, tagliato fuori non solo dal potere, ma anche dai suoi meccanismi (scienze, arti, sapere) (R. Barthes, <em>Frammenti di un discorso amoroso</em>, Einaudi, Torino 1979, p. 4).</p></blockquote>
<p>Accompagnati da tali premesse e consapevoli della problematicità dell’impresa nel contesto presente ci siamo inizialmente rivolti a quella sorta di magazzino infinito di informazioni (da non scambiare per ente intelligente) che è Chat Gpt (visto il titolo del numero, facente riferimento alla condizione attuale della società occidentale, ci sembrava l’interlocutore più appropriato…).</p>
<p>Questo lo scambio:</p>
<blockquote><p>Curatori: «Mi puoi parlare del senso?»</p>
<p>Chat: «Il discorso sul senso della vita continua a essere una sfida complessa e soggettiva per molte persone. Al giorno d’oggi, molte persone cercano significato attraverso connessioni umane più profonde, lo sviluppo personale, il contributo alla società e la ricerca di un equilibrio tra benessere personale e obiettivi significativi. Le pratiche di <em>mindfulness</em>, la consapevolezza emotiva e lo sviluppo di uno stile di vita che riflette i valori personali sono diventati importanti nell’esplorare il senso della vita per molti individui. Tuttavia, le prospettive sul significato possono variare notevolmente da persona a persona, basandosi sulle esperienze di vita, le credenze e i valori individuali».</p></blockquote>
<p>La diplomatica e asettica risposta di Chat lascia intravedere la questione cardine del momento attuale, emblematicamente evidenziata in questo insieme di informazioni ricevute.</p>
<p>L’<em>esserci </em>in un eterno presente ha posto i suoi tabù: il negativo, la morte, l’oblio, l’assenza, la solitudine, il nulla, ecc. ecc. non hanno, per così dire, buona stampa. Con J. Hillman questi sono argomenti dei quali, da almeno cinquanta anni, è pericoloso parlare, se non per trattarli con distacco o, all’opposto, mediatico clamore, come se non potessero e dovessero appartenere alla fatica della quotidianità. La nuova ‘religione’ tecnocratica prospetta all’individuo una vita sempre più lunga e centrata sull’edonismo: si può rimanere sempre più giovani, si può e si deve essere sempre più ‘sanati’, anche e soprattutto rispetto alle ‘ferite dell’anima’; il senso è ormai <em>cosa </em>astratta, è diventata parte di quelle che vengono spesso definite ‘sterili discussioni’, dai connotati religiosi, teologici, superstiziosi o, al meglio, come suggerisce Chat: ‘meramente soggettivi’, discorsi che escludono proprio quella caratteristica della quale si parlava su: la persistente, non evitabile ricerca. Una condizione questa in effetti che richiama il Freud più ‘positivista’ che, parlando da un vertice psicoterapeutico, sosteneva che già arrivare a porsi domande sul senso è segno di una condizione psicopatologica nevrotica, una condizione di disadattamento caratterizzata dalla presenza di pericolose fantasie che portano lontani dalla relazione con l’altro e dal principio di realtà.</p>
<p>Poco convinti dalla risposta su riportata abbiamo allora chiesto aiuto agli autori del presente numero ai quali, a questo punto, lasciamo la parola.</p>
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		<title>Editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2020 08:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2020 Nuova Serie Numero 1]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Redazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se per Freud le isteriche soffrivano di reminiscenze e per Jung la memoria è fortemente implicata nella formazione dei complessi a tonalità affettiva, oggi sappiamo che i processi e la funzione della memoria rivestono un ruolo di primo piano nella fenomenologia delle patologie e nell’inquadramento diagnostico. Basti pensare alla diagnosi di trauma complesso, che rimanda&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se per Freud le isteriche soffrivano di reminiscenze e per Jung la memoria è fortemente implicata nella formazione dei complessi a tonalità affettiva, oggi sappiamo che i processi e la funzione della memoria rivestono un ruolo di primo piano nella fenomenologia delle patologie e nell’inquadramento diagnostico. Basti pensare alla diagnosi di trauma complesso, che rimanda ad un passato depositato ma non coscientizzato, memorizzato implicitamente ma non esplicitamente ricordato, per focalizzare la centralità della funzione della memoria nella dinamica della psiche.</p>
<p>Senza trascurare l’indiscussa centralità dei processi di memoria nella costituzione di un’identità personale.</p>
<p>Sul piano della collettività, poi, l’organizzazione della società e la sua gestione politica è frequentemente imputata di ‘avere scarsa memoria’, per indicare evidenti storture o mancanze che impediscono una crescita e un progresso equilibrato.</p>
<p>Così, se dobbiamo ‘apprendere dall’esperienza’ per mettere in movimento il tempo psichico e non rimanere imprigionati nella fissità di un presente cristallizzato, non possiamo fare a meno di un ‘presente ricordato’ che gli studi neuroscientifici hanno portato alla nostra conoscenza.</p>
<p>Per l’anno 2019 l’Istituto di Roma del CIPA ha intrecciato le proprie attività intorno al tema della memoria, dedicando ad essa molte iniziative. Così si è espressa la Commissione Scientifica:</p>
<p>«Nell’assetto terapeutico, dimenticare e ricordare costituiscono i nostri principali strumenti di lavoro, su cui facciamo affidamento per costruire un canovaccio affidabile della storia e dell’identità della persona che abbiamo davanti, quali nostri migliori alleati per muoverci nella temporalità complessa del racconto e del progetto».</p>
<p>In questo numero si è voluto ispirarci al tema dell’anno, si tratta di un fascicolo che affronta e descrive, nella parzialità inevitabile di brevi appunti, alcuni momenti di ‘memorie’: abbiamo così alcuni pensieri in forma breve di <strong>Borgna</strong> che, con la densa lievità che contraddistingue la scrittura del grande fenomenologo, declina il ricordo nel sentimento della nostalgia e dei suoi molteplici volti.</p>
<p>Il volto della nostalgia, còlto nella sua ambiguità, dà forma, nell’articolo di <strong>Ferrari,</strong> a due figure antitetiche: il migrante che conserva il doloroso sentimento della perdita della propria ‘casa’, e il fascista, nostalgico ‘eroico’ di un tempo passato che mortifica «la creatività del nuovo». Aperto al futuro, pur nel dolore, il primo; chiuso ad ogni progettualità capace di nuove esperienze, il secondo. Due figure ‘sociali’ a testimonianza del carattere collettivo e politico della nostalgia che non si gioca nel registro esclusivo dei sentimenti interiori.</p>
<p>Abbiamo il deposito archetipico delle prime esperienze d’amore che si possono ritrovare nelle successive relazioni amorose (<strong>Di Salvo</strong>), così come la memoria entra, ospite più o meno riconosciuto, all’interno dei primi colloqui di consultazione analitica (<strong>Tavernese</strong>).</p>
<p>Il trauma evolutivo precoce è oggetto tematico dei lavori di un gruppo di ricerca che vengono qui sintetizzati (<strong>Rondanini</strong>).</p>
<p>Sotto la forma della nostalgia di un passato che stenta ad essere dimenticato, il ricordo intreccia tre esperienze forti nell’articolo di <strong>Ursula Premeshuber</strong>: l’esperienza  biografica personale, il lavoro clinico con i pazienti e un’esperienza cinematografica, la visione di uno dei film più belli della storia del cinema: <em>Nostalghia</em> di Andreij Tarkoskij. Si tratta di tre momenti emozionali vivi che restituiscono nell’articolo tutta la vitalità di un sentimento profondamente vissuto.</p>
<p>Altrettanto è chiamata in causa la nostra memoria della letteratura della grande clinica di Janet, perché ancora oggi la sua lettura ci offre spunti di riflessione e indicazioni cliniche di interesse e di rilievo (<strong>Maulucci</strong>).</p>
<p>Ma la memoria è anche la ‘nostra’ memoria, di tutti noi colleghi che abbiamo condiviso percorsi comuni, a volte divergenti ma a volte fortemente convergenti, esperienze che ci hanno formato in quanto ‘comunità’ di terapeuti in cui ci riconosciamo. Momenti della nostra storia – per non dimenticare – li troviamo in due articoli-interviste, nel primo <strong>Irene Agnello</strong> pone domande a <strong>Luigi Aversa</strong> sull’introduzione della psichiatria transculturale in Italia, in particolare a Roma, di cui Aversa insieme ad altri, ne fu l’artefice.</p>
<p>Nell’intervista che <strong>Francesco Di Nuovo</strong> rivolge a <strong>Marino De Marinis</strong> si ricordano gli anni del pensiero di Franco Basaglia, anni di svolta, che introdussero un modo nuovo di ‘guardare’ il paziente psichiatrico gravemente psicotico e internato in strutture manicomiali che, proprio grazie alle sue battaglie, furono dismesse.</p>
<p>Questo numero ospita anche altri articoli che senza essere direttamente connessi con la memoria, aprono finestre teoriche e cliniche di rilievo.</p>
<p>Rendere conoscibile un sintomo: non sempre il percorso è di dispiegamente ma, nel lavoro clinico, molto spesso il percorso è trasversale perché, come il fasmide in natura, il sintomo, nascondendosi, diviene <em>forma</em> del suo ambiente. Così <strong>Michele Accettella</strong> tematizza la ‘conoscenza accidentale’ che è più adeguata per aprire quella finestra, temporale ma soprattutto spaziale, con la quale mettere in condizione il sintomo-fasmide di rendersi visibile: si tratta di «trovare ciò che non si stava cercando»: ‘visibilità fluttuanti, defocalizzazione, vertigine visuale’, non teorie ma sensibilità attive e ben indirizzate per presupporre «una <em>forma vivente</em>&#8230;parzialmente simulata dentro alla struttura statica del sintomo».</p>
<p><strong>Franco Bellotti</strong>, partendo dalla tensione dialettica tra sessualità e sensualità, intende porre in rilievo quale punto di partenza che unisce il corpo e la psiche quell’<em>affetto</em> che Jung ha rappresentato nei complessi, un affetto che, unendo sensazioni, percezioni e vissuti, fa vivere al soggetto i propri ‘stati d’animo’, nell’intimità di un corpo in cui sessualità e sentimento sono difficilmente separabili.</p>
<p>Se la collettività è anche ‘apparenza’, ovvero luogo in cui appare ‘lo stare insieme degli uomini’, il loro vivere in comunità, occorre liberare questo concetto da ogni residuo negativo di tradizione platonica, per restituirlo alla dignità di luogo ‘dei fenomeni’. È in questo luogo ‘politico’ in senso alto, che l’individuo dispiega le proprie azioni e, secondo Jung, fa ‘esperienza di sé’ in quel processo, che mai si conclude, dell’individuazione. <strong>Aldo Cichetti</strong> pone un interessante confronto tra questa posizione junghiana e le riflessioni della grande filosofa Hanna Arendt che, a sua volta, colloca il soggetto nello spazio <em>inter-umano</em> e nell’i<em>nter</em>&#8211;<em>relazione</em> con gli altri e la sua azione  nello spazio politico delle <em>apparenze</em>: due orizzonti di pensiero che, pur nelle differenze di intenti, sembrano convergere su questi aspetti.</p>
<p><strong>Gilberto Di Petta</strong> e <strong>Danilo Tittarelli</strong> ci illustrano i risultati positivi delle esperienze che hanno condotto nelle istituzioni, applicando l’analisi esistenziale della psicopatologia fenomenologica di Binswanger alle relazioni gruppali: gruppi che hanno dato vita a un <em>Da-sein</em>, un esser-ci esistenziale che, trascendendo la singolarità dello psicotico, dà vita a quella ‘noità’ attraverso cui si è in grado di apportare miglioramenti al paziente psichiatrico.</p>
<p><em>Un numero ricco e auguriamo a tutti Buona Lettura!</em></p>
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		<title>Editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jan 2018 18:40:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2018 Nuova Serie Numero 0]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Redazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con questo fascicolo Quaderni di Cultura Junghiana inaugura una ‘nuova serie’. Dietro questa semplice e formale dicitura abbiamo inteso sottolineare due aspetti che caratterizzeranno la Rivista: la continuità con i numeri precedenti e una nuova veste, formale e contenutistica insieme. Questa Rivista dell’Istituto di Roma del CIPA ha iniziato come una sorta di ‘scommessa’: dare&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con questo fascicolo <em>Quaderni di Cultura Junghiana </em>inaugura una ‘nuova serie’.<br />
Dietro questa semplice e formale dicitura abbiamo inteso sottolineare due aspetti che caratterizzeranno la Rivista: la continuità con i numeri precedenti e una nuova veste, formale e contenutistica insieme.</p>
<p>Questa Rivista dell’Istituto di Roma del CIPA ha iniziato come una sorta di ‘scommessa’: dare vita a una rivista dal nulla e con analisti, anche analiticamente ‘giovani’, del tutto inesperti del settore. Gli anni passati sono stati anche ‘anni di formazione’ ma, d’altra parte, non si può raggiungere nulla di nuovo senza passare attraverso l’informe e l’esperienza, come Jung non si è mai stancato di ripetere. A oggi, e questo numero ne è testimonianza, la Redazione ha compiuto un salto di qualità.</p>
<p>Si tratta di un numero molto significativo nella vita della Rivista, un numero di congiunzione e di passaggio, di legame con i numeri precedenti perché non si è perduto lo spirito di curiosità e di riflessioni aperte che si aveva anche precedentemente, ma anche di progetti e prospettive rivolte al futuro.</p>
<p>La Rivista continua ad avere un doppio sguardo, uno sguardo rivolto alla vita interna dell’Associazione – tavole rotonde, conferenze, seminari ecc. – insieme a proposte originali che provengono dai nostri soci; ma l’occhio continua ad essere rivolto anche all’esterno, un esterno popolato sia da altri indirizzi attinenti al campo della psiche, sia a ambiti disciplinari differenti – arte, letteratura, scienze, filosofia, solo per citarne alcuni –, nella consapevolezza che la propria identità culturale si mantiene soltanto perdendosi in un confronto e in un dialogo costante con l’altro da sé.</p>
<p><em>La Direttrice Responsabile Angiola Iapoce</em></p>
<hr />
<p>Il nostro linguaggio unilaterale, scindendo la psiche immateriale dalla materia inanimata, dimentica che la materia è un concetto ‘mentale’ e ‘l’Anima’ è la nostra esperienza vivente nel mondo. Jung fece di tutto per collegare queste due sfere con i concetti di <em>psicoide</em>, <em>sincronicità</em>, <em>unus mundus</em>, esprimendo una visione della psiche umana che si colloca dialetticamente ed ineffabilmente tra il radicamento nel corpo e la totalità cosmica che lo trascende. Per tradurre la nostra psiche dovremmo – come suggerisce Jung – percorrere la strada in modo inverso: parlare oniricamente, immaginativamente e materialmente andare sognando lungo il mito, in una <em>materializzazione della psiche e una psichizzazione della materia</em>. Questo atteggiamento corrisponde al modo in cui l’anima stessa presenta le proprie richieste.</p>
<p>La scelta del titolo – <em>Tra Spirito e Materia </em>– rispecchia profondamente questa visione che fa da filo rosso sia alla composizione della rivista, che allo specifico dei contributi trattati.</p>
<p>Per citarne alcuni, <em>Archetipo e paradigma olografico</em>, <em>L’odore del Sacro</em>, le ‘nuove forme di maternità’: direttamente o trasversalmente, gli articoli di questo numero, attraverso riflessioni teoriche, esperienze cliniche, connessioni con nuovi paradigmi esistenziali, esperienze creative e nuovi orientamenti di cura, cerca di riportare i fenomeni della mente in un luogo psichico dove mondo interno e mondo esterno, psiche e materia si incontrano in un’unità che apre al nuovo.</p>
<p>Buona lettura.</p>
<p><em>La curatrice Anna Moncelli</em></p>
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