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	<title>Franco Bellotti Archivi &#8226; Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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	<description>a cura del CIPA Roma</description>
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	<title>Franco Bellotti Archivi &#8226; Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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		<title>Editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Feb 2025 10:18:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2024 Nuova Serie Numero 5]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angiola Iapoce]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Bellotti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Vadalà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo è un numero particolare, si tratta di un numero monografico dedicato alla figura e all’opera di Franco Basaglia. Nel 2024 ricorrevano i 100 anni dalla sua nascita e molte sono state le iniziative a lui dedicate. Anche noi della Redazione abbiamo voluto ricordare una figura così significativa per la psichiatria e per lo sviluppo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questo è un numero particolare, si tratta di un numero monografico dedicato alla figura e all’opera di Franco Basaglia. Nel 2024 ricorrevano i 100 anni dalla sua nascita e molte sono state le iniziative a lui dedicate. Anche noi della Redazione abbiamo voluto ricordare una figura così significativa per la psichiatria e per lo sviluppo della società, e non solo italiana, poiché la rilevanza delle sue idee e della sua visione della pratica psichiatrica ha oltrepassato i confini nazionali, trovando ricezione negli altri paesi europei<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> e anche oltreoceano, specialmente in Brasile e in Argentina, paesi in cui il metodo basagliano trova ancora oggi larghissimo seguito. L’OMS indica la Legge 180, che porta il suo nome, come la migliore legge per il trattamento della salute mentale e considera l’Italia il Paese che dispone della legislazione più rispettosa dei diritti delle persone con disturbi mentali.</p>
<p>Quella di Basaglia è stata una vera e propria rivoluzione, basti pensare che la chiusura dei manicomi ha portato alla diffusione sul territorio di strutture di accoglienza e di cura: i CIM, gli SPDC, le case famiglie, strutture di comunità, cooperative ecc., realtà oggi per noi “normali”.</p>
<p>Si tratta di cose note ma lo ricordiamo per le generazioni più giovani che magari non pensano che l’attuale diffusione sul territorio di tutte le più varie strutture dedicate a prendersi cura dei disturbi mentali è stata il risultato di una battaglia sociale e politica guidata <em>in primis</em> da Franco Basaglia, a cui hanno fatto seguito molti psichiatri e operatori; e non dobbiamo neppure dimenticare le più generali lotte per la liberazione da ogni gerarchia autoritaria di cui è stata protagonista la cultura e la società tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70.</p>
<p>Dobbiamo, tuttavia, onestamente riconoscere che alla legge e alle sue intenzioni talvolta non è seguita una altrettanto valida sua applicazione: troppo spesso il peso dei malati mentali è ricaduto sulle famiglie e troppo spesso si è persa la specificità psichiatrica per favorire strutture generiche di contenimento, lontane dalla cura. Ma, nonostante le critiche, il passo è stato compiuto e oggi possiamo e dobbiamo solo migliorare tutto ciò e non certo pensare di tornare indietro.</p>
<p>In questo editoriale ci preme soprattutto sottolineare che l’introduzione del “metodo” basagliano ha comportato un vero e proprio cambio di paradigma, e non solo nella psichiatria: dopo di lui ciò che si è trasformato, nelle menti delle persone e nella società nel suo complesso, è stato proprio <em>l’approccio alla malattia mentale</em>. Basaglia per primo aveva visto che la realtà dei manicomi stringeva la follia in una morsa che aggravava la malattia stessa e ne impediva una comprensione più profonda e con questo la possibilità di comprenderla <em>per ciò che era</em>. La storia di Basaglia è la storia della possibilità di un cambiamento, è la storia di idee e pratiche che, pensate e volute, hanno trasformato il possibile in reale.</p>
<p>La rottura con la psichiatria di stampo positivista è stata insanabile: “quando una persona soffre di disturbi psichici <em>è la sua vita stessa che si è danneggiata</em> e per la ‘vita’ non ci sono ancora farmaci adeguati”, era una espressione di uso corrente all’epoca. Certamente oggi il rapporto della psichiatria con la farmacologia si è ammorbidito rispetto a sessant’anni fa, ma rimane sempre la centralità del punto di vista e della teoria di riferimento: è ben differente somministrare psicofarmaci con l’idea della loro <em>unica</em> possibilità curativa rispetto al somministrare gli stessi psicofarmaci avendo come prospettiva un essere umano, una persona, un cittadino, qualcuno che ha un nome e un cognome, che ha comunque reti di relazioni e che riveste una propria dignità. Si tratta di prospettive antropologiche e di visioni del mondo che non si conciliano con una visione positivistica o esclusivamente organicistica che vedono in un paziente esclusivamente l’oggetto di un loro sapere indiscutibile; l’essere umano nella sua totalità e soggettività meglio si inserisce in teorie filosofiche che hanno storie e tradizioni di pensiero consolidate e in teorie psicologiche che, derivate dalle prime, non hanno perduto l’attenzione alla complessità dell’esistenza.</p>
<p>Con la radicalità del suo pensiero, Franco Basaglia ha messo in discussione la stessa base epistemologica della psichiatria, affermando che il manicomio si basa su una non-scienza ma serve a mantenere in stato di isolamento e segregazione i “diversi”, coloro che non entrano all’interno dei parametri ritenuti normali dalla società civile, soprattutto tiene lontano i “pericolosi”, i “violenti” che rappresentano una minaccia per l’ordinata ed “educata” società civile: nulla a che vedere con la “cura”.</p>
<p>Noi, da psicologi analisti, riteniamo che l’essere umano sia un <em>unicum</em>, non scomponibile se non per esigenze momentanee, ma che debba sempre essere successivamente ricomposto nelle nostre menti e nelle nostre visioni del mondo. Riteniamo anche che esiste un legame inscindibile tra il singolo e il mondo-ambiente in cui vive e che i suoi propri problemi trovano un alveo di significato all’interno del posto in cui si trova a vivere.</p>
<p>Crediamo che si debba tornare a riflettere su tutto questo; dobbiamo evitare ogni posizione riduzionistica, e riuscire ad “abitare” la complessità, la complessità dell’essere umano nella sua singolarità e la complessità della società in cui ci troviamo a vivere, così come la complessità di questo mondo che oggi sembra anche non avere più confini. Stare nella complessità non è facile perché si tratta di una ricoeriana “via lunga” che prevede tempi lunghi, attenzione direzionata in modo costante, anche se non continuo; prevede considerazione di tutti gli aspetti affettivi, quegli aspetti “patici” che per lo più sono bollati come insignificanti o addirittura “perdenti”. Insomma, prevede “stare lì”, esserci all’interno di questa complessità, e “stare lì” è la posizione che ogni psicoterapeuta deve incarnare. La complessità esige un’attenzione particolare a quello che solitamente è visto come un “dettaglio”, e deve essere accompagnata da una dimensione temporale che sia al suo servizio più che al servizio di <em>Kronos</em>; una complessità entro cui si vivono relazioni che non sono di causa-effetto ma che prevedono i segni del tempo della storia, dei tempi degli affetti, dei sogni e dell’utopia.</p>
<p>Aby Warburg definisce la cultura, in senso lato, “un groviglio di serpenti vivi”, un’immagine che è stata ripresa da Didi-Huberman per indicare la complessità non semplificabile e la conservazione della vivezza nella dinamica della memoria: «La “permanenza della cultura” non si esprime come un’<em>essenza</em>, un tratto globale o un archetipo, bensì come un <em>sintomo</em>, un tratto d’eccezione, una cosa spostata. La <em>tenacia</em> delle sopravvivenze, il loro stesso “potere” […] emergono nella <em>tenuità </em>di cose minuscole, superflue, irrisorie o anormali» (Didi-Huberman 2006, p. 56). Didi-Huberman parla delle sopravvivenze, i <em>Nachleben</em>, per collocare in una posizione defilata ma vitale il punto di vista sulla tradizione e sul passato, per criticare «la semplificazione dei modelli di tempo, la loro diluizione in un essenzialismo della cultura e della <em>psyche</em>» (ivi, p. 62-63).</p>
<p>Ripensare Basaglia oggi implica anche non dimenticare la complessità e la storia degli sguardi filosofici sul soggetto e anche poter tornare sui fondamenti filosofici che hanno sostenuto lo stesso Basaglia. Quando era giovane assistente all’Università di Padova, il primario lo accusava di leggere troppi libri di filosofia, lo appellava come “il filosofo”, con una coloritura certamente non di apprezzamento. Non vogliamo qui riportare le tante letture filosofiche che hanno nutrito il pensiero di Franco Basaglia, si possono trovare indicate e argomentate in questo numero nell’intervista a Mario Colucci e a Pierangelo Di Vittorio e nelle note filosofiche di Pierangelo Di Vittorio.</p>
<p>Desideriamo però concludere riflettendo sul fatto che non esiste pratica psichiatrica, psicologica o psicoterapeutica che non debba avere una visione teorica di pensiero a cui fare riferimento. A volte oggi, in modo troppo superficiale, si privilegia la pratica e si tende a mettere in un canto la teoria, soprattutto quella filosofica, che viene indicata come troppo astratta e lontana dall’esperienza. A volte questo è anche vero, ma non dobbiamo dimenticare che Basaglia ha costruito <em>un sapere tratto dall’esperienza</em>, una conoscenza che è stata tutt’altro che astratta ma che derivava proprio da quell’esperienza manicomiale in cui era stato “gettato” senza che ne sapesse nulla. E quello di Basaglia è un sapere che riesce, secondo me in modo magistrale, ad intrecciare la propria esperienza nel manicomio con quelle teorie filosofiche che meglio si agganciano all’esperienza stessa.</p>
<p>E oggi possiamo dire che, dopo la sua rivoluzione, abitiamo una “normalità” più “larga”, e disponiamo di una soglia più mobile tra “normalità” e “follia”, in modo tale che riusciamo a pensare i due termini non come dicotomici ma come complementari.</p>
<p>Entrando nei singoli articoli per una breve disamina – ma rimandiamo ad una loro lettura diretta – compare all’inizio un dialogo tra Angiola Iapoce, lo psichiatra <strong>Mauro Colucci</strong> e il filosofo <strong>Pierangelo Di Vittorio</strong> i quali, da lungo tempo, coltivano il pensiero basagliano. Fuori da ogni retorica celebrativa e ideologica, presentano la visione della psichiatria portata avanti da Franco Basaglia, mettendone in risalto le matrici filosofiche e socio-politiche a partire da riflessioni che filosofi quali Georges Bataille o Michel Foucault diffondevano a partire dalla Francia.</p>
<p>In particolare, Foucault aveva denunciato l’intreccio stretto tra le istituzioni e i dispositivi del potere, che Basaglia tradusse in una visione “democratica” delle istituzioni psichiatriche. Si trattava di una visione di democrazia perché la malattia andava a colpire proprio le libertà dell’individuo, libertà che ricevevano una ulteriore limitazione dalla segregazione manicomiale, raddoppiando, per così dire, la malattia mentale stessa. Una democratizzazione che fu sostenuta anche da centinaia di infermieri, operatori sociali, medici, volontari e dirigenti politici delle amministrazioni, un movimento tale da permettere di arrivare alla sua formalizzazione nella Legge 180.</p>
<p>Una legge che purtroppo, come si può leggere anche negli interventi di Giuseppe Martini e Maria Antonina Cannella, non è mai stata applicata del tutto perché Basaglia morì prematuramente e non ci fu una ulteriore elaborazione teorica da tradurre sul piano istituzionale.</p>
<p><strong>Francesco Di Nuovo</strong>, con la sua consueta ironia, ci “regala” con <em>Quattro chiacchiere prima della puntura</em> una testimonianza di un suo paziente che, più di qualsiasi trattato di psicologia, di psichiatria e quant’altro, ci racconta come, senza aver mai letto nulla di quella lotta per la libertà di cui parlava Basaglia, abbia cambiato il modo di relazione fra lui e il medico. Maurizio, questo è il suo nome, ha capito che la “guarigione” era la conquista di una libertà che gli era stata negata e che un signore di nome Basaglia era stato il primo a indicare la strada.</p>
<p><strong>Giuseppe Martini</strong> ci porta la sua testimonianza, anche questa fuori da ogni retorica, che parte dal racconto di quando, da studente in una Università di provincia, giunse a Roma, diventando primario all’Ospedale Santo Spirito. Ci racconta questo percorso come lo aveva vissuto da giovane specializzando, pieno di entusiasmo per le innovazioni psichiatriche ma anche, fin da allora, profondamente “innamorato” della psicoanalisi, due orizzonti che potevano avere anche parecchi punti di attrito; e Martini sottolinea nell’articolo il suo profondo e costante impegno per tentare di introdurre la psicoanalisi nell’istituzione, cercando di farla diventare strumento non dismissibile. La conclusione, pessimista, riporta ad una psichiatria dei nostri giorni manageriale e organicistica, che ha perduto quello spirito militante che prima l’aveva caratterizzata, sia pure con alcune ombre.</p>
<p>Sulla stessa lunghezza d’onda è la testimonianza di <strong>Maria Antonina Cannella</strong>, anche lei partita con l’entusiasmo di giovane psichiatra e con il desiderio di portare nelle istituzioni la psicologia analitica junghiana. Forse memore di quella famosa frase che Jung scrisse a Freud in una lettera dove disse: senza la psicoanalisi «la psichiatria va a sbattere inevitabilmente contro un muro», desiderava offrire un tipo di intervento terapeutico più consono, appunto, a riconoscere l’unicità di ogni singolo utente.</p>
<p>Si augura che per il futuro, sfruttando posizioni più apicali, si possa introdurre una visione del lavoro istituzionale, seguendo l’insegnamento junghiano, «in termini più simbolici e collettivi per riportare la riflessione su dimensioni meno concrete e per questo più illuminate».</p>
<p>L’intervista di Caterina Romagnoli a <strong>Giuseppe Ducci</strong>, direttore del DSM Roma 1, ripercorre i cambiamenti nell’assistenza psichiatrica in Italia dopo la Legge Basaglia del 1978, con particolare attenzione al processo di deistituzionalizzazione e all’inclusione sociale dei pazienti. Lo psichiatra sottolinea l’importanza di adattare i servizi ai bisogni attuali, integrando neuroscienze e nuovi approcci terapeutici. Nella pratica odierna emergono problematiche legate alle dipendenze, ai disturbi del neuro-sviluppo e all’uso eccessivo delle nuove tecnologie. Il DSM da lui diretto adotta modelli multidisciplinari e preventivi, enfatizzando la continuità delle cure e il coinvolgimento delle famiglie. L’obiettivo rimane una salute mentale accessibile, inclusiva e orientata al recupero.</p>
<p>Il confronto che <strong>Chiara Giubellini</strong> opera tra Jung e Basaglia evidenzia il loro comune impegno nel ridefinire il rapporto medico-paziente, promuovendo la reciprocità e superando le dinamiche di potere. Entrambi sottolineano l’importanza di una relazione terapeutica basata su apertura e comprensione, anziché su categorizzazioni rigide. Basaglia ha lottato per integrare i pazienti nella società, Jung ha inoltre esplorato la necessità di integrare l’inconscio con il conscio. Il loro approccio condivide un <em>focus</em> sulla soggettività e sulla responsabilità reciproca. Ci auguriamo che l’articolo abbia gettato quel seme per proseguire nell’accostare Jung e Basaglia, ­ due personalità che avvicinate potrebbero sembrare esplosive, e per continuare a dissodare il terreno comune di decisa critica alle logiche di controllo delle istituzioni e di valorizzazione del rapporto umano quale fulcro della cura.</p>
<p><strong>Silvia Mariani</strong> esplora quel fenomeno particolare che è “sentire le voci”, riportandoci la sua esperienza diretta di terapeuta e le riflessioni teoriche e cliniche che ne conseguono. Storicamente legato a contesti religiosi o esoterici, oggi è spesso associato a diagnosi psichiatriche, ma in verità non sempre indica una patologia. Esperienze come quelle descritte dai gruppi di uditori di voci dimostrano l’importanza di accettare e comprendere queste manifestazioni per migliorare la qualità della vita. L’approccio <em>recovery-oriented</em> promuove l’integrazione sociale e la gestione consapevole delle voci, anziché il reprimerle. Il lavoro educativo e terapeutico punta a trasformare le voci in strumenti di crescita personale e a non relegarli a elementi di stigma o isolamento.</p>
<p>Il contributo di <strong>Ivan di Marco</strong> indaga il tema della follia e della psicologia attraverso l’opera di Philip K. Dick, in particolare il romanzo <em>Follia per sette clan</em>. L’autore lo analizza come metafora della psiche umana e della sua relazione con la società, soffermandosi sull’equilibrio tra sanità e malattia mentale. La narrazione di Dick, che immagina una colonia lunare abitata da diversi “clan” di malati mentali, diventa occasione per riflettere sulla natura fluida della psiche e sui limiti della psichiatria tradizionale. L’opera è interpretata come una critica alla società contemporanea e al concetto di normalità, proponendo una visione in cui il dialogo e l’integrazione sono essenziali per superare l’alienazione.</p>
<p>L’articolo di <strong>Martina Saraceni</strong> si focalizza sulla metafora come strumento chiave per comunicare il dolore, sottolineando l’importanza della Medicina Narrativa nel favorire il dialogo tra medico e paziente. Grazie al linguaggio metaforico, si superano le difficoltà nell’esprimere le esperienze soggettive, rendendo il dolore più comprensibile e condivisibile. L’esposizione di un caso clinico dimostra come la fiducia e l’uso di azioni simboliche possano trasformare comportamenti autodistruttivi in processi di guarigione creativa. La relazione terapeutica emerge come un pilastro della cura, insieme alla capacità dell’operatore di accogliere e contenere il dolore altrui, facilitando un cambiamento profondo e significativo.</p>
<p>Il numero si completa con due recensioni: una di Angiola Iapoce al libro di Enrico Ferrari <em>La bellezza salverà la psiche?</em>; l’altra di Anna Moncelli al libro di Bianca Gallerano e Alessandra Albani (a cura di) <em>Madri e figlie tra identità e differenza(e).</em> A chiusura un commento personale e “controcorrente” di Miriam Dambrosio al film del 2003 <em>Povere creature!</em></p>
<p>Buona lettura!</p>
<p><em>Franco Bellotti, Angiola Iapoce, Giuseppe M. Vadalà</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p><strong>Note</strong></p>
<ul>
<li><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Ricordiamo la giornalista finlandese Pikko Peltonen che girò, con il sostegno della tv finlandese, un documentario al manicomio di Gorizia nel 1968, dal titolo <em>La favola del serpente</em>, un documentario molto bello, sia pure nella sua imperfezione “tecnica”, che racconta i primi momenti della “rivoluzione” messa in atto da Basaglia. Lo si può vedere al seguente indirizzo: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=0iNUax7sTKA" target="_blank" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=0iNUax7sTKA</a>.</li>
</ul>
<hr />
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>Didi-Huberman G. 2006, <em>L’immagine insepolta</em>, Bollati Boringhieri, Torino.</li>
</ul>
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		<title>La visione dell’amore in Freud, Jung e la fenomenologia</title>
		<link>https://quadernidiculturajunghiana.it/la-visione-dellamore-in-freud-jung-e-la-fenomenologia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Franco Bellotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jan 2020 09:04:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2020 Nuova Serie Numero 1]]></category>
		<category><![CDATA[A Tema]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Bellotti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella visione dei legami affettivi, sia Freud che Jung hanno seguito quella che è stata la tradizione occidentale riguardo l’amore, inaugurata da Platone nel Simposio: la ricongiunzione con l’altra parte di se stessi da cui si è stati separati o ci si è separati (Carbone 2005). Lo stesso Freud farà esplicito riferimento al mito platonico,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella visione dei legami affettivi, sia Freud che Jung hanno seguito quella che è stata la tradizione occidentale riguardo l’amore, inaugurata da Platone nel <em>Simposio</em>: la ricongiunzione con l’altra parte di se stessi da cui si è stati separati o ci si è separati (Carbone 2005). Lo stesso Freud farà esplicito riferimento al mito platonico, così come viene raccontato da Aristofane, nel 1920 in <em>Al di là del principio di piacere</em>: il mito testimonia, nonostante il suo carattere fantastico, come le pulsioni tendono «a ripristinare uno stato precedente» (Freud 1920, pp. 242-243).</p>
<p>Anche per Jung, come vedremo, il legame d’amore rappresenta il ricongiungimento con la propria parte mancante attraverso l’integrazione della figura archetipica dell’<em>Animus</em> per la donna e dell’<em>Anima</em> per l’uomo; per lui la natura originaria dell’essere umano è infatti ermafrodita (Jung 1946). In proposito Freud, in una lettera inviata a Fliess il primo agosto del 1899, scrive di condividere l’idea di una bisessualità originaria, pensando però, diversamente dal medico tedesco, che questa possa essere solo psicologica non certo biologica.</p>
<p>Secondo Freud, infatti, l’originaria bisessualità dipende dalle identificazioni che il bambino ha, nel primo periodo della sua vita, con le figure di entrambi i genitori. Da qui l’interiorizzazione della figura del genitore del sesso opposto che costituisce la ʽrappresentazione di oggettoʼ; un vero e proprio modello questo, un <em>cliché,</em> lo chiamerà Freud, che, come una bussola, pur mantenendo l’ambiguità originaria, guiderà il soggetto nelle sue scelte d’amore.</p>
<p>In altre parole, nell’innamoramento, secondo la visione psicoanalitica classica, sono in gioco non soltanto le reciproche idealizzazioni che ciascun partner fa dell’altro (nell’amore l’altro è sempre sovra-determinato), ma anche l’eredità relativa alle identificazioni con entrambi i genitori.</p>
<p>Nel concludere la lettera a Fliess Freud scrive: «Mi sto abituando all’idea di considerare ogni atto sessuale come un processo nel quale sono implicati quattro individui» (Freud 1887-1904, p. 402).</p>
<p>Freud riprenderà il tema dell’originaria bisessualità in uno dei suoi ultimi scritti, <em>Analisi terminabile e interminabile</em>, asserendo che: «la contrapposizione tra i sessi fosse la vera causa e il motivo primario della rimozione» (Freud 1937, p. 534); una rimozione necessaria per la costituzione dell’identità di genere.</p>
<p>Molta acqua è passata sotto i ponti e diverse proposte teoriche hanno modificato l’originaria teoria freudiana delle motivazioni che presiedono alla scelta dell’oggetto d’amore; tutte le proposte, tuttavia, da quella delle relazioni oggettuali a quella psicologia dell’Io, dalla psicologia del Sé di Kohut a quelle più ʽrelazionali e intersoggettiveʼ, sono d’accordo su un punto: «la relazione d’oggetto è modellata sulle immagini delle relazioni del passato» (vedi ad es. Ogden 1989, p. 166).</p>
<p>Kernberg, l’autore post-freudiano che più di altri si è occupato delle relazioni affettive e del tema dell’identità di genere, assegna alla prima rimozione la costituzione di una ʽidentità sessuale nucleareʼ, quella «che determina se l’individuo si considera maschio o femmina» (Kernberg 1995, p. 5 e sg.).</p>
<p>Per Winnicott il problema di distinguere se l’oggetto è stato creato dalla fantasia o esperito realmente non si pone neanche: nel così detto «spazio potenziale» questa differenziazione non ha senso (Winnicott 1971, pp. 179-188). La sua parola d’ordine è: «l’uso di un oggetto è l’entrare in rapporto attraverso le identificazioni» (Winnicott 1989, pp. 151-164).</p>
<p>Anche Stephen Mitchell, uno dei massimi esponenti delle teorie relazionali, ricorda che nel pensiero psicoanalitico, al di là delle diverse teorizzazioni, la visione sulle relazioni d’amore resta invariata perché nel rapporto amoroso e sessuale giocano un ruolo fondamentale le vicissitudini delle identificazioni e delle introiezioni delle figure genitoriali. Con parole sue: «Una delle scoperte più durature delle esplorazioni della sessualità umana condotte da Freud è che […] il sesso non è sesso. […] La psicosessualità non può essere definita dall’evento sessuale in sé» (Mitchell 2002, p. 49).</p>
<p>Ancora Kernberg, a questo proposito, scrive: «Le triangolazioni […] costituiscono il più frequente e il più tipico scenario inconscio, che nei casi peggiori può distruggere la coppia, mentre in quelli più fortunati può rinforzare la sua intimità e la sua stabilità» (Kernberg 1995, p. 100).</p>
<p>La visione junghiana dei rapporti d’amore e della sessualità è meno complessa e soprattutto entra meno nello specifico delle varie forme che questi assumono ma, sostanzialmente, non se ne discosta tanto.</p>
<p>Il testo dove Jung analizza, più che in altre parti della sua opera, le relazioni d’amore è <em>La psicologia della traslazione</em>, in particolare nel secondo capitolo, ‘Il Re e la Reginaʼ (Jung 1946).</p>
<p>Anche per lui, originariamente, l’essere umano è bisessuale, o meglio è di natura ermafrodita; gli alchimisti lo rappresentavano, infatti, con la figura dell’<em>Anthropos</em>, un essere completo che è sia maschio che femmina.</p>
<p>Scrive Jung che l’<em>Anthropos </em>è «un archetipo che può riapparire spontaneamente in ogni epoca e in ogni luogo» (ivi, p. 224). Ancora: «dietro ogni incontro umano dove il ruolo decisivo è svolto dall’amore c’è sempre lo ʽspettroʼ dell’<em>Anthropos </em>che si configura come desiderio di ricongiungersi con la propria parte di sesso opposto» (<em>ibidem</em>).</p>
<p>Da questo punto di vista l’incesto simboleggia meglio di ogni altro rapporto l’unione che permette tale ricongiungimento; ricongiungimento che rappresenterà anche il vero obiettivo dell’individuazione, definita da Jung anche come il ‘divenire del S<em>é</em>’ (<em>Selbstwerdung</em>) (ivi, pp. 225-226). E ancora: «Questo è un dato di fatto psichico che si può dedurre dall’analisi accurata del transfert» (<em>ibidem</em>).</p>
<p>Per questi motivi, la tendenza regressiva verso l’incesto, per quanto analizzata nel transfert e temporaneamente risolta con il ritiro delle proiezioni, è destinata a ripresentarsi inconsciamente in quanto cela la spinta all’individuazione.</p>
<p>L’individuazione comporta, dunque, l’integrazione endopsichica della figura del sesso opposto, l’<em>Anima</em> o l’<em>Animus</em>; integrazione che caratterizza i rapporti d’amore dove, per così dire, ciascun partner <em>usa</em> l’altro come rappresentante di questa figura archetipica. Nella visione junghiana la dimensione incestuosa nei matrimoni (ma sarebbe meglio dire nei rapporti d’amore) continua a vivere nell’inconscio, è solo rimossa, sempre pronta ad essere proiettata. In altre parole, i rapporti d’amore si caratterizzerebbero per una dialettica fra endogamia ed esogamia che, come nella dialettica hegeliana, progredisce nel tempo attraverso sintesi che superano e contemporaneamente mantengono gli opposti (<em>Aufhebung</em>), contribuendo così alla reciproca integrazione della personalità del sesso opposto per entrambi i partner della coppia. Dice Jung: «È possibile che la tendenza endogama non miri in ultima analisi a una proiezione, bensì a un’unione interiore delle componenti della personalità» (ivi, p. 239).</p>
<p>Tuttavia lo stesso Jung, in un precedente saggio, è molto più pessimista nei confronti di questa reciprocità e vede nel rapporto di coppia soprattutto un’asimmetria; c’è sempre, scrive: «una personalità più complessa che inevitabilmente contiene quella più semplice» (Jung 1925, p. 189). La personalità ʽpiù sempliceʼ sarà destinata a scoprire «che nelle stanze che credeva fossero sue, vivevano anche altri indesiderati ospiti» (<em>ibidem</em>). Anche lui, dunque, come Freud, riconosce che nella relazione d’amore non si è mai in due, ma ci sono sempre degli ʽsgraditi ospitiʼ.</p>
<p>Oggi sappiamo dalle ricerche sull’evoluzione della specie di Stephen Jay Gould, biologo neodarwiniano, che l’essere umano è tale perché più degli altri primati ha bisogno di un periodo di accudimento molto lungo, tanto che Gould ha definito l’uomo un «animale ritardato» (cit. in Di Paola, 1987). Il fattore decisivo per la crescita del cervello umano è stato, secondo Gould, la lunga interazione durante il periodo di accudimento: la mente umana è tale perché si sviluppa insieme a un’altra mente per un periodo più lungo di tutti gli altri esseri (Gould, 2002).</p>
<p>Questa teoria e le riflessioni fenomenologiche sulla soggettività come costitutivamente intersoggettiva mettono in discussione le teorie psicologiche che pensano all’individuo come a una monade, con una mente isolata e autonoma, in cui l’altro è dato solo in una rappresentazione d’oggetto. Una visione della mente e della soggettività, questa, che caratterizza le teorie delle relazioni oggettuali e le teorie interpersonali e relazionali che vedono la relazione con l’altro partendo da un <em>Io originario</em> o comunque già costituito.</p>
<p>La relazione, per queste teorie, è quell’esperienza che permette di interiorizzare, come abbiamo visto, le figure parentali rappresentandole come oggetti e non come persone reali.</p>
<p>Secondo Jessica Benjamin, invece, si è riconosciuti dall’inizio da persone reali che, in un continuo scambio, danno vita a un processo in cui la soggettività comprende fin dalla sua costituzione un’alterità che si forma (<em>Gestaltung</em>) dentro l’intersoggettività, in quel contatto mentale e intercorporeo dato anche nella reversibilità degli sguardi (Benjamin 1995, p. 27). Tale visione intersoggettiva si è potuta sviluppare nella teoria psicoanalitica solo da quando le ricerche sulle prime relazioni hanno spostato l’ottica teorica dall’Edipo alla fase pre-edipica, aprendo alle prime interazioni madre-bambino. Uno spostamento che si deve originariamente alla Klein e a Winnicott, ai quali va riconosciuto il merito di aver individuato nella relazione madre-bambino il ruolo fondamentale che questa svolge: di rispecchiamento e riconoscimento per la costituzione del senso di sé del neonato (Winnicott 1971).</p>
<p>Queste ricerche dimostrano che fin dalla nascita il neonato possiede una serie di ʽcompetenzeʼ che lo rendono capace di attivare nell’adulto le risposte per i propri bisogni, ma non solo, le ricerche della psicologia evolutiva hanno anche mostrato che non esiste una fase d’indifferenziazione e tanto meno una fase simbiotica o fusionale (Stern 1977; Stern 1985). L’intersoggettività ha origine in quel ʽcontattoʼ in cui le menti e i corpi della coppia madre-bambino sono in reciproca connessione; intercorporeità e intersoggettività sono due facce della stessa medaglia, fondamento della sfera affettiva: i confini del corpo sono dati, infatti, dall’originario contatto con un altro corpo. è attraverso questo contatto che avviene la costruzione dello schema corporeo e la costituzione di una soggettività in cui l’altro non svolge solo una funzione di specchio. L’altro si caratterizza, infatti, come <em>alter ego</em>, come un non-io, che impedisce al bambino di sentirsi ʽsoggetto assolutoʼ, smentendo la famosa onnipotenza attribuita ai bambini.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a></p>
<p>Bion descrive quest’incontro come un rapporto fra un contenitore e un contenuto in cui, differentemente dal concetto winnicottiano di <em>holding materno</em>, corpo e mente non sono separati, ma uniti in uno scambio in cui la madre traduce le emozioni grezze del bambino in capacità di pensare (Bion 1962). L’altro, secondo questo modo di vedere, non è solo un oggetto che il bambino interiorizza attraverso le identificazioni, ma è un <em>essere-con</em> nei confronti del quale si autotrascende; si tratta di un rapporto che permette di trascendere la propria eccentricità.</p>
<p>Nella costituzione dell’intersoggettività è inoltre fondamentale, come Jessica Benjamin ha mostrato, il ruolo del <em>riconoscimento</em> che avviene fin dalla nascita, nello scambio reciproco fra madre e neonato: la madre pensa di conoscere da sempre il suo bambino così come si sente riconosciuta dal bambino dai chiari segni che questo esprime di preferirla a qualunque altro (Benjamin 1988).</p>
<p>Le prime relazioni, secondo questa visione, sono importanti nell’innamoramento non solo perché è lì che avviene il gioco fra identificazioni e interiorizzazioni, ma anche perché l’attrazione sarebbe racchiusa proprio in questa originaria ʽesperienza esteticaʼ, di competenza della sensorialità, che fa dell’attrazione fra i sessi un qualcosa che vive nella storia e non una semplice ripetizione.</p>
<p>Secondo O. Kernberg questa esperienza ha la possibilità di divenire sia virtuosa sia un incastro nevrotico; nel primo caso l’altro permette un trascendimento di sé: «I confini più importanti che la passione sessuale oltrepassa sono quelli del Sé» (Kernberg 1995, p. 46), mentre nel secondo rimanda alla idealizzazione primitiva che non tollera l’ambivalenza della passione amorosa fra attrazione e aggressività. Kernberg giustamente rileva che non c’è contraddizione fra la passione e la durata di un rapporto, il problema è semmai quello di saper coniugare virtuosamente l’esperienza ambivalente dell’amore che, da una parte si fonda sulla distruttività, sulla messa alla prova, e dall’altra sull’accettazione di un’identità separata e della sua irriducibilità (ivi, pp. 69-70).<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a></p>
<p>Per non cadere in ʽuna retorica dell’alteritàʼ vanno dunque prese in considerazione le due dimensioni dell’altro che entrano in gioco in un rapporto d’amore: quella dell’estraneità e quella dell’intimità (Rovatti 1994).</p>
<p>Kristeva, rileggendo il saggio di Freud <em>Il</em> <em>Perturbante</em>, che letteralmente significa <em>l’inquietante estraneità</em>, scrive un bellissimo libro intitolato <em>Stranieri a noi stessi</em>, introducendo per la prima volta in ambito psicoanalitico l’importante distinzione fra l’altro e l’estraneo; un’estraneità che appartiene al soggetto stesso (Kristeva 1988). Anche B. Waldenfels distingue, secondo una visione fenomenologica, l’altro dall’estraneo: nel primo riconosciamo una simmetria, siamo contrapposti ma uguali, lo guardiamo dal punto di vista del ʽmedesimoʼ. Nel secondo lo viviamo immersi in un’asimmetria irriducibile: partiamo da ciò che è proprio e da ciò che escludiamo dalla nostra sfera (Waldenfels 2006).<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a> L’estraneo, differentemente dall’altro, si riferisce allo <em>straniero</em> e non al mio simile, e riguarda, nell’intimità delle relazioni d’amore, <em>quell’inquietante estraneità</em> in cui il familiare è sempre anche estraneo.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a></p>
<p>Nelle relazioni d’amore, si dimentica spesso che nell’intimità di un incontro non c’è solo la contraddizione, che fa dell’aggressività una forma della verifica del legame, ma che è anche in gioco un paradosso in cui alterità, estraneità e familiarità si presentano contemporaneamente.</p>
<p>La figura dell’estraneo è allora quella che, più di ogni altra, è coinvolta nell’intimità del rapporto d’amore perché, al di là delle proiezioni e dei fantasmi, riguarda quei vissuti, dei due partner, che si riferiscono a uno spazio che si pone <em>tra</em> i sentimenti e il legame.</p>
<p>L’intimità non riguarda una posizione, come nella visione della Klein e di Bion, né è riconducibile a uno stadio dello sviluppo come nella Mahler, ma è una dimensione che prende forma giorno dopo giorno e provoca la caduta di ogni velo da parte di entrambi i partner. Uno spazio in cui gli amanti possono sia trovare rifugio sia riconoscersi imprigionati. L’intimità, come l’estraneo, riguarda lo ʽspazio proprioʼ, uno spazio vissuto, in cui l’altro può essere incluso o escluso.</p>
<p>L’intimità e il sessuale, scrive F. Jullien nel suo bellissimo libro <em>Sull’intimità</em>, non si sovrappongono e non coincidono, una chiama l’altro e viceversa, aprendo a un <em>ex-sistere</em> in due, a un uscire fuori di sé che produce «un più dentro di sé, [perché] esistere in due significa attivare la trascendenza dell’Altro nell’immanenza della propria vita» (Jullien 2013, p. 91). È una definizione difficile quella di Jullien che descrive un’esperienza che, differentemente dai concetti psicoanalitici, mostra il coinvolgimento intersoggettivo che avviene in una relazione intima; una relazione in cui i partner vivono contemporaneamente una espropriazione e un arricchimento.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a></p>
<p>L’incontro dunque, per possedere le caratteristiche dell’evento, non deve rientrare nella categoria del ʽpossibileʼ, per essere tale deve possedere il carattere della sorpresa. Un’imprevedibilità che potrebbe essere intesa come il ʽvirtualeʼ in opposizione al possibile; quest’ultimo, infatti, è pensato come ciò che non è impossibile e per questo rappresenta, come scrive Bergson, «il miraggio del presente nel passato», nell’incontro ciascun partner è come «quell’artista che mentre esegue la propria opera, crea il possibile contemporaneamente al reale» (Bergson 1920, p. 10).</p>
<p>Il vivere in due è qui una continua creazione in cui l’origine e l’orizzonte dipendono ognuno dalla realtà dell’altro. L’amore non è una <em>Gestalt</em>, una forma fissa, ma una <em>Gestaltung</em>, una formazione data in una esperienza condivisa che comprende sia il tempo cronologico del viaggio esteriore (<em>Erfahrung</em>) sia il tempo vissuto (<em>Erlebnis</em>) della propria crescita.</p>
<p>La psicologia junghiana (diversamente dalla psicoanalisi che parla di rapporti oggettuali, di narcisismo, di sessualità polimorfa, di fantasie inconsce) ha come punto di riferimento l’affettività, quale legame associativo che unisce percezioni e vissuti. L’affettività, nella visione junghiana, connota quegli stati d’animo che si esprimono nel sentire del corpo, in cui corpo sessuato e sentimento sono difficilmente separabili.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a></p>
<p>Nella dimensione dell’intimità il corpo è, dunque, un ʽluogo di passaggioʼ o un ʽpassaggio sotterraneoʼ, fra natura e cultura, fra interno ed esterno, in cui è coinvolta sia l’alterità nel riconoscimento del simile sia l’estraneo nella sua irriducibilità; una irriducibilità che nessuna perversione può annullare. Tanto più la familiarità accompagnata dall’estraneità della presenza-assenza, cui il corpo dell’altro ci rimanda, è riconosciuta come perturbante, tanto più si è liberati dal passato e dalla ripetizione per aprirsi all’imprevedibile, all’indeterminato, al virtuale e all’intimità.</p>
<p>Una dimensione che cerca di superare il modello platonico del ricongiungimento, del desiderio fondato su una mancanza, un modello che si fonda su una memoria di un passato che non è mai stato presente, si tratti di un androgino o di un ermafrodito; forse per questo M. Proust, citando Alfred de Vigny, afferma «i due sessi morranno ciascuno dalla propria parte» (Proust, cit. in Deleuze 1964).</p>
<hr />
<p><strong>Note</strong></p>
<ul>
<li><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Vedi ad es. la prefazione di Danilo Cargnello a Paul Schilder (Schilder 1935) e lo scritto di Françoise Dolto (Dolto 1984).</li>
<li><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> vedi anche Winnicott 1971, pp. 139-151.</li>
<li><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> La differenza fra l’altro e l’estraneo ha una storia che parte da lontano: già gli antichi greci distinguevano l’<em>eteron</em> dallo <em>xenon</em>, una distinzione che Waldenfels riprende riportandola all’attuale dibattito sull’alterità perché gli permette di vedere la complessità delle parti in gioco che vengono espresse nelle relazioni fra gli individui.</li>
<li><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Anche Hegel, non a caso, definiva l’incontro d’amore come «l’essere se stessi in un estraneo» (vedi Honneth 1992).</li>
<li><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Anche Maldiney definisce l’intimità di questo incontro come «l’evento per eccellenza» perché «l’altro, [è] colui che non posso essere», colui che rompe la continuità della temporalità del flusso della coscienza. L’evento, infatti, non è riducibile a un progetto, l’altro non mi prospetta solo un possibile futuro ma trascende ogni attesa, mi sorprende perché mostra ciò che non mi aspetto e ciò che non conosco di me stesso. Maldiney allude all’altro non solo come <em>simile</em> ma anche come <em>estraneo</em>, come colui che non posso ricondurre al simile in nessun senso, nonostante la familiarità che ci lega. (Maldiney 2002, p. 53).</li>
<li><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Dall’affettività, rileva Eugen Minkowski, ha origine quel ʽcontattoʼ, vissuto in prima persona che fin dalla nascita ci apre al mondo; contatto che, come abbiamo visto, ci fa essere uomini (Minkowsky 1957). La corporeità condivide con l’inconscio il fatto di esprimere, come aveva già rilevato Kristeva, un’estraneità di me stesso a me stesso. È attraverso il corpo che io apro e oriento il mio spazio vitale; Husserl lo definisce il punto zero da cui ciascun individuo muove la prima mossa, è un ʽpunto di passaggioʼ dal quale il mio qui si orienta. Qui lo spazio di intimità è descritto come rifugio (Husserl 1912-1976). Al contrario Schopenhauer vede il corpo degli uomini come quello dei porcospini, i quali cercano la vicinanza, si pungono e si ri-distanziamo, è un ‘passaggio sotterraneo’ che by-passa la rappresentazione. Lo spazio dell’intimità è descritto come la prigione da cui scappare. Nell’incontro, nell’evento che apre al nuovo, si presentano invece ‘contemporaneamente’ (Schopenhauer 1891).</li>
</ul>
<hr />
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>Benjamin J. (1988), <em>Legami d’amore</em>, trad. it. Rosenberg &amp; Sellier, Torino 1991.</li>
<li>Benjamin J. (1995), <em>Soggetti d’amore</em>, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 1996.</li>
<li>Benjamin J. (2004), <em>Il riconoscimento reciproco. L’intersoggettività e il Terzo</em>, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2019.</li>
<li>Bergson H. (1920), <em>Il possibile e il reale</em>, in «Aut aut», n. 201, 1984.</li>
<li>Bion W.R. (1962), <em>Apprendere dall’esperienza</em>, trad. it. Armando, Roma 1972.</li>
<li>Di Paola F. (1987), <em>L’animale in ritardo. Osservazioni su psicoanalisi e neuroscienze</em>, cit. in «Aut aut», n. 280-281.</li>
<li>Deleuze G. (1964), <em>Marcel Proust e i segni</em>, trad. it. Einaudi, Torino 1986.</li>
<li>Dolto F. (1984), <em>L’immagine inconscia del corpo</em>, trad. it. Red, Milano 1996.</li>
<li>Freud S. (1937), <em>Analisi terminabile e interminabile</em>, O. C., vol. 11, trad. it. Boringhieri, Torino 1979.</li>
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<li>Gould S. (2002), <em>La</em> <em>struttura della teoria dell’evoluzione</em>, trad. it. Codice edizioni, Torino 2003.</li>
<li>Honneth A.(1992), <em>Lotta per il riconoscimento. Proposte per un’etica del conflitto</em>, trad. it. Il Saggiatore, Milano 2002.</li>
<li>Husserl E. (1912-1976), <em>Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica</em>, trad. it. Einaudi, Torino 2002.</li>
<li>Jullien F. (2013), <em>Sull’intimità</em>, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014.</li>
<li>Jung C.G. (1925), <em>Il matrimonio come relazione psicologica</em>, O. C., vol. 17, trad. it. Boringhieri, Torino 1991, p. 189.</li>
<li>Jung C.G. (1946), <em>Psicologia della traslazione</em>, O. C., vol. 16, trad. it. Boringhieri, Torino 1981.</li>
<li>Kernberg O. (1995), <em>Relazioni d’amore</em>. <em>Normalità e patologia</em>, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 1995.</li>
<li>Kristeva J. (1988), <em>Stranieri a se stessi</em>, trad. it. Feltrinelli, Milano 1990.</li>
<li>Maldiney H. (2002), <em>Esistenza: crisi e creazione</em> trad. it. Mimesis, Milano 2012.</li>
<li>Minkowski E. (1957), <em>L’affettività</em>, cit. in “Atque” n. 17, maggio-novembre 1998.</li>
<li>Mitchell S. (2002), <em>L’amore può durare? Il destini dell’amore romantico</em>, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2003.</li>
<li>Ogden T.H. (1989), <em>Il limite primigenio dell’esperienza</em>, trad. it. Astrolabio, Roma 1992.</li>
<li>Rovatti P.A. (1994), <em>Abitare la distanza</em>, Feltrinelli, Milano.</li>
<li>Schilder P. (1935), <em>Immagine di sé e schema corporeo</em>, trad. It. Franco Angeli, Milano 2002.</li>
<li>Schopenhauer A. (1891), <em>Parerga e Paralipomena</em>, trad. it. Einaudi, Torino 1963.</li>
<li>Stern D.N. (1977), <em>Le interazioni madre-bambino nello sviluppo e nella clinica</em>, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 1998.</li>
<li>Stern D.N. (1985), <em>Il mondo interpersonale del bambino</em>, trad. it. Bollati Boringhieri, Torino 1987.</li>
<li>Waldenfels B. (2006), <em>Fenomenologia dell’estraneo</em>, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2008.</li>
<li>Winnicott D.W. (1971), <em>Gioco e realtà</em>, trad. it. Armando, Roma 1983.</li>
<li>Winnicott D.W. (1989), <em>Esplorazioni psicoanalitiche</em>, Raffaello Cortina, Milano 1995.</li>
</ul>
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		<title>Il tempo della vita e la coscienza estetica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Franco Bellotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 17:52:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2013 Numero 2]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Interrogarsi su com’è cambiata la temporalizzazione della vita nell’epoca moderna può, forse, aiutare a capire anche come si è modificata la domanda terapeutica e quali risposte richiede. L’essenza che caratterizza la temporalità del moderno, diversamente da quella del secolo scorso, legata alle idee di progresso e di sviluppo, è quella di esprimere una “semplice presenza”.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Interrogarsi su com’è cambiata la temporalizzazione della vita nell’epoca moderna può, forse, aiutare a capire anche come si è modificata la domanda terapeutica e quali risposte richiede.</p>
<p>L’essenza che caratterizza la temporalità del moderno, diversamente da quella del secolo scorso, legata alle idee di progresso e di sviluppo, è quella di esprimere una “semplice presenza”. Una presenza semplice data da un continuum senza soluzione di continuità, un tempo non solo privo di passato, ma soprattutto un tempo che mortifica la discontinuità della temporalità dell’esperienza individuale attraverso l’idea dell’autoaffermazione personale come tratto distintivo dell’uomo nella modernità. (Blumenberg H. 1974; Löwith K. 1949;  Benjamin W. 1963; Marramao G. 1990, 1994)</p>
<p>Pier Aldo Rovatti sintetizza così questa riduzione del vissuto alla semplice presenza:</p>
<p>“Questa presenza è ‘semplice’ perché è il risultato di una semplificazione, di una vera e propria amputazione: sottratto dal suo complesso gioco con l’assenza, l’essere qui e ora del presente si blocca in una dimensione che, a veder bene, non ha tempo è priva di temporalità.” (Rovatti P. 1987, p. 25)</p>
<p>Un presente contingente, dunque, che non lascia spazio, nei termini della psicologia junghiana, alla necessaria dialettica fra la figura della Persona e la propria individualità; dialettica nella quale Jung inscriveva quel processo d’individuazione attraverso cui l’individuo costruisce un senso immanente al vivere nel mondo.</p>
<p>L’individualità costretta in “un semplice presente” si riconosce solo per come appare nel sociale, la sua coscienza è sola egoica e rivolta all’autoaffermazione, è perciò priva sia della memoria della propria origine sia di quella storica. Una coscienza, in termini junghiani, inconsapevole di essere “contemporaneamente” conscia e inconscia, dove l’inconscio è anche collettivo.</p>
<p>L’analisi junghiana, a fronte di tale temporalizzazione della vita, può proporre, diversamente da altre psicoterapie, il pensiero che le è proprio, un pensiero “polare” così come l’ha proposto Jung. Un pensiero che non tende a una sintesi, come richiede una visione del tempo omogeneo, ma un modo di guardare alla vita in cui gli estremi persistono in una tensione tale per cui ciò che è originario è sempre riattualizzato dialetticamente nel divenire.</p>
<p>Un pensiero che, diversamente da quello obiettivante e lineare del progresso, che riduce la vita psichica a un già dato, o che crede di rappresentare la realtà specularmente, si nutre invece delle disattese, delle interruzioni e della discontinuità attraverso cui prende forma la vita, aprendo, appunto, all’imprevisto e alla necessaria dialettica degli opposti.</p>
<p>Negli stessi anni in cui Jung elaborava il concetto d’individuazione come quell’esperienza che dura tutta la vita, e attraverso la quale l’individuo costruisce il proprio senso nei confronti del mondo, Walter Benjamin scriveva un saggio sul modo di esperire la temporalità nell’epoca moderna molto affine alla visione junghiana. (Benjamin W. 1955; Rella F. 1980; Desideri F. 1980; Bodei R. 1982, pp. 165-184; Carchia G. 2009)</p>
<p>La differenza fra il tempo storico, scrive Benjamin, e i singoli accadimenti individuali è che la somma di questi ultimi non potrà mai essere ricondotta al senso della storicità e, tanto meno, questa può essere redenta dalle catene del tempo meccanico da una visione tragica della vita che trova  espressione solo nelle azioni individuali. Il tempo dell’anima che propone Benjamin non è riducibile a una visione solo individuale, analogamente Jung aveva pensato il processo d’individuazione contro ogni individualismo, tanto da scrivere che questo “è un mostrare intenzionalmente […] le proprie presunte caratteristiche in contrasto con i riguardi e gli obblighi collettivi”. (Jung C. G. 1928, p. 73)</p>
<p>A una storia vissuta come un vuoto contenitore da riempire con singoli accadimenti individuali, Benjamin contrappone una visione del tempo che oltre al succedersi dei singoli eventi e del passare del tempo cronologico riconosce anche un nucleo latente in ciascun individuo. Una memoria originaria legata alla tradizione e alla storia di ciascun individuo che, se riattualizzata dialetticamente nel confronto con il mondo, restituisce un senso storico alla vita vissuta che il tempo semplicemente presente non può comprendere.</p>
<p>Per rompere la continuità del tempo omogeneo, Walter Benjamin propone quindi un atteggiamento estetico, uno sguardo in grado di cogliere il mostrarsi dell’anima proprio perché questa appare attraverso le immagini. Un atteggiamento legato a un “sentire” in grado di cogliere le smentite che la realtà e l’incontro con l’altro possono offrire; smentite che rompono la continuità del tempo omogeneo e la linearità in cui la modernità pretende di inscrivere il corso della vita.</p>
<p>Il sentire “è un riconoscere senza pensare, è apertura a qualcosa che non passa attraverso il possesso individuale”, il sentire non è rappresentazione è qualcosa che la precede. (Gambazzi P. 1989, p. 111)</p>
<p>Il tempo dell’anima è il tempo della memoria, sia individuale sia collettiva, appare nelle immagini che i ricordi ci consegnano involontariamente nelle discontinuità delle interruzioni dell’intenzionalità della coscienza; come anche Proust aveva mostrato nelle sue Recherche.</p>
<p>E’ perciò una temporalità estetica quella che si presenta nelle immagini dialettiche, che sono tali perché connettono la sfera del contingente e quella della tradizione, la dimensione individuale e quella collettiva senza pretendere di raggiungere nessuna sintesi.</p>
<p>Intendere la vita come un “compimento” significa, secondo Benjamin, rompere il continuum del tempo omogeneo che inchioda l’individualità in un destino collettivo vissuto tutto nell’apparenza, significa fare della discontinuità della vita il punto di partenza. Considerare la vita come un “compimento” vuol dire, perciò, riattualizzare nel tempo presente l’originario sincronicamente al tempo futuro, in modo da aprire a dimensioni psichiche altrimenti chiuse alla sola dimensione collettiva. (Carchia G. 2009, p. 120)</p>
<p>“L’origine è la meta”, scriveva Karl Kraus, come Jung e Benjamin, agli inizi del novecento in piena crisi del sistema classico e contro l’ideologia della nuova borghesia tutta appiattita sul presente; cercava, anche lui, risposte fondative per un futuro che non perdesse il legame con la tradizione. (Kraus K. 1952, p. 34)</p>
<p>Un legame necessario contro il tempo vuoto della semplice presenza, in quanto spazio che si riempie di arcaismi tanto più la tradizione cade nell’oblio; arcaismi che emergono in tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva proprio perché questo spazio non è in grado di accogliere il tempo dell’anima. Jung avrebbe detto parti d’ombra compensatorie a un’individualità identificata nella figura della Persona.</p>
<p>La vita senza tradizione e senza un passato si restringe perciò nell’interesse privato più angusto, il vissuto presente è senza futuro ed è sempre più determinato e aderente a una dimensione collettiva; inautentica la definisce Heidegger.</p>
<p>Una tradizione da recuperare, tuttavia, non nel modo che ci ha proposto Hegel e i vari pensieri storicistici, i quali la inscrivono in un tempo progressivo dello spirito, o peggio ancora, come chi propone la restaurazione del tempo passato, negando ancora una volta la temporalizzazione della vita. Questa tradizione guarda al passato per la sua conservazione, proiettandolo in una dimensione futura per fermare, appunto, il tempo in un semplice presente.</p>
<p>La tradizione di cui parla Benjamin non va recuperata, perciò, attraverso la restaurazione di qualcosa che è già stato, quanto colta nelle immagini dialettiche che emergono nella discontinuità della vita di ciascun individuo come un sintomo, come disconferma delle attese del tempo omogeneo. Una tradizione, perciò, che emerge sia nei ricordi sia in ciò di familiare che riconosciamo nell’estraneo.</p>
<p>Un estraneo familiare e immagini che per essere riconosciute richiedono nell’incontro terapeutico la coscienza estetica individuata da Walter Benjamin, la cui attenzione è passiva e si lascia impressionare e non è intenzionalmente diretta. Un’attenzione “disattenta” legata a un sentire di ciò che da fuori richiama un interno, una coscienza simile a quella che si ha quando ci si sveglia, quando si è contemporaneamente nel sogno e nella veglia.</p>
<p>Un’attenzione di competenza della corporeità e delle sue sinestesie e non di una rappresentazione mentale; William James la chiamava “attenzione passiva involontaria”.</p>
<p>Uno sguardo che nell’incontro con il paziente si traduce per l’analista in un atteggiamento “attenzionale” diverso dalla freudiana attenzione fluttuante, non riconducibile a un’attività mentale quanto piuttosto a uno stato che la precede, uno stato “affetto” da un movimento inverso a quello di una mente che riflette tutta sola sui propri stati mentali.</p>
<p>E’ vero che lo psicoanalista utilizza il proprio apparato psichico come “strumento” conoscitivo nel lavoro terapeutico ma quest’uso non è di tipo epistemico rappresentativo, non riguarda una rappresentazione dello stato della coscienza, tipico dell’empirismo sensualistico, e tanto meno la coscienza di uno stato così detto interno, che caratterizza il mentalismo. Entrambi questi atteggiamenti sono mentali e usano le parole come segni che rappresenterebbero stati interni, Freud non a caso le chiamava “rappresentazioni di parola”, parole convenzionali e astratte dall’esperienza vissuta.</p>
<p>La psiche, ci hanno detto Jung e Benjamin, si mostra per immagini che esprimono stati emotivi la cui descrizione è simile a quella di un testimone che racconta una situazione in cui è implicato, un nominare non riducibile a un’attività della mente che riflette sulle proprie rappresentazioni, come fa lo spettatore che guarda il naufrago al sicuro nella terra ferma.(Blumenberg H. 1979) Alle rappresentazioni mentali non corrispondono specularmente eventi, realtà interna o quant’altro, come crede il pensiero obiettivante; l’esperienza di uno stato interno è l’esperienza della parola legata al gesto che la esprime e la nomina.</p>
<p>Le parole nel dialogo fra paziente e analista non comunicano uno stato interno, ma esprimono significati a secondo del contesto, il linguaggio usato è un’attività e il senso lo acquista nell’impiego che se ne fa nel dialogo; le parole nominano. “L’interesse del nominare, scrive Pierre Fédida, è esattamente quello di sottrarre la parola a qualunque categoria di rappresentazione”, in modo tale da lasciare spazio all’immagine che la parola raffigura, la quale, continua Fédida, ”è sensorialmente reminiscenza della cosa”. (Fédida P. 1985, p. 224)</p>
<p>La referenza della rappresentazione, com’è noto, è solo traslata, non accede in modo diretto ai sentimenti, alle emozioni e alle intenzioni, assolve solo il compito di presentarli attraverso dei segni. La rappresentazione è sempre in ritardo rispetto alla percezione sensibile, e alla sua possibilità di dare espressione alla corporeità nel momento in cui si mostra.</p>
<p>“L’immanenza e la trascendenza del passato, l’attività e la passività della memoria – scrive Merleau-Ponty – possono essere conciliate solo se rinunciano a porre il problema in termini di rappresentazione”. (Merleau-Ponty M. 1952, p. 25)</p>
<p>L’originario è, perciò, temporalmente modulato nei processi psichici che prendono forma nel flusso della relazione analitica, nel qui e ora del dialogo fra paziente e analista. I sentimenti, le emozioni e le idee sono riconosciuti quando sono detti, quando emergono spontaneamente nel dialogo terapeutico, il quale si nutre di una temporalità dove non è possibile prevedere e sapere in anticipo cosa si dirà. L’esperienza nel dialogo analitico è espressa dal e nel linguaggio ordinario e, proprio perché è la lingua di tutti, non rimanda solo a un vissuto personale e privato, ma, se pur in modo impreciso e confuso, sempre alla ricerca della parola giusta, richiama anche una forma pubblica di condividere l’esperienza umana.</p>
<p>La sua referenza è dunque la vita con le sue emozioni e le sue sofferenze, essa è traccia di ciò che non è linguistico, il cui senso si offre all’intuizione nel presente della relazione e dello scambio fra paziente e analista. La referenza del linguaggio che nomina si nutre di un’intimità più profonda della rappresentazione, perché la vita reale, per quanto scandita da un tempo cronologico, non scorre su un piano lineare, ma sulla coappartenenza di un tempo passato e di un tempo futuro; il soggetto, nella temporalità, è costantemente altro da sé.</p>
<p>“Noi – scriveva sempre Merleau-Ponty &#8211; non comunichiamo con la logica delle parole o col chiuso del nesso linguistico fra significante e significato: comunichiamo con quanto nelle parole vi è di gesto, di atto vivo e presente che sventa il sillogismo aristotelico e, solo ‘dice’ il nostro indicibile tempo&#8221;. (Merleau-Ponty M. 1945, p. 255)</p>
<p>Nella relazione analitica, la sensibilità dell’atteggiamento della coscienza estetica che, come abbiamo detto, si caratterizza per una “attenzione disattenta” si pone come un modo d’essere non riducibile a una tecnica della clinica, la sensibilità è diversa da un’attività mentale che interpreta attraverso la reificazione dei concetti della metapsicologia.</p>
<p>L’atteggiamento attenzionale dell’analista è rivolto a “ri-spondere” alla domanda del paziente nel senso etico ed etimologico che la parola significa: quello di assumersi la responsabilità di rispettare la sua unicità individuale. Un rispetto che passa attraverso un riconoscimento che non è né un rispecchiamento né una restituzione secondo il modo dell’interpretazione, quanto piuttosto frutto di un lavoro svolto congiuntamente.</p>
<p>Un riconoscimento dato da un atteggiamento etico che Jung sottolineò più volte nella sua opera e che una frase in Psicologia del transfert riassume in modo efficace: “In ogni nuovo caso […] ogni traccia di routine – scrive &#8211; finisce con il condurre su una strada sbagliata”. (Jung C. G. 1946, p. 25)</p>
<p>Il riconoscere non dipende, perciò, da una conoscenza di tipo epistemico sul funzionamento della mente del paziente, conoscenza dedotta attraverso un’interpretazione dello stato mentale dell’analista, ma da atti di esperienza. Le teorie sono come una bussola che è indispensabile per orientare la carta geografica e per decidere la direzione da seguire, ma il percorso che poi si segue non riguarda più le coordinate cartesiane, ma la capacità di “leggere” il territorio dalla posizione del proprio corpo e da quel “sentire” che abbiamo detto sopra.</p>
<p>Le forme introspettive di considerare il transfert e i controtransfert come strumento di conoscenza del disagio mentale dei pazienti sono appunto mentali, credono di riflettere specularmente su un vissuto come se fosse un oggetto, e, proprio per questo, si precludono di cogliere il modo di darsi dei vissuti e l’ascolto della loro nominazione.</p>
<p>“Le disposizioni affettive e le rappresentazioni che l’analista ha di se stesso”, scrive Fédida nel suo libro sul controtransfert, si ideologizzano in schemi soggettivi di tipo cognitivo che fungono da ostacolo alla nascita di nuove metafore”. (Fédida P. 1992, p.228)</p>
<p>L’incontro con l’altro, soprattutto in analisi, non è riducibile, l’abbiamo già detto, a una conoscenza epistemica, quanto piuttosto si tratta di una conoscenza che solo una coscienza estetica può cogliere proprio perché fondata su una referenzialità originaria. Una coscienza che non cerca certezze conoscitive, ma visione di ciò che è invisibile nel visibile, visione che solo lo sguardo di un’intenzionalità “fungente” riesce a vedere, come ricorda Merleau-Ponty all’inizio della Fenomenologia della Percezione, proprio perché è radicata nella sensorialità e non nei giudizi. (Merleau-Ponty M. 1945, op. cit., p. 27)</p>
<p>Per concludere, la domanda terapeutica richiede oggi una risposta che sappia cogliere la manifestazione dei disagi psichici come espressione della temporalizzazione della vita. Una risposta che è etica e non solo clinica, rivolta contemporaneamente sia a rispettare l’unicità di ogni singolarità individuale contro ogni forma di riduzionismo sia a costruire insieme una nuova nascita contro ogni forma di adattamento.</p>
<p>L’analisi è vista, non a caso, come una seconda opportunità per una nuova nascita, come un “nascere dal divenire e trapassare” scriveva Walter Benjamin; un trapassare libero dalle catene di un tempo continuo, vuoto, omogeneo e senza memoria.</p>
<p>Se c’è una dimensione che è stata sempre poco considerata nella riflessione filosofica e psicologica è proprio la nascita, ed è stata forse non a caso una donna, Maria Zambrano che, partendo dalla tremenda esperienza dell’esilio, dove si muore rimanendo vivi, a porre la nascita come quella possibilità in cui la temporalità si mostra come l’aspetto più essenziale della vita. L’essere umano entra nel mondo vivendo almeno tre temporalità: quella che lo precede, quella di un nuovo inizio e quella che verrà. (Zambrano M. 2007, pp. 166-170)</p>
<p>Come è noto, la psicoanalisi ha visto la nascita come un trauma dimenticando che è invece e soprattutto un venire alla luce, anche nel buio più profondo, per essere visti e dalla cui vista viene restituita la vita. (Rank O. 1924)</p>
<p>La Zambrano, commentando una poesia di Miguel de Unamuno, scrive: “Perché vivere, dev’essere questo: continuare a nascere”. (Zambrano M. 2006)</p>
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<p><strong>Bibliografia</strong></p>
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</ul>
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