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	<title>Giuseppe Vadalà Archivi &#8226; Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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	<title>Giuseppe Vadalà Archivi &#8226; Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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		<title>&#8220;Andréj Rublëv&#8221; di A. A. Tarkóvskij &#8211; Recensione di un episodio del film</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Vadalà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 13:39:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 Nuova Serie Numero 6]]></category>
		<category><![CDATA[Libri, film e...]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Vadalà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Andréj Arsén’evič Tarkóvskij è stato uno dei più grandi registi nella storia del cinema, sicuramente il più grande russo, insieme forse a Sergéj Michájlovič Ėjzenštéjn. Nel 1965-66 diresse Andréj Rublëv, un capolavoro indiscusso, girato interamente in bianco e nero, tranne l’epilogo. Il film narra alcuni episodi (in buona parte romanzeschi) della vita del monaco, sommo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/andrej-rublev-di-a-a-tarkovskij-recensione-di-un-episodio-del-film/">&#8220;Andréj Rublëv&#8221; di A. A. Tarkóvskij &#8211; Recensione di un episodio del film</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Andréj Arsén’evič Tarkóvskij è stato uno dei più grandi registi nella storia del cinema, sicuramente il più grande russo, insieme forse a Sergéj Michájlovič Ėjzenštéjn. Nel 1965-66 diresse Andréj Rublëv, un capolavoro indiscusso, girato interamente in bianco e nero, tranne l’epilogo.</p>
<p>Il film narra alcuni episodi (in buona parte romanzeschi) della vita del monaco, sommo pittore di icone, episodi ambientati fra il 1400 e il 1423: un’epoca turbolenta in cui la Russia vedeva, da una parte, la lotta fra vari Principi locali, dall’altro, il perdurare del dominio mongolo, iniziato con Čingis Khaan che nel 1223 aveva soggiogato i territori delle attuali Russia, Bielorussia e Ucraina. Ogni episodio rappresenta un momento di trasformazione nella vita del pittore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi soffermerò sull’ultimo episodio, “La campana”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo aver frequentato e dipinto in città, chiese e monasteri, onorato in tutta la Russia, Andréj non riesce più a lavorare. L’ignoranza del popolo, il cinismo del clero e la prepotenza del potere, la violenza che ovunque e a ogni livello sociale vede intorno a sé, la propria stessa violenza omicida (spacca la testa a un soldato che stava per violentare una giovane minorata) – tutto lo disgusta e gli impedisce di creare opere d’arte: offrire cosa? E a chi, se nessuno sa che farsene? È un momento di crisi e tristezza che lo porta a vagare nella desolata steppa russa: solo, giacché a nulla servono colleghi e aiutanti, e in silenzio, non avendo più nulla da dire agli esseri umani.</p>
<p>Avviene che il Gran Principe Vasílij I vuole fondere una nuova, grande campana per la cattedrale di Mosca, ma purtroppo l’esperto fonditore che i suoi soldati vanno ad assoldare è morto durante la recente epidemia. Di tutta la famiglia solo Boríska, il figlio adolescente, è sopravvissuto. Costui si offre di dirigere i lavori, giacché il padre gli ha trasmesso il segreto del rame per fondere le campane: benché i soldati non sappiano se fidarsi del ragazzo, alla fine lo portano dal loro signore. Assistiamo dunque a un inizio traumatico: una tragedia mortale si è abbattuta sul protagonista, che però è portatore di un germe di salvezza, di salute anche psichica. Qualcosa è salvo, qualcosa che trascende la vita mortale dei singoli umani, un segreto che consente di inserire nel dolore della vita la luce della bellezza imperitura. Sembra di ascoltare un’eco della ginestra leopardiana: di fronte alla cieca violenza della natura matrigna, una tradizione viene virilmente trasmessa di padre in figlio, una tecnica reale da un padre reale a un figlio reale. Possiamo intenderla come una metafora del procedere dell’umanità: ovvero, del modo in cui un Io sano trova il suo posto nel mondo. O ancora, vediamo un puer non inflazionato rendere onore al senex che gli ha aperto la strada e che è morto, come è naturale che accada.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sotto la direzione del ragazzo inizia dunque il lavoro di decine di artigiani, la maggior parte anziani, lui neanche sedicenne. Boríska è molto fermo nell’imporre la sua visione della produzione, a partire dalla scelta del luogo in cui avverrà la fusione, nonché del tipo e della quantità di argilla da adoperare per costruire la forma di fusione della campana: gli anziani non sono d’accordo con le sue decisioni, ma ubbidiscono perché Boríska è l’incaricato del Gran Principe (ai cui ordini occorre piegarsi), colui che rischia la testa in caso di fallimento. Soprattutto, perché lui è il depositario della conoscenza segreta e superiore del loro vecchio capo, il padre morto, che loro hanno imparato negli anni ad apprezzare e seguire. È il valore simbolico del sapere, al di là del portatore reale (il ragazzo imberbe), a dare ordine al mondo (un film lacaniano, in fondo).</p>
<p>È proprio all’inizio dei lavori che Andréj, nel suo triste vagabondare, si imbatte nel ragazzo, che lo affascina per competenza ed energia: anche il grande Andréj Rublëv deve inchinarsi alla realtà tecnologica che nei secoli si è perfezionata e che ora si è incarnata in questo giovane. Giacché non è il ragazzo ad essere onorato e ubbidito, ma la conoscenza che si è accumulata e che gli dà un potere indiscusso. Potere che Boríska esercita, se necessario, senza tentennamenti, giacché appunto non è la sua individualità (l’Io) o quella dei suoi collaboratori a dominare, ma l’opera d’arte la cui producibilità viene dal passato e si proietta nel futuro: per questo arriva a far frustare chi non gli obbedisce, sapendo al contempo che è anche lui a rischiare sia le medesime frustate, che la vita. Anche il Gran Principe, quel Vasílij che per primo enunciò il potere assoluto di vita o di morte sui sudditi, che sarà una costante della storia russa, deve sottostare alle esose richieste di Boríska: la dottrina segreta esige infatti un’inusitata quantità d’argento per la fusione.</p>
<p>E giunge, infine, questa fusione, la notte in cui si vedrà il risultato dei mesi di preparazione e la finale realizzazione (“entrata nel reale”) del segreto che solo Boríska detiene. Quattro fornaci ardono, ognuna servita da una squadra di operai: tutti sentono che qualcosa di grande e bello sta per nascere, sudano e faticano insieme sotto la guida di Boríska che vola da un luogo all’altro. Sono scene esteticamente bellissime, con le squadre di artigiani che sembrano vibrare nell’emozionante parto della bellezza. Sono tutti eroi, ma soprattutto lo è il giovane che sta portando a compimento l’opera immane (la campana sarà alta cinque metri), non si sottrae al suo dovere di erede, di portatore del vessillo della conoscenza ancestrale, dell’ordine simbolico che trasforma il mondo reale. Una folla assiste tesa e partecipe, finché giunge il momento fatale: dopo aver invocato in silenzio l’aiuto di Dio (perché ogni opera umana, per quanto opportunamente predisposta, chiede l’approvazione divina: che in fondo arriverà, perché mai non dovrebbe, se ognuno sacrifica se stesso per qualcosa di trascendente?), Boríska ordina di iniziare, e quattro rivoli di metallo fuso escono dalle fornaci. In silenzio, Boríska ascolta il liquido che si riversa sottoterra per riempire la forma di argilla: tutto è compiuto, ora bisogna attendere che il metallo si raffreddi.</p>
<p>Giorni dopo, una mattina, tutto il popolo accorre per assistere all’estrazione della campana dalla fossa in cui si è raffreddata. Sopraggiunge il Gran Principe con la corte e due scettici ambasciatori italiani, per ascoltare il primo rintocco; Andréj riflette col volto teso. Nel silenzio assoluto, interrotto solo dai dubbiosi discorsi degli italiani (ricordiamolo: vengono dalla culla del nascente Umanesimo), il batacchio comincia a oscillare, avvicinandosi sempre più al bordo della campana, sinché … il suono si diffonde, la campana non è fessa! E continua a suonare, riempiendo la steppa di vibrazione calde e profonde. Nel giubilo del popolo, Boríska si accascia a terra, stremato dalla fatica. Siamo all’epilogo festoso dell’opera, costruita dall’intelligenza e dalla fatica umane, collettive in senso non solo sincronico (tutti coloro che hanno lavorato a questa campana) ma anche diacronico (le generazioni passate, e soprattutto il segreto trasmesso al padre al figlio).</p>
<p>Poi la corte e il popolo si ritirano; per un momento alcuni si fermano imbarazzati a osservare un tizio gettato a terra, che piange disperato, ma presto se ne vanno per i fatti propri: in fondo, è andato tutto bene, se questo ha da piangere, sarà qualche suo problema psicologico. Solo Andréj si ferma, si china sul ragazzo e lo prende fra le braccia; e solo ora la cinepresa ci rivela che si tratta di Boríska. È fra le braccia dell’amorevole monaco che confessa il segreto che si è portato in cuore da quando ha offerto i propri servigi al Gran Principe: il padre, «vecchio animale», non gli ha svelato nessun segreto. «Nella tomba se l’è portato». Il segreto, probabilmente c’era, forse no: di fatto, Boríska non sa nulla. Ha mentito. Tutti noi restiamo esterrefatti: tutto quello che abbiamo detto sulla tradizione, sul procedere dell’umanità per piccoli passi a partire dalle spalle di chi ci ha preceduto, sul tesoro del simbolico transindividuale e transgenerazionale, crolla come un castello di sabbia. L’opera è stata compiuta, ma senza segreti, senza conoscenza trasmessa. Il padre è morto, e basta. Non è sull’Io che si è giocata la partita.</p>
<p>Ricordiamo che Boríska invoca Dio nel momento critico: ora capiamo perché. Boríska sa che nulla di umano sta accadendo sotto i suoi occhi, che ciò che lo muove non è una ragionata e razionale applicazione di tecnologie perfezionate nel tempo e da lui ereditate. Dietro la sua rischiosa assunzione di autorità, dietro alla sua menzogna che un tragico greco avrebbe marcato come hýbris, c’è il suo affidarsi a una conoscenza che trascende il padre e lui, una conoscenza inconscia. Egli entra nel mondo della terra, del fuoco, del metallo, novello alchimista che si affaccia senza razionalità (quella, ad es., della serie apprendimento, tirocinio, diploma) al mondo dell’inconscio.</p>
<p>A che scopo? Naturalmente, per creare la campana. Ma forse la campana è anche un simbolo: oggetto sacro, prodotto finale di un’opera collettiva e individuale insieme, integrazione da un caos di metalli diversi che nel loro equilibrio producono un suono meraviglioso, la campana per noi rappresenta l’individuazione. Certo non un evento casuale, che richiede tecnica e coraggio: ma non (questo almeno dice il film) una tecnica trasmessa, ma una tecnica che nasce dal rischiare di ascoltare se stesso.</p>
<p>Siamo esterrefatti, dicevamo. Tutti? No, non Andréj Rublëv, che ha fatto voto di silenzio, ma osserva tutto. Egli rappresenta una coscienza paralizzata dalla colpa e dalla disillusione. L’atto creativo e (possiamo dirlo) al limite della follia di Boríska lo risveglia: gli fa comprendere che la creatività non nasce dalla certezza (della fede, ed es.), ma dall’attraversamento dell’oscurità. Per questo Rublëv parla di nuovo e decide di tornare a dipingere: tornerà ad essere, in modo affettivamente consapevole, un artista, un creatore di opere. Comprende che vivere il proprio essere non è un apprendere tecniche, è rivolgersi al mondo dell’inconscio (come ha fatto Boríska) e da lì attendere l’intuizione, un sapere proprio. Per questo Andréj rompe il suo voto di silenzio, e lo fa per consolare il ragazzo, mostrandogli la riuscita dell’opera e la gioia che ha generato nella gente. Inoltre, gli offre di andare insieme, d’ora in avanti, uno a fabbricare campane e l’altro a dipingere icone. Non lo dice, ma adotta questo ragazzo come un figlio, il quale placa la sua angoscia sul petto del monaco.</p>
<p>Perché, ora, Andréj, avendo potuto osservare la gioia che l’arte genera nei pur piccoli e imperfetti esseri umani, riprenderà a dipingere, e darà luce al suo capolavoro, La Trinità: saranno lunghe sequenze a colori di alcune icone di Andréj Rublëv, tutte riprese in primi e primissimi piani, a costituire l’epilogo del film. A colori, a sottolineare la ripresa vitale del pittore.</p>
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		<title>Editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Feb 2025 10:18:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2024 Nuova Serie Numero 5]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angiola Iapoce]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Bellotti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Vadalà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo è un numero particolare, si tratta di un numero monografico dedicato alla figura e all’opera di Franco Basaglia. Nel 2024 ricorrevano i 100 anni dalla sua nascita e molte sono state le iniziative a lui dedicate. Anche noi della Redazione abbiamo voluto ricordare una figura così significativa per la psichiatria e per lo sviluppo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questo è un numero particolare, si tratta di un numero monografico dedicato alla figura e all’opera di Franco Basaglia. Nel 2024 ricorrevano i 100 anni dalla sua nascita e molte sono state le iniziative a lui dedicate. Anche noi della Redazione abbiamo voluto ricordare una figura così significativa per la psichiatria e per lo sviluppo della società, e non solo italiana, poiché la rilevanza delle sue idee e della sua visione della pratica psichiatrica ha oltrepassato i confini nazionali, trovando ricezione negli altri paesi europei<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> e anche oltreoceano, specialmente in Brasile e in Argentina, paesi in cui il metodo basagliano trova ancora oggi larghissimo seguito. L’OMS indica la Legge 180, che porta il suo nome, come la migliore legge per il trattamento della salute mentale e considera l’Italia il Paese che dispone della legislazione più rispettosa dei diritti delle persone con disturbi mentali.</p>
<p>Quella di Basaglia è stata una vera e propria rivoluzione, basti pensare che la chiusura dei manicomi ha portato alla diffusione sul territorio di strutture di accoglienza e di cura: i CIM, gli SPDC, le case famiglie, strutture di comunità, cooperative ecc., realtà oggi per noi “normali”.</p>
<p>Si tratta di cose note ma lo ricordiamo per le generazioni più giovani che magari non pensano che l’attuale diffusione sul territorio di tutte le più varie strutture dedicate a prendersi cura dei disturbi mentali è stata il risultato di una battaglia sociale e politica guidata <em>in primis</em> da Franco Basaglia, a cui hanno fatto seguito molti psichiatri e operatori; e non dobbiamo neppure dimenticare le più generali lotte per la liberazione da ogni gerarchia autoritaria di cui è stata protagonista la cultura e la società tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70.</p>
<p>Dobbiamo, tuttavia, onestamente riconoscere che alla legge e alle sue intenzioni talvolta non è seguita una altrettanto valida sua applicazione: troppo spesso il peso dei malati mentali è ricaduto sulle famiglie e troppo spesso si è persa la specificità psichiatrica per favorire strutture generiche di contenimento, lontane dalla cura. Ma, nonostante le critiche, il passo è stato compiuto e oggi possiamo e dobbiamo solo migliorare tutto ciò e non certo pensare di tornare indietro.</p>
<p>In questo editoriale ci preme soprattutto sottolineare che l’introduzione del “metodo” basagliano ha comportato un vero e proprio cambio di paradigma, e non solo nella psichiatria: dopo di lui ciò che si è trasformato, nelle menti delle persone e nella società nel suo complesso, è stato proprio <em>l’approccio alla malattia mentale</em>. Basaglia per primo aveva visto che la realtà dei manicomi stringeva la follia in una morsa che aggravava la malattia stessa e ne impediva una comprensione più profonda e con questo la possibilità di comprenderla <em>per ciò che era</em>. La storia di Basaglia è la storia della possibilità di un cambiamento, è la storia di idee e pratiche che, pensate e volute, hanno trasformato il possibile in reale.</p>
<p>La rottura con la psichiatria di stampo positivista è stata insanabile: “quando una persona soffre di disturbi psichici <em>è la sua vita stessa che si è danneggiata</em> e per la ‘vita’ non ci sono ancora farmaci adeguati”, era una espressione di uso corrente all’epoca. Certamente oggi il rapporto della psichiatria con la farmacologia si è ammorbidito rispetto a sessant’anni fa, ma rimane sempre la centralità del punto di vista e della teoria di riferimento: è ben differente somministrare psicofarmaci con l’idea della loro <em>unica</em> possibilità curativa rispetto al somministrare gli stessi psicofarmaci avendo come prospettiva un essere umano, una persona, un cittadino, qualcuno che ha un nome e un cognome, che ha comunque reti di relazioni e che riveste una propria dignità. Si tratta di prospettive antropologiche e di visioni del mondo che non si conciliano con una visione positivistica o esclusivamente organicistica che vedono in un paziente esclusivamente l’oggetto di un loro sapere indiscutibile; l’essere umano nella sua totalità e soggettività meglio si inserisce in teorie filosofiche che hanno storie e tradizioni di pensiero consolidate e in teorie psicologiche che, derivate dalle prime, non hanno perduto l’attenzione alla complessità dell’esistenza.</p>
<p>Con la radicalità del suo pensiero, Franco Basaglia ha messo in discussione la stessa base epistemologica della psichiatria, affermando che il manicomio si basa su una non-scienza ma serve a mantenere in stato di isolamento e segregazione i “diversi”, coloro che non entrano all’interno dei parametri ritenuti normali dalla società civile, soprattutto tiene lontano i “pericolosi”, i “violenti” che rappresentano una minaccia per l’ordinata ed “educata” società civile: nulla a che vedere con la “cura”.</p>
<p>Noi, da psicologi analisti, riteniamo che l’essere umano sia un <em>unicum</em>, non scomponibile se non per esigenze momentanee, ma che debba sempre essere successivamente ricomposto nelle nostre menti e nelle nostre visioni del mondo. Riteniamo anche che esiste un legame inscindibile tra il singolo e il mondo-ambiente in cui vive e che i suoi propri problemi trovano un alveo di significato all’interno del posto in cui si trova a vivere.</p>
<p>Crediamo che si debba tornare a riflettere su tutto questo; dobbiamo evitare ogni posizione riduzionistica, e riuscire ad “abitare” la complessità, la complessità dell’essere umano nella sua singolarità e la complessità della società in cui ci troviamo a vivere, così come la complessità di questo mondo che oggi sembra anche non avere più confini. Stare nella complessità non è facile perché si tratta di una ricoeriana “via lunga” che prevede tempi lunghi, attenzione direzionata in modo costante, anche se non continuo; prevede considerazione di tutti gli aspetti affettivi, quegli aspetti “patici” che per lo più sono bollati come insignificanti o addirittura “perdenti”. Insomma, prevede “stare lì”, esserci all’interno di questa complessità, e “stare lì” è la posizione che ogni psicoterapeuta deve incarnare. La complessità esige un’attenzione particolare a quello che solitamente è visto come un “dettaglio”, e deve essere accompagnata da una dimensione temporale che sia al suo servizio più che al servizio di <em>Kronos</em>; una complessità entro cui si vivono relazioni che non sono di causa-effetto ma che prevedono i segni del tempo della storia, dei tempi degli affetti, dei sogni e dell’utopia.</p>
<p>Aby Warburg definisce la cultura, in senso lato, “un groviglio di serpenti vivi”, un’immagine che è stata ripresa da Didi-Huberman per indicare la complessità non semplificabile e la conservazione della vivezza nella dinamica della memoria: «La “permanenza della cultura” non si esprime come un’<em>essenza</em>, un tratto globale o un archetipo, bensì come un <em>sintomo</em>, un tratto d’eccezione, una cosa spostata. La <em>tenacia</em> delle sopravvivenze, il loro stesso “potere” […] emergono nella <em>tenuità </em>di cose minuscole, superflue, irrisorie o anormali» (Didi-Huberman 2006, p. 56). Didi-Huberman parla delle sopravvivenze, i <em>Nachleben</em>, per collocare in una posizione defilata ma vitale il punto di vista sulla tradizione e sul passato, per criticare «la semplificazione dei modelli di tempo, la loro diluizione in un essenzialismo della cultura e della <em>psyche</em>» (ivi, p. 62-63).</p>
<p>Ripensare Basaglia oggi implica anche non dimenticare la complessità e la storia degli sguardi filosofici sul soggetto e anche poter tornare sui fondamenti filosofici che hanno sostenuto lo stesso Basaglia. Quando era giovane assistente all’Università di Padova, il primario lo accusava di leggere troppi libri di filosofia, lo appellava come “il filosofo”, con una coloritura certamente non di apprezzamento. Non vogliamo qui riportare le tante letture filosofiche che hanno nutrito il pensiero di Franco Basaglia, si possono trovare indicate e argomentate in questo numero nell’intervista a Mario Colucci e a Pierangelo Di Vittorio e nelle note filosofiche di Pierangelo Di Vittorio.</p>
<p>Desideriamo però concludere riflettendo sul fatto che non esiste pratica psichiatrica, psicologica o psicoterapeutica che non debba avere una visione teorica di pensiero a cui fare riferimento. A volte oggi, in modo troppo superficiale, si privilegia la pratica e si tende a mettere in un canto la teoria, soprattutto quella filosofica, che viene indicata come troppo astratta e lontana dall’esperienza. A volte questo è anche vero, ma non dobbiamo dimenticare che Basaglia ha costruito <em>un sapere tratto dall’esperienza</em>, una conoscenza che è stata tutt’altro che astratta ma che derivava proprio da quell’esperienza manicomiale in cui era stato “gettato” senza che ne sapesse nulla. E quello di Basaglia è un sapere che riesce, secondo me in modo magistrale, ad intrecciare la propria esperienza nel manicomio con quelle teorie filosofiche che meglio si agganciano all’esperienza stessa.</p>
<p>E oggi possiamo dire che, dopo la sua rivoluzione, abitiamo una “normalità” più “larga”, e disponiamo di una soglia più mobile tra “normalità” e “follia”, in modo tale che riusciamo a pensare i due termini non come dicotomici ma come complementari.</p>
<p>Entrando nei singoli articoli per una breve disamina – ma rimandiamo ad una loro lettura diretta – compare all’inizio un dialogo tra Angiola Iapoce, lo psichiatra <strong>Mauro Colucci</strong> e il filosofo <strong>Pierangelo Di Vittorio</strong> i quali, da lungo tempo, coltivano il pensiero basagliano. Fuori da ogni retorica celebrativa e ideologica, presentano la visione della psichiatria portata avanti da Franco Basaglia, mettendone in risalto le matrici filosofiche e socio-politiche a partire da riflessioni che filosofi quali Georges Bataille o Michel Foucault diffondevano a partire dalla Francia.</p>
<p>In particolare, Foucault aveva denunciato l’intreccio stretto tra le istituzioni e i dispositivi del potere, che Basaglia tradusse in una visione “democratica” delle istituzioni psichiatriche. Si trattava di una visione di democrazia perché la malattia andava a colpire proprio le libertà dell’individuo, libertà che ricevevano una ulteriore limitazione dalla segregazione manicomiale, raddoppiando, per così dire, la malattia mentale stessa. Una democratizzazione che fu sostenuta anche da centinaia di infermieri, operatori sociali, medici, volontari e dirigenti politici delle amministrazioni, un movimento tale da permettere di arrivare alla sua formalizzazione nella Legge 180.</p>
<p>Una legge che purtroppo, come si può leggere anche negli interventi di Giuseppe Martini e Maria Antonina Cannella, non è mai stata applicata del tutto perché Basaglia morì prematuramente e non ci fu una ulteriore elaborazione teorica da tradurre sul piano istituzionale.</p>
<p><strong>Francesco Di Nuovo</strong>, con la sua consueta ironia, ci “regala” con <em>Quattro chiacchiere prima della puntura</em> una testimonianza di un suo paziente che, più di qualsiasi trattato di psicologia, di psichiatria e quant’altro, ci racconta come, senza aver mai letto nulla di quella lotta per la libertà di cui parlava Basaglia, abbia cambiato il modo di relazione fra lui e il medico. Maurizio, questo è il suo nome, ha capito che la “guarigione” era la conquista di una libertà che gli era stata negata e che un signore di nome Basaglia era stato il primo a indicare la strada.</p>
<p><strong>Giuseppe Martini</strong> ci porta la sua testimonianza, anche questa fuori da ogni retorica, che parte dal racconto di quando, da studente in una Università di provincia, giunse a Roma, diventando primario all’Ospedale Santo Spirito. Ci racconta questo percorso come lo aveva vissuto da giovane specializzando, pieno di entusiasmo per le innovazioni psichiatriche ma anche, fin da allora, profondamente “innamorato” della psicoanalisi, due orizzonti che potevano avere anche parecchi punti di attrito; e Martini sottolinea nell’articolo il suo profondo e costante impegno per tentare di introdurre la psicoanalisi nell’istituzione, cercando di farla diventare strumento non dismissibile. La conclusione, pessimista, riporta ad una psichiatria dei nostri giorni manageriale e organicistica, che ha perduto quello spirito militante che prima l’aveva caratterizzata, sia pure con alcune ombre.</p>
<p>Sulla stessa lunghezza d’onda è la testimonianza di <strong>Maria Antonina Cannella</strong>, anche lei partita con l’entusiasmo di giovane psichiatra e con il desiderio di portare nelle istituzioni la psicologia analitica junghiana. Forse memore di quella famosa frase che Jung scrisse a Freud in una lettera dove disse: senza la psicoanalisi «la psichiatria va a sbattere inevitabilmente contro un muro», desiderava offrire un tipo di intervento terapeutico più consono, appunto, a riconoscere l’unicità di ogni singolo utente.</p>
<p>Si augura che per il futuro, sfruttando posizioni più apicali, si possa introdurre una visione del lavoro istituzionale, seguendo l’insegnamento junghiano, «in termini più simbolici e collettivi per riportare la riflessione su dimensioni meno concrete e per questo più illuminate».</p>
<p>L’intervista di Caterina Romagnoli a <strong>Giuseppe Ducci</strong>, direttore del DSM Roma 1, ripercorre i cambiamenti nell’assistenza psichiatrica in Italia dopo la Legge Basaglia del 1978, con particolare attenzione al processo di deistituzionalizzazione e all’inclusione sociale dei pazienti. Lo psichiatra sottolinea l’importanza di adattare i servizi ai bisogni attuali, integrando neuroscienze e nuovi approcci terapeutici. Nella pratica odierna emergono problematiche legate alle dipendenze, ai disturbi del neuro-sviluppo e all’uso eccessivo delle nuove tecnologie. Il DSM da lui diretto adotta modelli multidisciplinari e preventivi, enfatizzando la continuità delle cure e il coinvolgimento delle famiglie. L’obiettivo rimane una salute mentale accessibile, inclusiva e orientata al recupero.</p>
<p>Il confronto che <strong>Chiara Giubellini</strong> opera tra Jung e Basaglia evidenzia il loro comune impegno nel ridefinire il rapporto medico-paziente, promuovendo la reciprocità e superando le dinamiche di potere. Entrambi sottolineano l’importanza di una relazione terapeutica basata su apertura e comprensione, anziché su categorizzazioni rigide. Basaglia ha lottato per integrare i pazienti nella società, Jung ha inoltre esplorato la necessità di integrare l’inconscio con il conscio. Il loro approccio condivide un <em>focus</em> sulla soggettività e sulla responsabilità reciproca. Ci auguriamo che l’articolo abbia gettato quel seme per proseguire nell’accostare Jung e Basaglia, ­ due personalità che avvicinate potrebbero sembrare esplosive, e per continuare a dissodare il terreno comune di decisa critica alle logiche di controllo delle istituzioni e di valorizzazione del rapporto umano quale fulcro della cura.</p>
<p><strong>Silvia Mariani</strong> esplora quel fenomeno particolare che è “sentire le voci”, riportandoci la sua esperienza diretta di terapeuta e le riflessioni teoriche e cliniche che ne conseguono. Storicamente legato a contesti religiosi o esoterici, oggi è spesso associato a diagnosi psichiatriche, ma in verità non sempre indica una patologia. Esperienze come quelle descritte dai gruppi di uditori di voci dimostrano l’importanza di accettare e comprendere queste manifestazioni per migliorare la qualità della vita. L’approccio <em>recovery-oriented</em> promuove l’integrazione sociale e la gestione consapevole delle voci, anziché il reprimerle. Il lavoro educativo e terapeutico punta a trasformare le voci in strumenti di crescita personale e a non relegarli a elementi di stigma o isolamento.</p>
<p>Il contributo di <strong>Ivan di Marco</strong> indaga il tema della follia e della psicologia attraverso l’opera di Philip K. Dick, in particolare il romanzo <em>Follia per sette clan</em>. L’autore lo analizza come metafora della psiche umana e della sua relazione con la società, soffermandosi sull’equilibrio tra sanità e malattia mentale. La narrazione di Dick, che immagina una colonia lunare abitata da diversi “clan” di malati mentali, diventa occasione per riflettere sulla natura fluida della psiche e sui limiti della psichiatria tradizionale. L’opera è interpretata come una critica alla società contemporanea e al concetto di normalità, proponendo una visione in cui il dialogo e l’integrazione sono essenziali per superare l’alienazione.</p>
<p>L’articolo di <strong>Martina Saraceni</strong> si focalizza sulla metafora come strumento chiave per comunicare il dolore, sottolineando l’importanza della Medicina Narrativa nel favorire il dialogo tra medico e paziente. Grazie al linguaggio metaforico, si superano le difficoltà nell’esprimere le esperienze soggettive, rendendo il dolore più comprensibile e condivisibile. L’esposizione di un caso clinico dimostra come la fiducia e l’uso di azioni simboliche possano trasformare comportamenti autodistruttivi in processi di guarigione creativa. La relazione terapeutica emerge come un pilastro della cura, insieme alla capacità dell’operatore di accogliere e contenere il dolore altrui, facilitando un cambiamento profondo e significativo.</p>
<p>Il numero si completa con due recensioni: una di Angiola Iapoce al libro di Enrico Ferrari <em>La bellezza salverà la psiche?</em>; l’altra di Anna Moncelli al libro di Bianca Gallerano e Alessandra Albani (a cura di) <em>Madri e figlie tra identità e differenza(e).</em> A chiusura un commento personale e “controcorrente” di Miriam Dambrosio al film del 2003 <em>Povere creature!</em></p>
<p>Buona lettura!</p>
<p><em>Franco Bellotti, Angiola Iapoce, Giuseppe M. Vadalà</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p><strong>Note</strong></p>
<ul>
<li><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Ricordiamo la giornalista finlandese Pikko Peltonen che girò, con il sostegno della tv finlandese, un documentario al manicomio di Gorizia nel 1968, dal titolo <em>La favola del serpente</em>, un documentario molto bello, sia pure nella sua imperfezione “tecnica”, che racconta i primi momenti della “rivoluzione” messa in atto da Basaglia. Lo si può vedere al seguente indirizzo: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=0iNUax7sTKA" target="_blank" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=0iNUax7sTKA</a>.</li>
</ul>
<hr />
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>Didi-Huberman G. 2006, <em>L’immagine insepolta</em>, Bollati Boringhieri, Torino.</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/editoriale-2024/">Editoriale</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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		<title>Alla ricerca del senso perduto. Un delirio religioso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Vadalà]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Feb 2024 11:50:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2023 Nuova Serie Numero 4]]></category>
		<category><![CDATA[Aperture]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Vadalà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione Quasi mezzo secolo fa, assistendo alle conferenze di un noto psicoanalista, mi capitava di imbattermi, fra gli ascoltatori, in un discreto campione di psicotici, oltre ai numerosi nevrotici. Tra questi psicotici, vi erano dei paranoici, a loro volta in cerca di ascoltatori. Uno di questi, Angelo, di circa 45 anni, dopo un breve colloquio&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/alla-ricerca-del-senso-perduto-un-delirio-religioso/">Alla ricerca del senso perduto. Un delirio religioso</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Introduzione</h3>
<p>Quasi mezzo secolo fa, assistendo alle conferenze di un noto psicoanalista, mi capitava di imbattermi, fra gli ascoltatori, in un discreto campione di psicotici, oltre ai numerosi nevrotici. Tra questi psicotici, vi erano dei paranoici, a loro volta in cerca di ascoltatori.</p>
<p>Uno di questi, Angelo, di circa 45 anni, dopo un breve colloquio esplorativo decide che potrei essere in grado di capire il suo messaggio, e mi consegna la sua «Vera ed Agapica lettera apostolica» (A16, A55)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>. L’ha iniziata a scrivere un anno prima, non è ancora completata, ma è in uno stato sufficiente di avanzamento per poter essere diffusa. Come spiega l’autore, essa è «apocalisse», perché svela «una Verità nascosta, molto nascosta» (A44, A132).</p>
<p>Qui di seguito, cercherò di dare una <em>summa</em> del complicato e monumentale sistema metafisico del nostro soggetto, sperando di condurre il lettore dentro il suo universo, sino, per quanto possibile, a conviverci insieme. I brevi commenti psicologici che mano a mano introdurrò, vorrebbero, nel corso dell’esplorazione, consolidarsi in una ipotesi sul nodo generatore del delirio. Potremo così convenire, con l’autore del testo, sulla priorità assoluta che ha la costruzione di un senso per dare ordine al caos del reale: sia noi che lui non possiamo farne a meno.</p>
<h3>La vita</h3>
<p>Diamo alcuni dati biografici, tratti da accenni sparsi nel testo: Angelo nasce in una grande città, da una famiglia proveniente dalla campagna; fra i 16 e i 20 anni abbandona la tradizione cattolica (A40); poi si laurea in filosofia.</p>
<p>I genitori sono morti. Il padre è deceduto dopo tre mesi di ospedale, per le conseguenze di un incidente stradale avvenuto ventuno mesi prima del mio incontro con Angelo. Egli considera questo incidente (A1), e la conseguente cura ospedaliera (A21), un assassinio da parte dei dèmoni. La madre invece, «per un Vero apostolo di Elebet [ne parleremo fra poco] è sempre Viva e Vera Vita Eterna» (A1).</p>
<p>Verso i 29 anni comincia ad avere le prime rivelazioni e visioni, che cerca di trasmettere (sia pure con dubbi e incertezze) anche ad altri, fra i quali, in seguito, i suoi studenti. Fra i 33 e i 39 anni insegna Lettere in una scuola media inferiore in provincia (A106); poi, per due anni, Storia e Filosofia in un liceo scientifico. Solo a partire dai 38 anni il delirio è ben consolidato, sempre più visibile all’esterno: negli ultimi tre anni di insegnamento inizia a diffondere regolarmente la sua Rivelazione fra gli allievi (A105, A108), tanto da perdere il lavoro «per un demoniaco complotto» (A4). Nel frattempo approfondisce senza requie la sua titanica cultura (esclusivamente ‘umanistica’), che non conosce limiti né di tempo né di spazio.</p>
<p>A 40 anni compie un «viaggio apostolico» in Europa, durante il quale i dèmoni si accaniscono con attacchi mortali nei suoi confronti; fra l’altro, sabotano la sua automobile (A119).</p>
<p>Dalla morte del padre vive nella casa paterna, in provincia, dove scrive la sua Lettera Apostolica, predicando ai ragazzi del luogo (A109).</p>
<p>Quando lo conosco viene ogni tanto in città, dormendo nella propria automobile, parcheggiata sotto la sua ex casa, dove ancora abita la ex moglie (del rapporto con lei non sappiamo altro) col cane Gaspare.</p>
<p>E ora, la sua dottrina.</p>
<h3>La missione</h3>
<p>Angelo viene a portare la parola di El (il nostro Dio Padre) ed Elebet (il nostro Gesù: nome questo che Angelo abomina, perché ebraico e quindi demoniaco; comunque Angelo non è antisemita, perché l’ebraismo è diabolico come qualunque cosa, pianta, animale, uomo, dottrina, popolo&#8230;) (A2). La verità l’ha direttamente ricevuta da El e Elebet (A14, A79):</p>
<blockquote><p>Verità [&#8230;] che mi permetto come Vero e Agapico Loro apostolo di comunicarvi e nello stesso tempo di viverLa e di metterLa in pratica tutti i giorni della mia vita quotidiana, che Ho Ricevuto come Dono Diretto e Sovrannaturale da El in Persona e Sempre da Lui Ho Avuto L’Insegnamento Diretto della Sua Stessa Vera, Agapica, Perfetta, Eterna, Onnipotente e Giusta Sapienza e la Sua Stessa Autorizzazione ad insegnarla a chiunque, quando e ovunque Lui Solo Ha Stabilito. (A86)<br />
[&#8230;] essendo Vero apostolo Mai comunico e scrivo solo con la mia parola e mente, El in Persona Vive in me con La Sua Parola di Verità e Vita Eterna [&#8230;] (A60).</p></blockquote>
<p>Questa missione ha dunque, come primo effetto, che l’Io di Angelo si dissolve davanti a El: la scoperta del senso del mondo comporta la scomparsa dell’Io<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<h3>La Verità</h3>
<p>Dio Padre, El, viene definito «Vero, Agapico, Perfetto, Onnipotente ed Eterno Principio di Vera Giustizia che è il Vero e Amato Padre nostro Onnipotente» (A4). Definizione non originale, ma certo mai sufficiente per Angelo: dossologie come questa possono andare avanti per quattro righe, con formule ripetute ma rimescolate in modo sempre diverso.</p>
<p>La creazione di El è <em>perfetta</em>, priva di qualsiasi male ed errore, eppure è <em>completamente intrisa di male</em>, anzi è interamente male. Il potere del Male, il potere dei maligni spiriti, esiste ed è occulto (A28).</p>
<p>La Verità predicata da Angelo è molto semplice: le potenze del male hanno invaso il mondo; le potenze del male, i dèmoni, attaccano la creazione di El e ne entrano in possesso. L’umanità <em>in primis</em> è colma di peccato e ignoranza, che creano accecamento intellettuale. E non solo l’uomo, anche gli animali e la natura, le leggi naturali, sono sovvertite. Viviamo in quella che «i dèmoni in un loro demoniaco libro della demoniaca Scrittura hanno chiamato Apocalisse» (A75) ma che in realtà è l’opera distruttrice del Male. El al contrario non distrugge, ma punirà il Male, quando vorrà.</p>
<p>Ci troviamo davanti a un drammatico paradosso, che peraltro tormenta il mondo religioso monoteista da qualche migliaio di anni: se il Dio buono e onnipotente ha creato il mondo, <em>unde malum</em>? (Agostino d’Ippona, <em>Confessiones</em>, VII, 5(7)). Angelo lo risolve, dualisticamente, attribuendo tutto il male ai dèmoni.</p>
<blockquote><p>El mi disse nella mia mente e con la Sua parola: ti Invio a Liberare molti oppressi dai demoni (A4).</p></blockquote>
<p>Questo paradosso fa il paio con l’aporia propria di Angelo, a un tempo perfetto apostolo del bene e indemoniato profonditore di maledizioni. Infatti Angelo inonda il mondo con le parole di amore trasmessegli da El, che però si trasformano in una gragnuola di incessanti maledizioni contro l’universo mondo, dagli astri corrotti ai malefici microrganismi passando per la diabolica umanità. In queste invettive particolare attenzione meritano tutte le religioni, che ci viene rivelato essere pagano-naturalistiche, cioè demoniache: trasformazioni varie, in sordida lotta fra loro, dello stesso diabolico politeismo panteistico (A6).</p>
<p>Vediamo che il bisogno assoluto e inconfutabile di senso esita in un viluppo di aporie che per essere risolte ne generano altre. La scissione assoluta fra bene e male, che dovrebbe raggiungere una definitiva risoluzione nel monoteismo di Angelo, esita in nuove scissioni: è il paradosso del meccanismo della scissione, che per poter raggiungere la verità unica, mantiene se stessa alimentando l’angoscia. La scissione è insieme risultato e origine del delirio.</p>
<h3>Il primo male</h3>
<p>Dunque <em>la creazione di El è perfetta, «priva di qualsiasi male ed errore» (A45), eppure è completamente intrisa di male</em>. I dèmoni sono molti, e due ne sono i capi (A5), oltre che capostipiti (A22): Adamo ed Eva. Questi sono i sommi sacerdoti del male, i prìncipi del male, coloro con cui iniziò il peccato, perché per primi si ribellarono (A22). Il male è stato introdotto dal peccato umano contro El, dalla superbia del dèmone uomo-donna (Adamo-Eva) (A10): fu allora che il peccato-morte entrò nell’umanità, negli animali e nella natura (A34). Essi non sono nostri genitori, né sul piano morale né su quello sessuale (infatti El solo ci ha creati), eppure pretendono di esserlo.</p>
<p>Il male principia da lì,</p>
<blockquote><p>a partire dall’origine dell’abominevole peccato di superbia parola, sapienza e di superbo e maligno sesso commesso contro El [&#8230;] (A91).</p></blockquote>
<p>Il primo male è dunque di natura sessuale; da questo discendono molti altri mali. Sembra quindi essere la sessualità ciò intorno a cui verte la dolorosa malattia di Angelo. Ma non dobbiamo precipitarci in una semplificazione: la ‘sessualità’ può avere articolazioni complesse. Sessualità vuol dire in primo luogo differenziazione dei sessi: e vedremo che questa dualità dei sessi tocca, anzi è, l’angoscioso tema della scissione che abbiamo visto.</p>
<h3>La Dialettica del Male</h3>
<p>Disseminati nelle pagine, troviamo attacchi a tutte le dottrine, arti, economie, forme politiche prodotte dall’umanità in 5000 anni. Non possiamo darne qui nemmeno un accenno. Ci limiteremo solo a una dottrina che meglio delle altre può rivelarci qualcosa della psicologia di Angelo.</p>
<p>Il nostro Apostolo aspira ad essere un rigoroso monoteista, per cui solo uno, e solo l’uno, è (buono). Al più Angelo ammette Elebet, che in ogni caso gli è ontologicamente inferiore; ed ora che questi è morto in croce, Angelo stesso, successore di Elebet. Ma il terzo non è ammissibile: ciò introdurrebbe una dimensione diversa alla perfetta e idilliaca unione fra El e il suo Apostolo. Eccoci così di fronte a una fusione <em>duale</em> fra soggetto e genitore (divino), il quale però risulta essere non una Madre, ma un Padre.</p>
<p>In verità A. ammette l’esistenza di qualcosa che si arroghi il ruolo di terzo, ma si tratta di un dèmone potentissimo,</p>
<blockquote><p>una ‘terza persona chiamata Spirito Santo’ che a sua volta va scrutando, curiosando, interferendo, stuzzicando, manipolando, giudicando, senza farsi perfino ‘i così detti affari suoi’ [&#8230;] (A80).</p></blockquote>
<p>Questa pittoresca descrizione del dèmone (che farebbe sorridere se non rivelasse un dramma cosmico e una tragedia personale), rarissima nello stile barocco e burocratico di Angelo, richiede una riflessione: Angelo parla di una ‘terza persona’, un essere diabolico che entra nella mente degli uomini soggiogandoli dall’interno. Ma nella sua descrizione essa assume i tratti di una persona pettegola e impicciona, una sorta di comare di cortile. Forse è una donna, una Madre/<em>Sophía</em>/Spirito Santo, che si ‘intrufola’ fra Dio Padre e l’Apostolo? Angelo ci sta forse parlando di una Madre che ha rotto il suo idillio col Padre distruggendolo dall’interno?</p>
<p>Un altro passo metaforico, in cui si parla delle grandi cortigiane della storia come di «api regine», ci conforta nella nostra ipotesi che qui sia implicata una qualche forma di femminile:</p>
<blockquote><p>le api regine della grande corte erano e sono spesso anche abili spie avvelenatrici e abili nel tessere intrighi e nell’essere mandanti di altrettanti omicidi per mezzo di sicari sedotti e compiacenti come le api-regine del popolo erano e sono altrettanto abili spie, intriganti curiose, pronte a diffondere parole di menzogna e calunnia contro chiunque contrasti con il demoniaco potere temporale che hanno, pronte anche come tante ‘lupe mannare’ a compiere feroci e sanguinarie vendette spacciate perfino per ‘sacrosanta giustizia divina’ (A83).</p></blockquote>
<p>Vediamo dunque gli stessi accenti usati prima per lo Spirito Santo, però ingigantiti e declinati esplicitamente al femminile.</p>
<p>Sullo stesso registro, veniamo a sapere che oggi è l’epoca</p>
<blockquote><p>del super-man, super-woman (uomo e/o donna perché esisterono ed esistono ancora oggi al fianco del super maschio, dotato anche di eccezionali, giganteschi, particolarmente potenti attributi e organi virili anche le super femmine altrettanto dotate di eccezionali attributi sessuali e che il più delle volte stanno a significare un demoniaco secondo potere dopo quello maschile o a volte in particolari sovvertimenti e trasformazioni ancora più radicali come nelle potenti e temute regine-guerriere-amazzoni un ribaltamento perfino della forza-violenza muscolare ovvero la femmina rovescia e precede il maschio e lo sottomette, come per es. nell’alveare delle api, dove la regina femmina sottomette e schiavizza i molti maschi dell’ape) questo perché il sesso era inteso (e oggi in particolare in questi ultimi anni del secolo XIX non XX tale sathanica-pagana eroticità-sessualità si è molto estesa) [&#8230;] come una ciclica guerra e lotta di carne, sangue e denaro, per il dominio di un sesso sul’altro, un’abietta e immonda-demoniaca orgia di concupiscenza sensuale e sensoriale, di falso e malvagio piacere (A124-125).</p></blockquote>
<p>Di nuovo un femminile distruttivo, che già abbiamo visto incombere sul mondo umano, associato a una sessualità distruttiva: la donna, con la sessualità, distrugge.</p>
<p>Ricapitolando: Angelo proclama il proprio contatto diretto e immediato con la verità (A45), verità che è il Padre (El): dunque Angelo ci starebbe mostrando l’esaltazione del legame duale con il Padre senza mediazione materna. Ma: il padre di Angelo è stato ucciso dai dèmoni, dunque, simbolicamente, dalla Madre, in odio all’amore reciproco (per quanto asimmetrico) di El e Angelo.</p>
<h3>Il linguaggio</h3>
<p>Uno spettro si aggira per la Lettera, che pure vi è interamente costruita sopra e mediante. Si chiama: linguaggio.</p>
<p>Angelo mostra un bisogno spasmodico di sistematicità, di ordine: mettere ordine nel paventato caos del mondo che (per noi) è il caos del suo Sé:</p>
<blockquote>[&#8230;] la Verità ‘E [&#8230;] sempre Causale, perché il Vero Principio della Verità ‘E il Vero e Amato Padre nostro Onnipotente. La ‘casualità’, ‘l’accidentale’, ‘la fortuna’, ‘la sfortuna’, ‘l’occasionale e il fortuito’ è sempre tipico di una potente mentalità diabolica e pagana [&#8230;] (A47).</p></blockquote>
<p>È infatti «la mentalità cieca, ottenebrata dei demoni» (A61) che decide a caso; essi credono di conoscere con cognizione di causa, ma si ingannano (A76).</p>
<p>Punto di applicazione privilegiato del bisogno di ordine è il linguaggio: «tutte le attuali parlate <em>esistenti</em>» hanno un unico principio, El (A49). Ma la lingua originaria si è corrotta, e la grammatica è falsa, perché esteriore e formalistica (A38). Per contrastare questa corruzione, la lingua di Angelo è spaventosa e criptica. La grammatica è da lui abusata come antidoto contro l’abuso fatto dai dèmoni sulla lingua di El.</p>
<p>La perfetta e ordinata lingua originaria del padre si è persa, corrotta dal demoniaco (che abbiamo ipotizzato materno) in un vuoto formalismo; Angelo si oppone a questa corruzione adottando una non-grammatica, che pertanto dovrebbe ritornare alla lingua originaria e quindi esprimere il senso originario, vero, delle parole, quello voluto in principio dal Padre El. Purtroppo, lo spasmodico inseguimento del senso perfetto rende questo sospirato senso sempre più lontano, producendo un ulteriore tentativo di ordinamento linguistico in un circolo vizioso senza fine. È così che l’intera Lettera di Angelo è maremoto di parole senza interruzioni. Febbrile, accatasta e lega pensieri e citazioni, dossologie e maledizioni, cercando senza sosta di offrire al lettore e a se stesso un significato totale il cui limite continua a fuggire sempre più in avanti man mano che aumentano i suoi sforzi per raggiungerlo.</p>
<p>Angelo è consapevole della sua scrittura ‘surrealista-strutturalista’:</p>
<blockquote>[&#8230;] il mio unire, comporre, vocali, consonanti, sillabe, parole, frasi perfino di molte parlate straniere attualmente parlate da molti individui o solo molto occultate da quelle attuali mai va inteso come un ‘gioco linguistico’ tipo ‘cruciverba-parole crociate o anche crocifiggere con le parole’, ‘un rebus o un’anagramma’ [&#8230;] addirittura per un ristretto numero di specialisti nel mondo quali semiologi, [&#8230;] logici, [&#8230;] psicoanalisti, ecc. [&#8230;], dottrine dove anch’io ero diversi anni fa specialista [&#8230;] (A56).</p></blockquote>
<p>Questo lavorio di Angelo è una contromisura necessaria, una volta compreso che i dèmoni hanno operato<em> una massiccia opera di sintesi, agglutinazione del linguaggio e del senso</em>, costruendo «intricate diramazioni e stratificazioni» (A73). Per rompere questa ragnatela, egli deve scomporre queste gigantesche unità di significato che sono gli attuali, singoli elementi linguistici, deve far esplodere, demoltiplicare i molteplici livelli di senso, per <em>arrivare ai componenti primordiali, originali, atomici, della Verità da ritrovare</em>. Un’opera, quindi, di analisi, che ricorda il <em>nostro </em>lavoro di<em> analisti.</em> I dèmoni hanno tessuto una ragnatela, Angelo la dipana.</p>
<p>Qualche divertente esempio dell’uso della semantica da parte di Angelo: egli collega ‘favola’, latino ‘fabula’, da una parte a ‘bufala’ (nel senso di ‘inganno’), dall’altra a ‘fa baal’ (nel senso di ‘fatto da Baal’, dio cananeo, quindi falso dio). Ciò non è esplicitato da Angelo: egli si limita a scrivere una accanto all’altra una serie di parole, lasciando al lettore il compito della decodificazione dei nessi. La sua scrittura è spesso associativa, e siamo noi a dover cogliere il senso delle associazioni.</p>
<p>Oppure: il noto (<em>illo tempore</em>) slogan pubblicitario «come natura crea Cirio conserva» (A25) è indottrinamento diabolico, giacché sottrae a El il potere di creare, per attribuirlo alla natura.</p>
<p>La singola parola, i singoli suoni, che a noi sembrano avere un solo, o pochi, chiari significati, per Angelo vanno inseguiti onde dipanarne gli innumerevoli sensi possibili, fino a rivelare il senso unico originario.</p>
<blockquote><p>La Parola di El [&#8230;] al contrario ‘E Diretta e quindi di Immediata Vera Buona Comprensione (A73).</p></blockquote>
<p>Questo è il sogno di Angelo, questa la meta lontana che egli vuole raggiungere e ripristinare. L’impossibilità di apprendere, di attingere immediatamente la Parola, è la mancanza che Angelo vede nel mondo, mentre vede se stesso come l’unico in grado di ascoltare la vera Parola dall’univoco senso.</p>
<p>Anche noi lettori siamo catturati da questa rete linguistica. E anche noi ci sentiamo costretti a invertirne il processo generatore. Se a noi pare che la grande meta di Angelo si allontani quanto più procede la scrittura, optiamo per il ritenerne vuoto l’assunto, affermando che <em>ciò che manca sia proprio il nucleo unico e originario del linguaggio: il senso vero</em>. A questa affermazione, accostiamo il dramma cosmico e psicologico di <em>un Padre assediato dal Male, un padre ucciso dai dèmoni</em>.</p>
<blockquote>[&#8230;] la causa prima dell’origine del peccato [è] la menzogna di superbia e di morte degli uomini-donne demoni che si inventano una contro-parola dialettica e invertita rispetto alla Parola di Verità e Vita Eterna di El, [&#8230;] in Verità è solo la parola di menzogna e seduzione dei demoni, sia di mentale e carnale mortificazione, sia di mentale e sensuale concupiscienza carnale, adultera, idolatrica e <em>fornicatrice nei confronti di El</em> e che di così detta capacità ‘creatrice e creativa’ può avere solo l’apparenza […] (A67).</p></blockquote>
<p>Questo linguaggio che crea i doppi e tripli sensi è la causa del peccato d’origine, che è sessuale, come abbiamo visto. Il linguaggio umano, in quanto demoniaco, sfugge alla regola dell’univocità, che è anche quella del monoteismo di Angelo. Angelo deve smascherare questo potere diabolico sul linguaggio, esplicitandone tutti i sensi. Così facendo, però, Angelo cade proprio nel peccato che combatte, giacché moltiplica all’inverosimile la polisemicità del linguaggio. In tal modo, manifesta <em>se stesso come centro occulto di questo male che infetta il mondo</em>.</p>
<p>La causa prima del peccato è presente in Angelo stesso: una volta di più, in Angelo scopriamo un fallimento originario, che qui riguarda il suo accesso al simbolico, nel senso primario del linguaggio in quanto costruttore di senso.</p>
<p>Ma quale fallimento?</p>
<p>Un indizio di risposta lo troviamo nell’accostamento che la dottrina di Angelo opera fra superbia linguistica e superbia (pro)creatrice. Si tratta di una ‘fornicazione nei confronti di Dio’, come se El fosse violentato dalla parola polisemica/poligeneratrice dei dèmoni. Un padre violentato? Da chi? Forse dai dèmoni, o da un dèmone? Ma dove si agitano questi dèmoni, o questo dèmone?</p>
<h3>Psicoanalisi e Cristianesimo. La morte</h3>
<p>Al primo posto fra le dottrine diaboliche sulla ‘natura umana’ sta la psicoanalisi (A41), con orrore di Angelo esistente «fino ad oggi»:</p>
<blockquote><p>dottrina particolarmente diabolica e maligna perché gli psicoanalisti hanno osato definirla conoscenza, in Verità gnosi dialettica, ingannatrice, curativa e liberatoria delle cosiddette ‘profondità misteriose’, degli ‘abissi’ della mente, della coscienza, dell’anima dell’uomo e della donna, auto-investendosi dello stesso potere sacerdotale che per secoli il potere dei demoni aveva attribuito all’inammissibile ordine sacerdotale ‘religioso’ a cui spettava con la ‘confessione’ ed altre abominevoli pratiche esorcistiche di fingere di sanare la mente, l’anima di molti peccatori [&#8230;] (A41-42).</p></blockquote>
<p>Invece solo El può confessare e giudicare le anime (A43). In ciò la psicoanalisi è uno dei tre ordini malefici che usurpano oggi questo potere, essendo gli altri quello dei sacerdoti e quello della polizia-magistratura (A44).</p>
<blockquote>[&#8230;] la diabolica gnosi-dottrina dialettica (è uno dei più infernali poteri intellettuali dei demoni che oggi esista) chiamata ‘psico-analisi’ [&#8230;] fa tremenda mercatura della sofferenza interiore, mentale, dell’anima degli uomini e delle donne, osando nella parte più corrotta e superba di tali sacerdoti/sacerdotesse dottori/dottoresse, medici sfidare addirittura la parola di El in Persona [&#8230;], come avvenne o ancora avviene per il demoniaco dottor Freud e per altri infernali demoni e demonesse tra cui Lacan, Musatti, Jung [&#8230;] (A107).</p></blockquote>
<p>Se prescindiamo dalla connotazione negativa, dobbiamo ammettere che c’è del vero in questa invettiva: la psicoanalisi ha in comune con il sacerdozio e il potere giudiziario la pretesa di costruire la verità dell’umano. In ciò i tre ordini usurpano un posto che già fu di Dio: creare (il senso del) l’umano; salvo essere, la psicoanalisi, la più recente e attuale fra le dottrine-gnosi demoniache, che in più ammette e giustifica</p>
<blockquote><p>i peggiori peccati della più sathanica sfrenatezza, concupiscienza carnale-sensuale, causando una sabbatica moltiplicazione dei peccati individuali [&#8230;] (A108).</p></blockquote>
<p>La psicoanalisi comunque non è sola:</p>
<blockquote><p>la più diabolica, dottrina-gnosi dialettica che oggi esista in tutta la terra [&#8230; è] la dottrina-dogmatica più nota al mondo con il nome di ‘religione cattolica’, da cui tengo a ricordare anche io provengo come molti in Italia e nel mondo sia per una prima educazione familiare e giovanile, sia per la successiva educazione, in Verità catechesi ricevuta da tale potente ‘ideologia religiosa’ e ordine massonico-temporale (A48).</p></blockquote>
<p>La religione cattolica avvelena i giovani, fra i quali Angelo, la cui vita proviene dal male peggiore: il che conferma che Angelo ha avuto la peggiore formazione possibile, se non la natura peggiore. Nella ‘catechesi’</p>
<blockquote><p>la diabolica e maligna gnosi sacerdotale [&#8230;] sottometteva con Vera e propria tortura mentale gli adolescenti e perfino i bambini [&#8230; con una] potente opera di controllo e sottomissione mentale [&#8230;] (A48).</p></blockquote>
<p>Quali abusi ha subito Angelo?</p>
<p>Il nostro profeta suggerisce che si tratti di un abuso psichico, che specifica come «circoncisione di fallica violenza mentale» (A49), e per spiegarsi meglio salta di qualche anno in avanti nella propria vita, al tempo del servizio militare, quando fu «costretto a fare il ‘servo-lo schiavo’ per il sathanico demone chiamato ‘patria-stato’», violento e sanguinario (A49).</p>
<p>Emblematico per lui risulta essere il rito della rasatura militare, che Angelo definisce (glossando il verbo greco <em>keírō</em>, ‘tosare’, ‘rasare’) un</p>
<blockquote><p>recidere (come purtroppo diabolicamente può essere recisa la vita sia interiore che fisico-corporale di una Vera e Buona creatura umana) (A51).</p></blockquote>
<p>Angelo ci sta parlando del proprio assassinio simbolico subito a 25 anni, all’inizio del servizio militare; contemporaneamente, però, avendo poco prima citato la sua ‘catechesi’ religiosa, ci sta parlando anche di un assassinio subito prima dei 16 anni, quando iniziò ad abbandonare il cattolicesimo.</p>
<p>Angelo associa la sua morte con la festa Cureotide in Grecia antica, quando «nei loro abominevoli sacrifici venivano immolati bambini e giovani» (A52) di due età diverse: proprio le età (15 e 25 anni) del suo doppio assassinio<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>.</p>
<p>Queste morti sono forse la salvezza per l’anima, la pace? No, la morte non è la fine della sofferenza, perché</p>
<blockquote><p>i demoni [&#8230;] trasmigravano da una persona all’altra cercando di incarnarsi-reincarnarsi dentro tali persone, fino al totale possesso della stessa persona-identità (A92).</p></blockquote>
<p>Ecco dunque l’ultimo esito delle torture subite: la possessione del proprio corpo da parte delle potenze del male. Angelo, doppiamente ucciso, doppiamente è stato spossessato della propria identità. Anche qui, vediamo che il delirio di Angelo dice esplicitamente la propria realtà: la sua individualità è stata annullata, e ora egli la ricerca.</p>
<h3>La nostra concezione</h3>
<p>Abbiamo parlato della morte (di Angelo), e abbiamo visto che la morte si connette a una (ri)nascita, che consiste però in una possessione da parte dei dèmoni. Occorre dunque approfondire la nostra indagine sull’origine della vita.</p>
<blockquote><p>El ci ha Creati in qualsiasi unione dei nostri genitori, sin dal ventre di nostra madre, dei cui peccati morali e carnali con cui si sono uniti mai porta alcuna responsabilità» (A5).</p></blockquote>
<p>Troviamo qui un’interessante estensione a tutti gli uomini (Angelo compreso), del dogma della concezione verginale: non solo Gesù, ma tutti noi siamo nati per diretto intervento divino, essendo l’accoppiamento dei genitori un loro peccato senza nesso causale con l’inizio della nostra vita.</p>
<p>Angelo osa esprimere un’idea radicata in ogni essere umano, che generalmente viene confessata solo nei riguardi di pochi ‘figli di Dio’. Eppure, nonostante noi siamo stati creati da El, il peccato è dentro di noi, perché i genitori hanno peccato.</p>
<p>Conoscere il mistero della generazione, compiere l’atto sessuale e quindi procreare, significa compiere idolatria, perché, così facendo, uomini e donne si arrogano il potere di creare:</p>
<blockquote>[&#8230;] intendo la superbia demoniaca superbia e conseguente diabolica idolatria degli uomini-donne ‘creatori-creatrici’ sia mentali che carnali-sessuali, coloro che ‘creano la vita’ e si sostituicono in ogni Giudizio ad El, [&#8230;] Vero Creatore di Tutta la Vera Vita (A63).</p></blockquote>
<p>«Poi eventualmente quando proprio il peccato che è dentro di noi è troppo potente ci sono apposta i sacerdoti che ci hanno perfino sposati» (A6). E i sacerdoti sono tutti dèmoni essi stessi. La forma di peccato più comune, e che compare prima nella nostra vita, sembra dunque, ancora, quella sessuale, l’unione carnale.</p>
<blockquote><p>Solo El Conosce Essendo Veramente Onniscente l’interiore mente, coscienza di ogni individuo, che Lui Stesso Ha Creato sin dall’Inizio del primo uomo e della prima donna, sin dal concepimento che El Ha Deciso prima di ogni unione con reciprocità di un uomo con una donna e prima anche dello stesso implicito rapporto sessuale, Sopportando molte volte senza Mai Ammetterlo e Giustificarlo il piccolo come il grande peccato che l’uomo e la donna ancora oggi molto spesso commettono nelle loro cosiddette ‘storie d’amore’ e molto spesso proprio all’interno delle unioni matrimoniali, come sin dal successivo concepimento nel ventre delle nostre personali madri [&#8230;] (A37).</p></blockquote>
<p>È una difesa strenua del primato assoluto e senza partner del Padre simbolico, una lotta contro la sua eclissi (forclusione), che però comporta la <em>perdita di senso del padre reale</em>. Per salvare in qualche modo il padre dalla sopraffazione operata dalla madre, che ‘in realtà’ è la Madre dèmone onnipotente, Angelo è costretto a far intervenire un Padre onnipotente. Ma così, proprio il padre che doveva essere salvato, scompare dietro al Padre divino.</p>
<p>Questo tentativo di santificare la nostra concezione è votato al fallimento: infatti, anche se il concepimento è divino, è contemporaneo al peccato dei genitori, e quindi il peccato è accanto a noi, dentro di noi. Dio sopporta questo peccato, ma Angelo non sa dirci perché mai lo faccia: ancora una volta, l’Onnipotente sembra subire impotente una situazione impostagli dai Nemici.</p>
<p>È vero che la generazione paterna viene forclusa, restando solo quella materna (peraltro ridotta a semplice incubatrice della decisione divina): ma Angelo sta cercando di mantenere un’integrità del Sé indipendente da ogni altra persona, sta cercando un’àncora assolutamente sicura alla propria dispersione. Così facendo, ripeto, esprime anche una esigenza di individuazione, portata tanto all’estremo da portare all’annientamento: trovare la coesione del Sé non soltanto nella propria storia individuale passata (compresa quella genitoriale), ma anche in un punto assoluto ed eccentrico rispetto tale storia.</p>
<p>Al contrario della comune demoniaca sessualità, l’accoglimento della parola di El implica</p>
<blockquote><p>la Vera e Agapica vita corporale-sessuale [&#8230;], la fine Eterna di tutti i peccati carnali-sessuali che moltiplicano il maligno, epicureo, sodomita, khomorrita<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> e perfino mortificatorio e ascetico piacere sensuale [&#8230;] (A101).</p></blockquote>
<p>Non sappiamo nulla di tale nuova vita amorosa, ma sappiamo che anche l’ascesi è Male e peccato sessuale. Chi compie la</p>
<blockquote><p>sathanica mortificazione ascetica e corporale con annesse moltiplicazioni e perversioni sensuali (mi riferisco a chi [&#8230;] ha fatto scelte spirituali mistico-ascetiche [&#8230;]) del Vero e Agapico matrimonio in El di un uomo con una donna, quindi mi riferisco a tutta la demoniaca gnosi mistica che ha perfino ‘santificato’ tale immonda pratica, mortificatoria e falsa ‘spiritualità’ [&#8230;] (A102)</p></blockquote>
<p>Il nostro autore ci rivela cosa si nascondeva dentro gli asceti: essi</p>
<blockquote><p>avevano spesso demoniache parole-visioni-sogni parole-desideri e visioni-sogni di infenale sensualità e concupiscenza carnale o addirittura spesso di nascosto praticavano (e ancor così avviene) sia dentro i conventi come fuori anche le peggiori deviazioni sesuali-erotiche (molto diffusa era l’inversione sessuale maschile-femminile come ancora oggi avviene) (A102)</p></blockquote>
<p>Ci muoviamo su un difficile terreno ipotetico, ma forse possiamo sentire, in questa insistenza sull’«ancor così», «ancora oggi», che Angelo stia parlando di un’esperienza da lui stesso patita.</p>
<h3>L’identità distrutta</h3>
<p>Nel momento del concepimento avviene però qualcosa d’altro, che condiziona la nostra identità.</p>
<p>Il potere della maligna parola si impegna a</p>
<blockquote><p>penetrare e sovvertire perfino il fondamento della stessa Vera e Agapica <em>identità</em> con cui El ci Ha Creato, sin dalla Vera e Agapica unione anche sessuale dei nostri genitori e sin dal ventre stesso di nostra madre, tentando una maligna e radicale trasformazione della moltitudine di individui e creature di El in una vera e propria moltitudine di demoni e perfino totalità di demoni (A33).</p></blockquote>
<p>Dunque <em>il Male tenta di deformare e sovvertire l’identità del soggetto, a partire dal suo concepimento</em>.</p>
<p>Questo ci fa porre una tesi fondamentale: la concezione del mondo proclamata da Angelo (che vede questo mondo dominato dal Male) ci induce a concepire il suo male, il suo delirio, come descrizione del proprio essere dominato dalla sua malattia. <em>La sua concezione del nostro essere divorati dal Male coincide con la nostra concezione del suo essere divorato dal male</em>. Per questo siamo totalmente d’accordo con lui quando scrive che</p>
<blockquote><p>essendo [il male] in Verità prima <em>una corruzione interiore-morale della propria mente</em>, anima, coscienza, <em>ha lì l’origine</em> [&#8230;] <em>di tutto il sathanico male</em> che è nel mondo, compreso il male che è negli animali e nella natura in generale (A8).</p></blockquote>
<p>Tutto il male che vediamo ha origine in noi; in particolare, il Male che Angelo ci descrive nel mondo è anche la sua catastrofe interiore. Questo pensiero non ha però un effetto salutare. Il male permane accanto a una certezza che lo contraddice, vale a dire che questo male interno ha anche origine esterna, metafisica. La dissociazione di Angelo è tale per cui egli può contemporaneamente dire che il male ha origine dalla propria anima e che, nello stesso tempo, ha origine da Satana. Il risultato è una lotta contro il mondo esterno, senza quartiere tanto quanto quella al suo interno: questa lotta dà un tono di inesorabilità al suo delirio.</p>
<h3>La Rivelazione della Madre</h3>
<p>Verso la fine di quella che in principio chiama ‘Lettera Apostolica’, ma che diventerà ‘Apocalisse’, Angelo ci rivela il nucleo del suo dramma.</p>
<p>Scopriamo che la Chiesa Cattolica ha generato</p>
<blockquote><p><em>una seconda trinità</em>, la prima è quella apparentemente maggiore del così detto ‘Padre, Figlio e Spirito Santo’, la seconda in Verità poco conosciuta e molto nascosta e proprio <em>quella che ha origine dall’idolo-femminile chiamato ‘Maria’ e che a volte [&#8230;] rovescia e inverte l’ordine della prima trinità e si siede sul trono del così detto primato divino</em> [&#8230;] (A112).</p></blockquote>
<p>Ricordiamoci del grave peccato sessuale dell’«inversione»: questa, che prima indicava l’omosessualità, ora si precisa come trasformazione legata ai generi sessuali. Scopriamo che essa ha origini divine, nell’inversione che il dèmone ‘Maria’ ha operato nella sfera suprema, spodestando il primato paterno:</p>
<blockquote>[&#8230;] <em>la sua identità viene identificata come ‘madre di Cristo’ (il così detto padre più noto come il putativo padre umano e marito di Maria Giuseppe risulta quasi del tutto assente</em>, perché avrebbe causato aperta contraddizione e stridente contrasto con l’altro Padre) da cui la diabolica gnosi cattolica e anche cristiana in generale per successive manipolazioni prosegue nel trasformare l’identità delle persone e della Persona tanto che ‘Maria’ da semplice ‘madre’ di un uomo per così dire chiamato ‘Cristo’ in Verità Elebet diventa poco dopo ‘Madre’ con la lettera maiuscola di un essere che da uomo rapidamente viene fatto mutare nel ‘Figlio di Dio’ e poco dopo con altra trasformazione in ‘Dio Stesso’ (Cristo è Dio) così avviene una successiva ed ancora più diabolica permutazione-mutazione d’identità della così detta ‘Maria’ ovvero ‘ la ‘Maria che è anche La Madre di Dio Stesso’, quindi <em>‘Dio’ è sostituito nel Vero, Agapico e Perfetto Primato da Maria che essendo sua ‘Madre’ viene mutata, diventa e si trasforma in ‘Dio in Persona’ ovviamente facendo retrocedere ‘Dio’ dal Primo Posto come Vero, Agapico e Perfetto Creatore al secondo posto e sostituendo il Vero e Amato Padre nostro Onnipotente con una nuova pagana ‘madre cibele o grande madre matuta’ un incrocio tra la così detta pagana natura creatrice e la maternità di umana e femminilie carnalità-sessualità</em> […] (A112).</p></blockquote>
<p>Da una parte Angelo si ribella all’estromissione del padre reale compiuta nel mito familiare di Gesù. Dall’altra, <em>e soprattutto</em>, Angelo mostra l’usurpazione che la Grande Madre opera sulla santità paterna di El: la nuova Trinità, Maria-El-Elebet, Madre-Padre-Figlio, pone il femminile al primo posto nel mondo divino. Questo è il dramma di Angelo. <em>È la metastasi del complesso materno nel suo mondo interno, operata da una Madre onnipotente che estromette il Padre dichiarandosene Madre, e quindi distruggendo il Figlio nella sua identità.</em> L’identità di Angelo ne esce frantumata: identità non tanto sessuale, ma identità <em>tout court</em>. Il delirio di Angelo, che, abbiamo visto, è descrizione della realtà del mondo e resistenza contro il Male, si svela come resistenza alla distruzione dell’identità (operata dalla madre/Madre) e ricostruzione del soggetto (sotto l’egida di un Padre immaginario).</p>
<p>Quella dottrina demoniaca arriva a</p>
<blockquote><p>identificare l’identità del Vero e Amato Padre nostro Onnipotente del Vero e Amato Unico Creatore con l’identità di una femmina-donna [&#8230;] che ‘crea con lo stesso significato di una gravidanza sessuale-carnale al pari di una femmina di animale’ [&#8230;] (A113).</p></blockquote>
<p>Questa è la catastrofe: una donna sta sostituendo l’identità del Padre: una femmina che porta all’esasperazione il fatto che la generazione sia sessuata. El è Unico, quindi al di fuori della dicotomia dei sessi; non si riproduce, ma crea. Ecco invece spuntare una Madre, che non crea, ma genera, il mondo: essa è una</p>
<blockquote><p>Grande Dea Madre ovvero anche la Madonna alias anche la Madre di Dio, pregna di seme e di umori feondanti, generatrice della vita, perfino manicheisticamente anche quella così detta ‘maligna’ di tutta la vita, partoriente e nutriente da cui lo stesso Dio è stato generato ed allevato-svezzato da lattante e poppante quale Fu nella Sua così detta infanzia [&#8230;] (A116).</p></blockquote>
<p>Le domande si accavallano: sono stato generato nella carne o creato da Dio? Mi ha generato la Madre o creato il Padre? Dio è onnipotente, o il padre è potente sessualmente? Se il padre fosse potente vorrebbe dire che ha fatto generare la madre, ma questo, per Angelo, sembra non possa essere avvenuto. Dunque, se il padre non è potente, Dio Padre diventa onnipotente e creatore. <em>Così si sgancia dalla Madre, non ne ha più bisogno. Ma la Madre resta, subdolamente presente, e ritorna a inquietare l’inconscio e, da lì, la coscienza di Angelo</em>. Ritorna reclamando il suo diritto alla presenza, anzi reclamando (per compensazione) il predominio. Come tollerare che essa ritorni in scena, per di più diventando essa stessa unica generatrice o, secondo i momenti, distruttrice?</p>
<blockquote><p>Le parole della preghiera ‘mariana’ [&#8230;]<em> attribuiscono al così detto ‘seno di maria’ il potere addirittur ‘creativo’</em> di El in Persona ed inoltre seguendo la millennaria e sathanica idolatria del culto frigio greco-ittita, judaico-fenicio, ecc. di artemide-astarte-ishtar chiamano e scambiano il seno della donna con il ventre e [&#8230;] infatti la nota statua-idolo-simbolo di artemide<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a> fu costruita dai così detti artisti del tempo in Verità come oggi demoni con particolari significati e segni demoniaci [&#8230;] ovvero essendo anche artemide una divinità ‘plurale’ [&#8230;] ed essendo essa considerata come grande artefice in particolare della fecondità, fertilità in particolare femminile e anche generale della natura [&#8230;] fu rappresentata come una femmina-donna particolarmente ‘matroneggiante-signora-diva-divina’ [&#8230;] con la parte superiore del corpo ricoperta di numerosi seni-nudi femminili a significare la particolare potenza erotica-fecondante e di fertilità di tale demoniaco idolo. (A118)</p></blockquote>
<p>Insomma: <em>la Dea diventa il fulcro del mondo</em>. Così l’ultima frase dell’Apocalisse di Angelo ci dipinge (fra parentesi, quasi a prenderne il più possibile le distanze) il grande orrore<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>:</p>
<blockquote><p>(<em>la così detta madonna che il più delle volte è stata ed è rappresentata come femmina-donna che allatta con seno nudo un anomalo-strano bambino altrettanto nudo</em> e un po’ troppo cresciutello di età e di corpo di età maggiore di un semplice neonato e che <em>Mai può essere identificato con un neonato e/o una neonata-bambina-femmina da allattare</em>) (A118)</p></blockquote>
<p>Siamo all’ombelico del mondo di Angelo: la Madre generante e allattante, dai numerosi seni erotici e fecondanti, ovvero la Madonna che allatta un misterioso bambino. Questo bambino però non può essere Gesù-Elebet. <em>Non può essere che la madre allatti il bambino</em>, dice Angelo, e con ciò vuole intendere che egli stesso mai ha accettato né accetterà<em> mai</em> l’allattamento. Perché no? Perché questo rifiuto è insieme una nostalgia inestinguibile per un abbandonarsi che distrugge l’identità. <em>Dipendere dalla madre, significa, per Angelo, scomparire nella madre.</em> L’attacco contro la Madre nasconde la confessione che, per lui, abbandonarsi all’abbraccio protettivo e nutriente della Madre significa anche esserne succubi e annullati.</p>
<h3>Provando a concludere</h3>
<p>Angelo sta narrando il suo delirio, per poter dare ragione a se stesso dell’invasione disgregante che la malattia sta avendo nella sua psiche. Descrivendo il Male, sta descrivendo il suo male. E descrivendo il Male, descrive l’origine del Male, vale a dire la Dea Madre che usurpa il Dio Padre. Questo complesso lo sta invadendo, e per opporsi a questa invasione Angelo costruisce il suo delirio.</p>
<p>Ecco allora, volgendoci alle sensazioni che la lettura di questa Apocalisse ci suscita, che il nostro senso di soffocamento è il soffocamento da parte di questo incubo materno da cui Angelo disperatamente cerca di fuggire. Ed ecco spiegata l’impossibilità, per lui, di venire a capo del linguaggio, come abbiamo notato nel corso della nostra analisi. Il fantasma di una Madre, che soffoca col suo seno la bocca dell’infante rendendogli impossibile parlare, va contrastato con una efflorescenza di parole cui purtroppo manca il fondamento unificatore e regolatore del Padre, distrutto dalla Madre.</p>
<hr />
<p><strong>Note</strong></p>
<ul>
<li><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Angelo è il soggetto in questione; i numeri che seguono una ‘A’ indicano le pagine del suo testo. <em>I corsivi sono miei.</em> Ho citato pedissequamente il Verbo, anche negli eventuali errori di ortografia. Angelo non è stato l’unico a consegnarmi i suoi distillati. Non va quindi confuso con |F|, di cui parlo in <em>Un delirio di verità. Osservazioni su un caso di schizofrenia paranoide descritto in forma autobiografica (Caso clinico di |F|)</em> (Vadalà 2010-2011).</li>
<li><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Sappiamo chi precede Angelo in questo cammino: «e non vivo più io, ma Cristo vive in me […]» (<em>Galati</em>, 2, 20)</li>
<li><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Quello che storicamente sappiamo, è che ‘cureotide’ significa ‘giorno della tosatura’, perché in quel giorno (il terzo delle feste Apaturie), ad Atene, i capifamiglia presentavano alla fratria i figli nati nel corso dell’ultimo anno; il padre giurava sulla legittimità del bambino, si offriva una ciocca dei suoi capelli, e il bambino veniva iscritto nel registro dei cittadini. Era quindi il giorno dell’assunzione ufficiale della paternità di ogni bambino, dove la castrazione (o forse un antico sacrificio del primogenito) era simbolizzata dal rito della ‘tosatura’. Qui si rivela uno dei centri dell’orrore di Angelo.</li>
<li><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Con l’occasione, Angelo spiega che ‘camorra’ discende da ‘Gomorra’, in ebraico <em>ʿămōrā(h)</em>: anticipazione di un recente e celebre libro.</li>
<li><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Vedi Figura 5; quelli che un tempo si riteneva essere seni, sono ora identificati come testicoli di toro.</li>
<li><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Vedi Figura 6.</li>
</ul>
<hr />
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>Vadalà G. 2010-2011, <em>Un delirio di verità. Osservazioni su un caso di schizofrenia paranoide descritto in forma autobiografica (Caso clinico di |F|)</em>, in «La Pratica Analitica», Nuova Serie vol. VII, pp. 63-81.</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/alla-ricerca-del-senso-perduto-un-delirio-religioso/">Alla ricerca del senso perduto. Un delirio religioso</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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