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	<title>Editoriale Archivi &#8226; Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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	<description>a cura del CIPA Roma</description>
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	<title>Editoriale Archivi &#8226; Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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		<title>Editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Accettella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 11:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 Nuova Serie Numero 6]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Di Nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Accettella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tema dell’appartenenza si rivela oggi come uno dei crocevia più urgenti del pensiero junghiano. Non si tratta soltanto di una categoria sociologica o politica, né esclusivamente di un vissuto affettivo: l’appartenenza è una configurazione psichica primaria, un campo di tensione in cui identità e alterità, radicamento e separazione, memoria e trasformazione si intrecciano in&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il tema dell’appartenenza si rivela oggi come uno dei crocevia più urgenti del pensiero junghiano. Non si tratta soltanto di una categoria sociologica o politica, né esclusivamente di un vissuto affettivo: l’appartenenza è una configurazione psichica primaria, un campo di tensione in cui identità e alterità, radicamento e separazione, memoria e trasformazione si intrecciano in modo dinamico.<br />
Il tema scelto per questo sesto fascicolo della Nuova Serie dei Quaderni di Cultura Junghiana si colloca nel solco di una riflessione che è insieme clinica, culturale e politica. Ciò che emerge dai contributi raccolti non è una risposta univoca, ma una costellazione di interrogativi. Come abitare le proprie radici senza esserne prigionieri? Come sostenere il bisogno di comunità senza sacrificare la complessità dell’individuo? Come trasformare il conflitto tra appartenenze in occasione di ampliamento della coscienza?<br />
Il confronto tra le diverse voci presenti in questo fascicolo rende evidente che l’appartenenza non può essere pensata senza il suo correlato rappresentato dall’alterità. Ogni gruppo si definisce attraverso confini, espliciti o impliciti; ogni identità collettiva si struttura anche mediante processi di inclusione ed esclusione. La psicologia analitica, con la sua attenzione alla dinamica degli opposti e alla funzione trascendente, offre strumenti preziosi per non cadere nella trappola delle contrapposizioni sterili.<br />
L’appartenenza viene, dunque, indagata nella sua dimensione originaria che precede l’Io, lo contiene e insieme lo fonda. L’essere umano non sceglie semplicemente di appartenere; egli è, fin dall’inizio, consegnato a un tessuto simbolico, culturale, familiare, comunitario che lo plasma e lo vincola. Tuttavia, proprio questa condizione originaria contiene in sé un paradosso fecondo: l’appartenenza autentica non coincide con l’adesione cieca, ma implica un processo di differenziazione. Patendo la tensione tra individuazione e adattamento ognuno di noi può trasformare l’appartenenza da destino inconsapevole a scelta consapevole. In questa prospettiva, il percorso individuativo non è fuga dalla comunità, ma una sua piena elaborazione simbolica.<br />
In un tempo in cui la tentazione alla semplificazione e al riduttivismo domina la coscienza collettiva, la prospettiva junghiana ci ricorda che la psiche è intrinsecamente plurale. L’appartenenza, lungi dall’essere una categoria statica, è un processo: un movimento continuo tra identificazione e differenziazione, tra fedeltà e trasformazione. Essa chiede di essere pensata simbolicamente e non certamente semplificata e ridotta.<br />
Questo fascicolo invita il lettore a sostare in questa tensione. A riconoscere che ogni appartenenza autentica comporta una ferita – la rinuncia all’illusione di autosufficienza – ma anche una possibilità: quella di costruire legami più consapevoli, capaci di accogliere l’alterità senza annullarla.<br />
In termini individuativi l’appartenenza a una comunità ne rappresenta una tappa imprescindibile. Non come approdo definitivo, ma come campo dell’esperienza rispetto a ciò che ci precede e ciò che ci supera. In questo senso, riflettere oggi sull’appartenenza significa interrogarsi sul destino stesso della nostra convivenza psichica e culturale.<br />
Diventare terapeuti, come emerge con forza dai testi raccolti, non è un semplice accumulo di competenze, né una progressiva acquisizione di tecniche. È un processo di trasformazione che si svolge dentro campi e spazi dinamici stratificati, che sono contenitori, soglie e specchi.<br />
La didattica, allora, non rappresenta una mera trasmissione di un corpus dottrinario, ma un vero e proprio esercizio dialogico. Molto dipende dal “come”: dal modo in cui la tradizione viene incarnata, interrogata, messa in circolo. Se si irrigidisce in norma assoluta, produce conformismo o rifiuto. Se invece accetta la pluralità delle vie individuali può diventare uno spazio in cui la cultura condivisa invita la psiche individuale di ognuno a manifestarsi creativamente.<br />
La sfida etica è grande: trasmettere una considerazione psicologica più che una psicologia; formare analisti capaci di pensiero critico e non discepoli, riducendo il più possibile il rischio dell’indottrinamento. In questo senso, il percorso formativo è già una messa alla prova dell’idea stessa di appartenenza. Un’appartenenza matura non produce fanatici né epigoni, ma soggetti capaci di custodire la tradizione trasformandola.<br />
I gruppi teorico-clinici e di supervisione rappresentano un ulteriore banco di prova. Essi condensano, in forma più libera, tutte le dinamiche precedenti: scelta, identificazione, conflitto, cooperazione. Qui l’allievo sperimenta concretamente la pluralità delle correnti interne all’istituzione e impara a esercitare il proprio discernimento. Non è più soltanto discente, ma partecipante a un’opera comune. Il centro non è l’Io – né quello del docente né quello dell’allievo – ma il lavoro stesso, l’Opus condiviso. In questa esperienza si intravede una forma di democrazia psichica: una comunità che vive del confronto tra differenze, senza pretendere di annullarle.<br />
Il contributo dedicato al Centro Clinico amplia ulteriormente lo sguardo, portando l’appartenenza dal piano formativo a quello sociale. Il Centro Clinico appare come una soglia: luogo istituzionale, strutturato, ma al tempo stesso spazio liminale in cui la teoria incontra la carne viva dell’esperienza. Qui l’allievo-terapeuta è chiamato a misurarsi con la responsabilità reale della cura, sotto lo sguardo e nel dialogo con l’équipe.<br />
Particolarmente significativa è l’esperienza del doppio ruolo – valutatore e terapeuta – che mette in luce la dimensione collettiva del lavoro clinico. Accogliere un paziente già valutato da un collega significa entrare in una narrazione già iniziata, confrontarsi con l’eco di un altro sguardo. La “consegna” diventa così esercizio di funzione trascendente: integrare senza aderire acriticamente, trasformare senza negare. Anche qui l’appartenenza si manifesta come campo dinamico, non come schema rigido.<br />
Interessante è inoltre la riflessione sull’uso dello strumento diagnostico. Lungi dall’essere una gabbia che riduce l’unicità del paziente, esso può diventare contenitore simbolico, mappa orientativa nella complessità. La questione non è lo strumento in sé, ma la postura interna di chi lo utilizza. Ancora una volta, l’appartenenza a una tradizione non si misura dall’ortodossia, ma dalla capacità di integrare strumenti diversi in un ascolto vivo.<br />
Infine, il Centro Clinico apre alla dimensione della polis. La cura non resta chiusa nel circuito autoreferenziale della formazione, ma si configura come restituzione sociale. Offrire un servizio accessibile, etico, orientato al benessere significa riconoscere che l’appartenenza a una comunità analitica implica una responsabilità verso la comunità più ampia. La formazione non è solo un percorso individuale; è un investimento nel bene comune.<br />
In questo passaggio dal centro clinico alla res publica si compie un movimento decisivo: l’appartenenza si dilata. Dalla relazione duale si passa all’équipe; dall’équipe all’istituzione; dall’istituzione alla società. L’analista in formazione scopre che il proprio lavoro non è un atto solitario, ma parte di una rete simbolica e concreta che lo precede e lo eccede.<br />
Il filo che unisce tutti questi contributi è dunque chiaro: l’appartenenza non è un possesso, ma un processo. Si costruisce nei colloqui di selezione, si interroga nelle aule, si approfondisce nell’analisi personale, si esercita nei gruppi, si responsabilizza nel centro clinico, si restituisce alla polis. In ognuno di questi passaggi, essa mette in gioco la stessa domanda: come essere parte senza smettere di essere sé stessi?<br />
Forse è proprio questa la posta in gioco più alta della formazione analitica: non garantire una identità compatta e rassicurante, ma sostenere un’identità capace di dialogo, di conflitto, di trasformazione. Un’identità che sappia abitare l’istituzione senza confondersi con essa, e che al tempo stesso riconosca nell’istituzione un luogo psichico e simbolico indispensabile.<br />
Consegnando ai lettori questa seconda parte del fascicolo, desideriamo sottolineare che la riflessione sull’appartenenza non riguarda soltanto ciò che siamo come comunità di analisti, ma ciò che stiamo diventando. E che ogni nuova generazione, entrando in questo campo, non ne è soltanto erede: ne è anche, inevitabilmente, trasformazione.<br />
È con questo spirito che consegniamo ai lettori il nuovo fascicolo: come spazio di dialogo, di confronto e, auspicabilmente, di trasformazione.</p>
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		<title>Editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Feb 2025 10:18:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2024 Nuova Serie Numero 5]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angiola Iapoce]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Bellotti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Vadalà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo è un numero particolare, si tratta di un numero monografico dedicato alla figura e all’opera di Franco Basaglia. Nel 2024 ricorrevano i 100 anni dalla sua nascita e molte sono state le iniziative a lui dedicate. Anche noi della Redazione abbiamo voluto ricordare una figura così significativa per la psichiatria e per lo sviluppo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questo è un numero particolare, si tratta di un numero monografico dedicato alla figura e all’opera di Franco Basaglia. Nel 2024 ricorrevano i 100 anni dalla sua nascita e molte sono state le iniziative a lui dedicate. Anche noi della Redazione abbiamo voluto ricordare una figura così significativa per la psichiatria e per lo sviluppo della società, e non solo italiana, poiché la rilevanza delle sue idee e della sua visione della pratica psichiatrica ha oltrepassato i confini nazionali, trovando ricezione negli altri paesi europei<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> e anche oltreoceano, specialmente in Brasile e in Argentina, paesi in cui il metodo basagliano trova ancora oggi larghissimo seguito. L’OMS indica la Legge 180, che porta il suo nome, come la migliore legge per il trattamento della salute mentale e considera l’Italia il Paese che dispone della legislazione più rispettosa dei diritti delle persone con disturbi mentali.</p>
<p>Quella di Basaglia è stata una vera e propria rivoluzione, basti pensare che la chiusura dei manicomi ha portato alla diffusione sul territorio di strutture di accoglienza e di cura: i CIM, gli SPDC, le case famiglie, strutture di comunità, cooperative ecc., realtà oggi per noi “normali”.</p>
<p>Si tratta di cose note ma lo ricordiamo per le generazioni più giovani che magari non pensano che l’attuale diffusione sul territorio di tutte le più varie strutture dedicate a prendersi cura dei disturbi mentali è stata il risultato di una battaglia sociale e politica guidata <em>in primis</em> da Franco Basaglia, a cui hanno fatto seguito molti psichiatri e operatori; e non dobbiamo neppure dimenticare le più generali lotte per la liberazione da ogni gerarchia autoritaria di cui è stata protagonista la cultura e la società tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70.</p>
<p>Dobbiamo, tuttavia, onestamente riconoscere che alla legge e alle sue intenzioni talvolta non è seguita una altrettanto valida sua applicazione: troppo spesso il peso dei malati mentali è ricaduto sulle famiglie e troppo spesso si è persa la specificità psichiatrica per favorire strutture generiche di contenimento, lontane dalla cura. Ma, nonostante le critiche, il passo è stato compiuto e oggi possiamo e dobbiamo solo migliorare tutto ciò e non certo pensare di tornare indietro.</p>
<p>In questo editoriale ci preme soprattutto sottolineare che l’introduzione del “metodo” basagliano ha comportato un vero e proprio cambio di paradigma, e non solo nella psichiatria: dopo di lui ciò che si è trasformato, nelle menti delle persone e nella società nel suo complesso, è stato proprio <em>l’approccio alla malattia mentale</em>. Basaglia per primo aveva visto che la realtà dei manicomi stringeva la follia in una morsa che aggravava la malattia stessa e ne impediva una comprensione più profonda e con questo la possibilità di comprenderla <em>per ciò che era</em>. La storia di Basaglia è la storia della possibilità di un cambiamento, è la storia di idee e pratiche che, pensate e volute, hanno trasformato il possibile in reale.</p>
<p>La rottura con la psichiatria di stampo positivista è stata insanabile: “quando una persona soffre di disturbi psichici <em>è la sua vita stessa che si è danneggiata</em> e per la ‘vita’ non ci sono ancora farmaci adeguati”, era una espressione di uso corrente all’epoca. Certamente oggi il rapporto della psichiatria con la farmacologia si è ammorbidito rispetto a sessant’anni fa, ma rimane sempre la centralità del punto di vista e della teoria di riferimento: è ben differente somministrare psicofarmaci con l’idea della loro <em>unica</em> possibilità curativa rispetto al somministrare gli stessi psicofarmaci avendo come prospettiva un essere umano, una persona, un cittadino, qualcuno che ha un nome e un cognome, che ha comunque reti di relazioni e che riveste una propria dignità. Si tratta di prospettive antropologiche e di visioni del mondo che non si conciliano con una visione positivistica o esclusivamente organicistica che vedono in un paziente esclusivamente l’oggetto di un loro sapere indiscutibile; l’essere umano nella sua totalità e soggettività meglio si inserisce in teorie filosofiche che hanno storie e tradizioni di pensiero consolidate e in teorie psicologiche che, derivate dalle prime, non hanno perduto l’attenzione alla complessità dell’esistenza.</p>
<p>Con la radicalità del suo pensiero, Franco Basaglia ha messo in discussione la stessa base epistemologica della psichiatria, affermando che il manicomio si basa su una non-scienza ma serve a mantenere in stato di isolamento e segregazione i “diversi”, coloro che non entrano all’interno dei parametri ritenuti normali dalla società civile, soprattutto tiene lontano i “pericolosi”, i “violenti” che rappresentano una minaccia per l’ordinata ed “educata” società civile: nulla a che vedere con la “cura”.</p>
<p>Noi, da psicologi analisti, riteniamo che l’essere umano sia un <em>unicum</em>, non scomponibile se non per esigenze momentanee, ma che debba sempre essere successivamente ricomposto nelle nostre menti e nelle nostre visioni del mondo. Riteniamo anche che esiste un legame inscindibile tra il singolo e il mondo-ambiente in cui vive e che i suoi propri problemi trovano un alveo di significato all’interno del posto in cui si trova a vivere.</p>
<p>Crediamo che si debba tornare a riflettere su tutto questo; dobbiamo evitare ogni posizione riduzionistica, e riuscire ad “abitare” la complessità, la complessità dell’essere umano nella sua singolarità e la complessità della società in cui ci troviamo a vivere, così come la complessità di questo mondo che oggi sembra anche non avere più confini. Stare nella complessità non è facile perché si tratta di una ricoeriana “via lunga” che prevede tempi lunghi, attenzione direzionata in modo costante, anche se non continuo; prevede considerazione di tutti gli aspetti affettivi, quegli aspetti “patici” che per lo più sono bollati come insignificanti o addirittura “perdenti”. Insomma, prevede “stare lì”, esserci all’interno di questa complessità, e “stare lì” è la posizione che ogni psicoterapeuta deve incarnare. La complessità esige un’attenzione particolare a quello che solitamente è visto come un “dettaglio”, e deve essere accompagnata da una dimensione temporale che sia al suo servizio più che al servizio di <em>Kronos</em>; una complessità entro cui si vivono relazioni che non sono di causa-effetto ma che prevedono i segni del tempo della storia, dei tempi degli affetti, dei sogni e dell’utopia.</p>
<p>Aby Warburg definisce la cultura, in senso lato, “un groviglio di serpenti vivi”, un’immagine che è stata ripresa da Didi-Huberman per indicare la complessità non semplificabile e la conservazione della vivezza nella dinamica della memoria: «La “permanenza della cultura” non si esprime come un’<em>essenza</em>, un tratto globale o un archetipo, bensì come un <em>sintomo</em>, un tratto d’eccezione, una cosa spostata. La <em>tenacia</em> delle sopravvivenze, il loro stesso “potere” […] emergono nella <em>tenuità </em>di cose minuscole, superflue, irrisorie o anormali» (Didi-Huberman 2006, p. 56). Didi-Huberman parla delle sopravvivenze, i <em>Nachleben</em>, per collocare in una posizione defilata ma vitale il punto di vista sulla tradizione e sul passato, per criticare «la semplificazione dei modelli di tempo, la loro diluizione in un essenzialismo della cultura e della <em>psyche</em>» (ivi, p. 62-63).</p>
<p>Ripensare Basaglia oggi implica anche non dimenticare la complessità e la storia degli sguardi filosofici sul soggetto e anche poter tornare sui fondamenti filosofici che hanno sostenuto lo stesso Basaglia. Quando era giovane assistente all’Università di Padova, il primario lo accusava di leggere troppi libri di filosofia, lo appellava come “il filosofo”, con una coloritura certamente non di apprezzamento. Non vogliamo qui riportare le tante letture filosofiche che hanno nutrito il pensiero di Franco Basaglia, si possono trovare indicate e argomentate in questo numero nell’intervista a Mario Colucci e a Pierangelo Di Vittorio e nelle note filosofiche di Pierangelo Di Vittorio.</p>
<p>Desideriamo però concludere riflettendo sul fatto che non esiste pratica psichiatrica, psicologica o psicoterapeutica che non debba avere una visione teorica di pensiero a cui fare riferimento. A volte oggi, in modo troppo superficiale, si privilegia la pratica e si tende a mettere in un canto la teoria, soprattutto quella filosofica, che viene indicata come troppo astratta e lontana dall’esperienza. A volte questo è anche vero, ma non dobbiamo dimenticare che Basaglia ha costruito <em>un sapere tratto dall’esperienza</em>, una conoscenza che è stata tutt’altro che astratta ma che derivava proprio da quell’esperienza manicomiale in cui era stato “gettato” senza che ne sapesse nulla. E quello di Basaglia è un sapere che riesce, secondo me in modo magistrale, ad intrecciare la propria esperienza nel manicomio con quelle teorie filosofiche che meglio si agganciano all’esperienza stessa.</p>
<p>E oggi possiamo dire che, dopo la sua rivoluzione, abitiamo una “normalità” più “larga”, e disponiamo di una soglia più mobile tra “normalità” e “follia”, in modo tale che riusciamo a pensare i due termini non come dicotomici ma come complementari.</p>
<p>Entrando nei singoli articoli per una breve disamina – ma rimandiamo ad una loro lettura diretta – compare all’inizio un dialogo tra Angiola Iapoce, lo psichiatra <strong>Mauro Colucci</strong> e il filosofo <strong>Pierangelo Di Vittorio</strong> i quali, da lungo tempo, coltivano il pensiero basagliano. Fuori da ogni retorica celebrativa e ideologica, presentano la visione della psichiatria portata avanti da Franco Basaglia, mettendone in risalto le matrici filosofiche e socio-politiche a partire da riflessioni che filosofi quali Georges Bataille o Michel Foucault diffondevano a partire dalla Francia.</p>
<p>In particolare, Foucault aveva denunciato l’intreccio stretto tra le istituzioni e i dispositivi del potere, che Basaglia tradusse in una visione “democratica” delle istituzioni psichiatriche. Si trattava di una visione di democrazia perché la malattia andava a colpire proprio le libertà dell’individuo, libertà che ricevevano una ulteriore limitazione dalla segregazione manicomiale, raddoppiando, per così dire, la malattia mentale stessa. Una democratizzazione che fu sostenuta anche da centinaia di infermieri, operatori sociali, medici, volontari e dirigenti politici delle amministrazioni, un movimento tale da permettere di arrivare alla sua formalizzazione nella Legge 180.</p>
<p>Una legge che purtroppo, come si può leggere anche negli interventi di Giuseppe Martini e Maria Antonina Cannella, non è mai stata applicata del tutto perché Basaglia morì prematuramente e non ci fu una ulteriore elaborazione teorica da tradurre sul piano istituzionale.</p>
<p><strong>Francesco Di Nuovo</strong>, con la sua consueta ironia, ci “regala” con <em>Quattro chiacchiere prima della puntura</em> una testimonianza di un suo paziente che, più di qualsiasi trattato di psicologia, di psichiatria e quant’altro, ci racconta come, senza aver mai letto nulla di quella lotta per la libertà di cui parlava Basaglia, abbia cambiato il modo di relazione fra lui e il medico. Maurizio, questo è il suo nome, ha capito che la “guarigione” era la conquista di una libertà che gli era stata negata e che un signore di nome Basaglia era stato il primo a indicare la strada.</p>
<p><strong>Giuseppe Martini</strong> ci porta la sua testimonianza, anche questa fuori da ogni retorica, che parte dal racconto di quando, da studente in una Università di provincia, giunse a Roma, diventando primario all’Ospedale Santo Spirito. Ci racconta questo percorso come lo aveva vissuto da giovane specializzando, pieno di entusiasmo per le innovazioni psichiatriche ma anche, fin da allora, profondamente “innamorato” della psicoanalisi, due orizzonti che potevano avere anche parecchi punti di attrito; e Martini sottolinea nell’articolo il suo profondo e costante impegno per tentare di introdurre la psicoanalisi nell’istituzione, cercando di farla diventare strumento non dismissibile. La conclusione, pessimista, riporta ad una psichiatria dei nostri giorni manageriale e organicistica, che ha perduto quello spirito militante che prima l’aveva caratterizzata, sia pure con alcune ombre.</p>
<p>Sulla stessa lunghezza d’onda è la testimonianza di <strong>Maria Antonina Cannella</strong>, anche lei partita con l’entusiasmo di giovane psichiatra e con il desiderio di portare nelle istituzioni la psicologia analitica junghiana. Forse memore di quella famosa frase che Jung scrisse a Freud in una lettera dove disse: senza la psicoanalisi «la psichiatria va a sbattere inevitabilmente contro un muro», desiderava offrire un tipo di intervento terapeutico più consono, appunto, a riconoscere l’unicità di ogni singolo utente.</p>
<p>Si augura che per il futuro, sfruttando posizioni più apicali, si possa introdurre una visione del lavoro istituzionale, seguendo l’insegnamento junghiano, «in termini più simbolici e collettivi per riportare la riflessione su dimensioni meno concrete e per questo più illuminate».</p>
<p>L’intervista di Caterina Romagnoli a <strong>Giuseppe Ducci</strong>, direttore del DSM Roma 1, ripercorre i cambiamenti nell’assistenza psichiatrica in Italia dopo la Legge Basaglia del 1978, con particolare attenzione al processo di deistituzionalizzazione e all’inclusione sociale dei pazienti. Lo psichiatra sottolinea l’importanza di adattare i servizi ai bisogni attuali, integrando neuroscienze e nuovi approcci terapeutici. Nella pratica odierna emergono problematiche legate alle dipendenze, ai disturbi del neuro-sviluppo e all’uso eccessivo delle nuove tecnologie. Il DSM da lui diretto adotta modelli multidisciplinari e preventivi, enfatizzando la continuità delle cure e il coinvolgimento delle famiglie. L’obiettivo rimane una salute mentale accessibile, inclusiva e orientata al recupero.</p>
<p>Il confronto che <strong>Chiara Giubellini</strong> opera tra Jung e Basaglia evidenzia il loro comune impegno nel ridefinire il rapporto medico-paziente, promuovendo la reciprocità e superando le dinamiche di potere. Entrambi sottolineano l’importanza di una relazione terapeutica basata su apertura e comprensione, anziché su categorizzazioni rigide. Basaglia ha lottato per integrare i pazienti nella società, Jung ha inoltre esplorato la necessità di integrare l’inconscio con il conscio. Il loro approccio condivide un <em>focus</em> sulla soggettività e sulla responsabilità reciproca. Ci auguriamo che l’articolo abbia gettato quel seme per proseguire nell’accostare Jung e Basaglia, ­ due personalità che avvicinate potrebbero sembrare esplosive, e per continuare a dissodare il terreno comune di decisa critica alle logiche di controllo delle istituzioni e di valorizzazione del rapporto umano quale fulcro della cura.</p>
<p><strong>Silvia Mariani</strong> esplora quel fenomeno particolare che è “sentire le voci”, riportandoci la sua esperienza diretta di terapeuta e le riflessioni teoriche e cliniche che ne conseguono. Storicamente legato a contesti religiosi o esoterici, oggi è spesso associato a diagnosi psichiatriche, ma in verità non sempre indica una patologia. Esperienze come quelle descritte dai gruppi di uditori di voci dimostrano l’importanza di accettare e comprendere queste manifestazioni per migliorare la qualità della vita. L’approccio <em>recovery-oriented</em> promuove l’integrazione sociale e la gestione consapevole delle voci, anziché il reprimerle. Il lavoro educativo e terapeutico punta a trasformare le voci in strumenti di crescita personale e a non relegarli a elementi di stigma o isolamento.</p>
<p>Il contributo di <strong>Ivan di Marco</strong> indaga il tema della follia e della psicologia attraverso l’opera di Philip K. Dick, in particolare il romanzo <em>Follia per sette clan</em>. L’autore lo analizza come metafora della psiche umana e della sua relazione con la società, soffermandosi sull’equilibrio tra sanità e malattia mentale. La narrazione di Dick, che immagina una colonia lunare abitata da diversi “clan” di malati mentali, diventa occasione per riflettere sulla natura fluida della psiche e sui limiti della psichiatria tradizionale. L’opera è interpretata come una critica alla società contemporanea e al concetto di normalità, proponendo una visione in cui il dialogo e l’integrazione sono essenziali per superare l’alienazione.</p>
<p>L’articolo di <strong>Martina Saraceni</strong> si focalizza sulla metafora come strumento chiave per comunicare il dolore, sottolineando l’importanza della Medicina Narrativa nel favorire il dialogo tra medico e paziente. Grazie al linguaggio metaforico, si superano le difficoltà nell’esprimere le esperienze soggettive, rendendo il dolore più comprensibile e condivisibile. L’esposizione di un caso clinico dimostra come la fiducia e l’uso di azioni simboliche possano trasformare comportamenti autodistruttivi in processi di guarigione creativa. La relazione terapeutica emerge come un pilastro della cura, insieme alla capacità dell’operatore di accogliere e contenere il dolore altrui, facilitando un cambiamento profondo e significativo.</p>
<p>Il numero si completa con due recensioni: una di Angiola Iapoce al libro di Enrico Ferrari <em>La bellezza salverà la psiche?</em>; l’altra di Anna Moncelli al libro di Bianca Gallerano e Alessandra Albani (a cura di) <em>Madri e figlie tra identità e differenza(e).</em> A chiusura un commento personale e “controcorrente” di Miriam Dambrosio al film del 2003 <em>Povere creature!</em></p>
<p>Buona lettura!</p>
<p><em>Franco Bellotti, Angiola Iapoce, Giuseppe M. Vadalà</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p><strong>Note</strong></p>
<ul>
<li><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Ricordiamo la giornalista finlandese Pikko Peltonen che girò, con il sostegno della tv finlandese, un documentario al manicomio di Gorizia nel 1968, dal titolo <em>La favola del serpente</em>, un documentario molto bello, sia pure nella sua imperfezione “tecnica”, che racconta i primi momenti della “rivoluzione” messa in atto da Basaglia. Lo si può vedere al seguente indirizzo: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=0iNUax7sTKA" target="_blank" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=0iNUax7sTKA</a>.</li>
</ul>
<hr />
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>Didi-Huberman G. 2006, <em>L’immagine insepolta</em>, Bollati Boringhieri, Torino.</li>
</ul>
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		<title>Editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Feb 2024 15:19:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2023 Nuova Serie Numero 4]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Redazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«La realtà è inequivoca», premette W.R. Bion nell’introdurre il suo lavoro forse più affermato, accettato e conosciuto: Apprendere dall’Esperienza (Astrolabio, Roma 1962, p. 7) «per questa ragione l’analista e l’analizzando possono facilmente indulgere a ritirarsi dall’esperienza» (ibidem), rifiutando di accettare la dolorosa frustrazione di poter stare solo dentro il limite dei continui equivoci del discorso&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«La realtà è inequivoca», premette W.R. Bion nell’introdurre il suo lavoro forse più affermato, accettato e conosciuto: <em>Apprendere dall’Esperienza</em> (Astrolabio, Roma 1962, p. 7) «per questa ragione l’analista e l’analizzando possono facilmente indulgere a ritirarsi dall’esperienza» (<em>ibidem</em>), rifiutando di accettare la dolorosa frustrazione di poter stare solo dentro il limite dei <em>continui equivoci del discorso</em> (i riferimenti segnici, appunto, che rimandano continuamente rispetto a una realtà mai afferrabile completamente e ‘una volta per tutte’ da parte di qualunque dire).</p>
<p>Questa indicazione, che Bion riferisce all’impresa psicoterapica, crediamo valga massimamente per un discorso sul <em>senso</em>.</p>
<p>Il senso è, innanzitutto, un termine linguistico che indica e supporta una pluralità di possibili immagini e significati. Qualunque affermazione che volesse pretendere assolutezza e compiutezza si rivelerebbe già ‘priva di senso’ in quanto inconsapevole del proprio limite; potremmo dire che stare fin dall’inizio ‘nel senso’ finisce proprio per svilirlo. Il termine va dunque declinato in relazione a una polarità di gamma che potrebbe andare dal contesto religioso a quello scientifico (facendo solo presente, di sfuggita, che le pretese di ‘neutralità’ della scienza si scontrano poi con potenti pratiche quotidiane intrise di spinta al raggiungimento di scopi carichi di un ‘senso materialisticamente connotato’).</p>
<p>Diverso è un tipo di discorso che ci pone in una prospettiva che valorizza il processo, il percorso. Qui solo la continua ricerca di senso, non il suo raggiungimento definitivo, determina la possibilità di <em>farne esperienza</em> (in quanto non si dà esperienza senza distanza dall’oggetto dell’esperire).</p>
<p>Queste note preparano dunque il lettore alla frustrazione dell’assenza e della distanza. Chi comincerà a leggere viene avvertito: non troverà ciò che cerca se chiede risposte assolute, esaustive. Tali risposte non possono essere messe in parola ma solo esperite, sono le risposte del Mistico inteso <em>a la</em> Wittgenstein, non i continui tentativi del discorso.</p>
<p>E proprio un tale discorso incontra, oggi, molteplici difficoltà.</p>
<p>Non è nuovo a questi disagi: la sua problematica collocazione è iniziata probabilmente molto tempo fa, ai tempi della ‘Grecia’. Da quando, come ha scritto Jung, ‘gli dèi sono diventati malattie’. La sua crisi tuttavia si è decisamente accentuata nella modernità. Non che ne manchi la richiesta, al contrario, nella stanza d’analisi sempre più possiamo confermare l’osservazione dello stesso Jung che la <em>sensazione di mancanza di senso</em> è la prima causa della nevrosi. Il problema, come dicevamo, sembra collocarsi piuttosto nella frenetica richiesta di risposte, al punto che, in merito, è possibile affermare qualcosa di simile a quello che scriveva Roland Barthes sul <em>discorso amoroso</em>, denunciando l’<em>estrema solitudine di una condizione di ricerca</em>, dato che un tale discorso:</p>
<blockquote><p>è parlato da migliaia di individui […] ma non è sostenuto da nessuno; esso si trova ad essere completamente abbandonato dai discorsi vicini: oppure è da questi ignorato, svalutato, schernito, tagliato fuori non solo dal potere, ma anche dai suoi meccanismi (scienze, arti, sapere) (R. Barthes, <em>Frammenti di un discorso amoroso</em>, Einaudi, Torino 1979, p. 4).</p></blockquote>
<p>Accompagnati da tali premesse e consapevoli della problematicità dell’impresa nel contesto presente ci siamo inizialmente rivolti a quella sorta di magazzino infinito di informazioni (da non scambiare per ente intelligente) che è Chat Gpt (visto il titolo del numero, facente riferimento alla condizione attuale della società occidentale, ci sembrava l’interlocutore più appropriato…).</p>
<p>Questo lo scambio:</p>
<blockquote><p>Curatori: «Mi puoi parlare del senso?»</p>
<p>Chat: «Il discorso sul senso della vita continua a essere una sfida complessa e soggettiva per molte persone. Al giorno d’oggi, molte persone cercano significato attraverso connessioni umane più profonde, lo sviluppo personale, il contributo alla società e la ricerca di un equilibrio tra benessere personale e obiettivi significativi. Le pratiche di <em>mindfulness</em>, la consapevolezza emotiva e lo sviluppo di uno stile di vita che riflette i valori personali sono diventati importanti nell’esplorare il senso della vita per molti individui. Tuttavia, le prospettive sul significato possono variare notevolmente da persona a persona, basandosi sulle esperienze di vita, le credenze e i valori individuali».</p></blockquote>
<p>La diplomatica e asettica risposta di Chat lascia intravedere la questione cardine del momento attuale, emblematicamente evidenziata in questo insieme di informazioni ricevute.</p>
<p>L’<em>esserci </em>in un eterno presente ha posto i suoi tabù: il negativo, la morte, l’oblio, l’assenza, la solitudine, il nulla, ecc. ecc. non hanno, per così dire, buona stampa. Con J. Hillman questi sono argomenti dei quali, da almeno cinquanta anni, è pericoloso parlare, se non per trattarli con distacco o, all’opposto, mediatico clamore, come se non potessero e dovessero appartenere alla fatica della quotidianità. La nuova ‘religione’ tecnocratica prospetta all’individuo una vita sempre più lunga e centrata sull’edonismo: si può rimanere sempre più giovani, si può e si deve essere sempre più ‘sanati’, anche e soprattutto rispetto alle ‘ferite dell’anima’; il senso è ormai <em>cosa </em>astratta, è diventata parte di quelle che vengono spesso definite ‘sterili discussioni’, dai connotati religiosi, teologici, superstiziosi o, al meglio, come suggerisce Chat: ‘meramente soggettivi’, discorsi che escludono proprio quella caratteristica della quale si parlava su: la persistente, non evitabile ricerca. Una condizione questa in effetti che richiama il Freud più ‘positivista’ che, parlando da un vertice psicoterapeutico, sosteneva che già arrivare a porsi domande sul senso è segno di una condizione psicopatologica nevrotica, una condizione di disadattamento caratterizzata dalla presenza di pericolose fantasie che portano lontani dalla relazione con l’altro e dal principio di realtà.</p>
<p>Poco convinti dalla risposta su riportata abbiamo allora chiesto aiuto agli autori del presente numero ai quali, a questo punto, lasciamo la parola.</p>
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		<title>Editoriale</title>
		<link>https://quadernidiculturajunghiana.it/editoriale-2022/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Nicolosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Mar 2023 09:19:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2022 Nuova Serie Numero 3]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Nicolosi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo spirito del nostro tempo ci spinge, sul piano della coscienza collettiva, ad una sempre più esasperata specializzazione e parcellizzazione dei saperi e dell’esperienza, che rispecchia forse una parallela tendenza alla non comunicazione interna tra parti psichiche, sulla quale Jung metteva in guardia riflettendo sui pericoli di unilateralità verso cui la modernità si avviava a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo spirito del nostro tempo ci spinge, sul piano della coscienza collettiva, ad una sempre più esasperata specializzazione e parcellizzazione dei saperi e dell’esperienza, che rispecchia forse una parallela tendenza alla non comunicazione interna tra parti psichiche, sulla quale Jung metteva in guardia riflettendo sui pericoli di unilateralità verso cui la modernità si avviava a grandi passi già alla sua epoca.</p>
<p>Una delle più immediate manifestazioni di questa tendenza è la banalizzazione da un lato del discorso pubblico, spesso appiattito in sterili contrapposizioni prive di reale capacità di ascolto e accoglienza, dall’altro del linguaggio immaginale e quindi dell’educazione alla convivenza tra parti anche paradossali della psiche, come sempre più si osserva nelle stanze di terapia.</p>
<p>Quale ruolo può avere allora la psicologia analitica nello scenario socio-culturale contemporaneo, oltre che sul piano clinico? I due piani, come già adombrato nella premessa, sono naturalmente da immaginarsi come paralleli, intersecantisi e mutuamente interagenti (e retroagenti), in quanto manifestazioni di pattern archetipici dei quali diventa importante poter intuire i contorni di senso, recuperandone le polarità rimosse (tanto a livello individuale quanto collettivo).</p>
<p>Un tale processo di comprensione (<em>Verstehen</em>) si snoda tuttavia su orizzonti temporali molto diversificati, alcuni dei quali di lungo o lunghissimo periodo. Se quindi di comprensione deve trattarsi e non di lineare spiegazione (<em>Erklären</em>), per riprendere Dilthey, il processo di emersione del senso non può che avere un andamento irregolare, circolare, sempre provvisorio e tendenziale, asintotico. La comunicazione dialettica tra le diversità dell’esistenza diventa allora l’unica cifra possibile perché un tale processo non si arresti, irrigidendosi in indebite e sterili identificazioni con posizioni fisse, elette a valore assoluto. Tuttavia una tale comunicazione presuppone un continuo compromesso, un transito ininterrotto in aree incerte, di frontiera, in cui sfumano le differenze e i valori, i colori, le strutture caratteristiche; situazione talora frustrante, certo, priva di comode sicurezze ma al tempo stesso fucina di emersione del possibile, del germe del dialogo e del cambiamento.</p>
<p>Il tema di questo numero, rispecchiato nel titolo <em>Traduzioni e transizioni</em>, vuole proprio focalizzarsi sugli strumenti che la psicologia analitica propone per favorire e fluidificare la capacità di stare fecondamente in queste zone ‘tra’. Interpretazione, amplificazione, traduzione, sono da intendersi come momenti sempre presenti e tra loro interagenti e allo stesso tempo come tappe della riflessione analitica sul tema complesso dello slittamento di senso e della possibilità che dall’incerto brulichio (che caratterizza il permanere in queste aree di frontiera) possa sorgere il seme del nuovo.</p>
<p>Nei contributi degli autori che hanno partecipato alla stesura di questo numero sono evidenti i diversi percorsi del lavoro analitico, le cui varie linee direttrici permettono di esplorare i multipli confini di senso. Strade diverse, pur con una unica matrice comune che è, traslando le parole di Martini (2007, p. 56), la non esclusività della ricerca chiarificatrice e conclusiva, bensì la possibilità di incrementare l’intraducibilità o potenziare il fondamento irrappresen- tabile dell’inconscio.</p>
<p>Così vediamo come si declinano l’interpretazione, l’amplificazione e la traduzione nel lavoro di Elena Gigante, nel quale la ‘stanza d’analisi’ è come ‘<em>una dramaturgical room, uno spa- zio-attraverso in cui raccapezzarsi rispetto alla scrittura delle nostre vite che, nel frattempo, continuano la loro azione dentro e fuori la terapia</em>’; nel lavoro sul <em>sogno, trasformazione in allucinosi e introiezione </em>di Mauro Manica o ancora con il testo di Stefano Fissi, in cui nella costruzione dello spazio analitico intersoggettivo, l’immaginazione, la fantasia, il sogno sono metafora dell’analisi, quale ‘<em>ricerca di uno svelamento della propria identità</em>’ e ‘<em>desiderio di ritrovare e di riunirsi con il proprio vero sé</em>’.</p>
<p>Ci si sofferma poi sul tema della Traduzione, di più recente acquisizione per le discipline psicologiche, che con la riflessione sul traducibile e intraducibile di Ricoeur si mostra del tutto attinente ai processi psichici caratterizzati da dimensioni coscienti e inconsce. Dove il Tradurre diviene uno dei possibili percorsi teso a focalizzarsi sulla ‘<em>tonalità affettiva</em>’, che trapassa nella parola e la rende inintelligibile, ma contemporaneamente produce un segreto, un lato nascosto. In questo modo ci appare il tema della Traduzione nel lavoro di Chiara Giubellini, dove ‘<em>la figura del terapeuta</em>’ si mostra come ‘<em>quella del traduttore, entrambe promotrici di esperienze umane condivise</em>’ o nel lavoro sulla scrittura Trasduzionale di Livia Clemente. Poi estendendosi oltre il suo senso, proponendo una versione di sé più contemporanea, se non addirittura post-moderna nel lavoro di Alessandra Albani ‘<em>sull’iperconnessione e de-connessione nel mondo di oggi</em>’, con il senso di ‘<em>ri-connessione, di ri-costruzione semantica del mondo interno del paziente</em>’. La varietà dei lavori che declinano i temi proposti ci porta a considerare la molteplicità delle vie da cui si può avere accesso al profondo, offrendoci la possibilità di considerare multiple strade da percorrere, ‘con lo scopo comune di dare forma al senza forma’, la poetica analitica di Ivan Di Marco, il lavoro del gruppo di ricerca di Svetlana Zdravkovic, con lo studio sulla possibilità e le conseguenze dell’intreccio tra sogni e immaginazione attiva nella costruzione di una nuova sinergia e, non ultima, quasi sovversiva eppure accessibile, la via proposta da Piero Cipriano che attraverso la psichedelia apre ad una nuova visione anche la psichiatria.</p>
<p>Si ringraziano tutti gli autori per questi loro contributi, che propongono vie diverse e tutte percorribili all’interno di una pratica clinica caratterizzata tra slittamenti di significati e di senso e che ricerca configurazioni differenti e innovative a quella vita che si è presentata a noi nella sua sofferenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Antonio Nicolosi e Manuela Trevisi</em></p>
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		<title>Editoriale</title>
		<link>https://quadernidiculturajunghiana.it/editoriale-2021/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Angiola Iapoce]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Feb 2021 10:04:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2021 Nuova Serie Numero 2]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angiola Iapoce]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Moncelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo fascicolo è dedicato alla memoria delle colleghe Angela Connolly e Caterina Rocca Guidetti La cornice reale e metaforica che racchiude la composizione di questo numero è quella del tempo sospeso. ‘C’era una volta’, ‘In quel tempo’, sono l’incipit delle fiabe, dei racconti mitici, delle parabole, dove la condizione della sospensione del tempo quotidiano si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Questo fascicolo è dedicato alla memoria delle colleghe<br />
Angela Connolly e Caterina Rocca Guidetti</p></blockquote>
<p>La cornice reale e metaforica che racchiude la composizione di questo numero è quella del tempo sospeso. ‘C’era una volta’, ‘In quel tempo’, sono l’<em>incipit </em>delle fiabe, dei racconti mitici, delle parabole, dove la condizione della sospensione del tempo quotidiano si fa necessaria per accedere alla fantasia, all’ascolto, alla riflessione, alla possibilità di una visione che per poter sognare deve staccare lo sguardo dal presente.</p>
<p>L’esperienza della pandemia da Covid 19 ha attraversato il nostro tempo fermando il ritmo delle nostre abitudini, dei nostri progetti e del nostro modo di immaginare il tempo. Nella vita dell’umanità, come in una partitura musicale, si è inserito un ‘punto coronato’, quel segno che prolunga la durata di una nota o di una pausa oltre il valore abituale, creando una ‘battuta d’arresto’ fuori tempo, che tuttavia sottintende una ripresa della continuità del ritmo e della melodia o un suo possibile cambiamento. Il tempo della coscienza, programmato  secondo le ordinate categorie di <em>Krònos</em>, è stato spezzato, interrotto, generando insieme alla irruzione anche l’apertura ad <em>Aiòn</em>, la divinità dell’infinito fluire della vita e della morte, dell’inconscio.</p>
<p>In un tempo sospeso, resta da pensare se le categorie che hanno finora regolato l’esperienza soggettiva e collettiva siano ancora idonee a dare senso a questo evento assolutamente nuovo, in cui la nostra visione culturale e il vissuto contemporaneo fatica a riconoscersi, e comincia a fare esperienza del suo oltrepassamento. «Tutto è ben fermo e saldo al di sopra della corrente, tutti i valori delle cose, i ponti, i concetti, il bene e il male: tutto ciò è saldo. In fondo tutto sta fermo, ecco una vera dottrina invernale […] ma contro di ciò predica il vento del disgelo» (F. Nietzsche, <em>Così parlò Zarathustra</em>, Utet, Torino, p. 258).</p>
<p>Ma quali vissuti porta questo tempo sospeso? Per alcuni è solo la durata di un evento nefasto, per altri una entità mortifera e persecutoria, per altri ancora una occasione per riconnettersi con la trascendenza, con l’eterno ritorno, con il cerchio della storia, con il mito. Per noi che ci occupiamo di ‘psiche’ è tutto questo insieme: tempo interiore, individuale e collettivo, tempo psicologico, onirico, esperienza vissuta che attraversa, accompagna, permea l’esistenza. Questo tempo sospeso è quello che avvolge il lavoro terapeutico, che nell’attesa trasforma la rottura del ritmo della sofferenza in possibile continuità e riconnessione di significato, tra la storia passata del paziente e la sua possibilità di progettarsi nell’autenticità dell’individuazione. «Lo spazio dell’anima è incommensurabilmente grande e colmo di realtà vivente. Al margine di questo spazio sta il segreto della materia e quello dello spirito, ossia del senso. Senza la coscienza riflessiva dell’uomo il mondo è una gigantesca assurdità» (C.G. Jung, <em>Ricordi, sogni, riflessioni</em>, Bur, Milano 1979, pp. 436-437).</p>
<p>Gli articoli di questo numero sono collegati a questo tema, direttamente o in modo trasversale.Si riferiscono a un tempo che pur essendo passato continua a vivere nel presente. Alla memoria delle colleghe scomparse Angela Connolly e Caterina Rocca Guidetti abbiamo dedicato questo fascicolo e a testimonianza della stima e dell’affetto che ci lega a loro nel ricordo, riproponiamo un articolo di Angela Connolly, e ospitiamo le testimonianza del lavoro di Caterina Rocca Guidetti (Anna Cannavina, Rosa Maria Dragone, Marina Manciocchi, Anna Maria Stella). Il loro pensiero e il loro instancabile lavoro clinico si riconnettono, per vie anche non immediatamente visibili, agli analisti analiticamente ‘più giovani’ (Antonio Nicolosi, Laura Legno, Giovanna Di Carlo), a formare un legame ideale tra un imprescindibile sedimento della tradizione con l’altrettanto imprescindibile apporto del nuovo. Così troviamo delineati modelli clinici di diagnosi e terapia tradizionali con nuove possibilità di lettura e di approccio alla clinica (Fiorina Meligrana, Paola Cavalieri, Gianfranco D’Ingegno).</p>
<p>La situazione pandemica è anche direttamente il presente, ce lo ricordano continuamente i comportamenti che dobbiamo adottare, le ‘antenne’ emotive che ci accompagnano insieme al martellamento dei <em>mass media</em>, con le ripercussioni inevitabili sui disagi mentali e sugli interventi terapeutici (Alessandra Corridore, Stefano Fissi).</p>
<p>Nel breve <em>excursus </em>storico del Gruppo di Ricerca teorico-clinica condotto da Massimo Giannoni vediamo che ci sono legami con la storia longitudinali ma anche di ampliamento, tesi a catturare altri modelli teorici di riferimento, nella consapevolezza che un confronto e un ‘dialogo’ sia l’unica strada per ampliare le possibilità terapeutiche e le conoscenze.</p>
<p>Rimane centrale in questo numero il ruolo che nel tempo gioca la <strong>dimensione culturale</strong>, cultura in senso ampio, nel suo legame con la memoria e con il disagio mentale di cui noi analisti ci prendiamo cura, cultura che crea il terreno comune tra psicologia, psicopatologia e storia, mondi che, aprendosi l’un l’altro, gettano le condizioni per un nuovo senso dell’umano e della sua identità (Angiola Iapoce).</p>
<p>Così Marcello Massenzio, partendo dall’intenso rapporto tra Bruno Callieri e Ernesto de Martino, può ben riproporci la sua conferenza al CIPA, arricchita da ulteriori riflessioni, di un tema ancora profondamente attuale per noi psicologi analisti: il possibile dialogo tra la psicopatologia con le sue coordinate di riferimento, e l’antropologia, attraversando quelle ‘apocalissi’ che troviamo depositate nella storia delle religioni.</p>
<p>E ‘cultura’ è anche la ‘stoffa’ delle riflessioni di Filippo Maria Ferro – intervistato da Angiola Iapoce e Anna Moncelli – che ci conducono attraverso alcuni momenti della storia dell’arte a quel mondo delle raffigurazioni delle pandemie che si sono susseguite, mettendo in evidenza un rapporto costante nel tempo tra la condizione emotiva delle pandemie e il desiderio/bisogno di <em>immagini </em>tese a riprodurle.</p>
<p>Nel ringraziare tutti coloro che hanno contribuito con il loro impegno e la loro passione alla realizzazione di questo numero lasciamo ancora a Zarathustra la parola, come auspicio per questo attraversamento: «Se in me è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte. Laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo, orsù! Coraggio! Vecchio cuore!» (F. Nietzsche, <em>Così parlò Zarathustra</em>, cit., p. 293).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Angiola Iapoce e Anna Moncelli</em></p>
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		<title>Editoriale</title>
		<link>https://quadernidiculturajunghiana.it/editoriale-2020/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2020 08:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2020 Nuova Serie Numero 1]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Redazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se per Freud le isteriche soffrivano di reminiscenze e per Jung la memoria è fortemente implicata nella formazione dei complessi a tonalità affettiva, oggi sappiamo che i processi e la funzione della memoria rivestono un ruolo di primo piano nella fenomenologia delle patologie e nell’inquadramento diagnostico. Basti pensare alla diagnosi di trauma complesso, che rimanda&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se per Freud le isteriche soffrivano di reminiscenze e per Jung la memoria è fortemente implicata nella formazione dei complessi a tonalità affettiva, oggi sappiamo che i processi e la funzione della memoria rivestono un ruolo di primo piano nella fenomenologia delle patologie e nell’inquadramento diagnostico. Basti pensare alla diagnosi di trauma complesso, che rimanda ad un passato depositato ma non coscientizzato, memorizzato implicitamente ma non esplicitamente ricordato, per focalizzare la centralità della funzione della memoria nella dinamica della psiche.</p>
<p>Senza trascurare l’indiscussa centralità dei processi di memoria nella costituzione di un’identità personale.</p>
<p>Sul piano della collettività, poi, l’organizzazione della società e la sua gestione politica è frequentemente imputata di ‘avere scarsa memoria’, per indicare evidenti storture o mancanze che impediscono una crescita e un progresso equilibrato.</p>
<p>Così, se dobbiamo ‘apprendere dall’esperienza’ per mettere in movimento il tempo psichico e non rimanere imprigionati nella fissità di un presente cristallizzato, non possiamo fare a meno di un ‘presente ricordato’ che gli studi neuroscientifici hanno portato alla nostra conoscenza.</p>
<p>Per l’anno 2019 l’Istituto di Roma del CIPA ha intrecciato le proprie attività intorno al tema della memoria, dedicando ad essa molte iniziative. Così si è espressa la Commissione Scientifica:</p>
<p>«Nell’assetto terapeutico, dimenticare e ricordare costituiscono i nostri principali strumenti di lavoro, su cui facciamo affidamento per costruire un canovaccio affidabile della storia e dell’identità della persona che abbiamo davanti, quali nostri migliori alleati per muoverci nella temporalità complessa del racconto e del progetto».</p>
<p>In questo numero si è voluto ispirarci al tema dell’anno, si tratta di un fascicolo che affronta e descrive, nella parzialità inevitabile di brevi appunti, alcuni momenti di ‘memorie’: abbiamo così alcuni pensieri in forma breve di <strong>Borgna</strong> che, con la densa lievità che contraddistingue la scrittura del grande fenomenologo, declina il ricordo nel sentimento della nostalgia e dei suoi molteplici volti.</p>
<p>Il volto della nostalgia, còlto nella sua ambiguità, dà forma, nell’articolo di <strong>Ferrari,</strong> a due figure antitetiche: il migrante che conserva il doloroso sentimento della perdita della propria ‘casa’, e il fascista, nostalgico ‘eroico’ di un tempo passato che mortifica «la creatività del nuovo». Aperto al futuro, pur nel dolore, il primo; chiuso ad ogni progettualità capace di nuove esperienze, il secondo. Due figure ‘sociali’ a testimonianza del carattere collettivo e politico della nostalgia che non si gioca nel registro esclusivo dei sentimenti interiori.</p>
<p>Abbiamo il deposito archetipico delle prime esperienze d’amore che si possono ritrovare nelle successive relazioni amorose (<strong>Di Salvo</strong>), così come la memoria entra, ospite più o meno riconosciuto, all’interno dei primi colloqui di consultazione analitica (<strong>Tavernese</strong>).</p>
<p>Il trauma evolutivo precoce è oggetto tematico dei lavori di un gruppo di ricerca che vengono qui sintetizzati (<strong>Rondanini</strong>).</p>
<p>Sotto la forma della nostalgia di un passato che stenta ad essere dimenticato, il ricordo intreccia tre esperienze forti nell’articolo di <strong>Ursula Premeshuber</strong>: l’esperienza  biografica personale, il lavoro clinico con i pazienti e un’esperienza cinematografica, la visione di uno dei film più belli della storia del cinema: <em>Nostalghia</em> di Andreij Tarkoskij. Si tratta di tre momenti emozionali vivi che restituiscono nell’articolo tutta la vitalità di un sentimento profondamente vissuto.</p>
<p>Altrettanto è chiamata in causa la nostra memoria della letteratura della grande clinica di Janet, perché ancora oggi la sua lettura ci offre spunti di riflessione e indicazioni cliniche di interesse e di rilievo (<strong>Maulucci</strong>).</p>
<p>Ma la memoria è anche la ‘nostra’ memoria, di tutti noi colleghi che abbiamo condiviso percorsi comuni, a volte divergenti ma a volte fortemente convergenti, esperienze che ci hanno formato in quanto ‘comunità’ di terapeuti in cui ci riconosciamo. Momenti della nostra storia – per non dimenticare – li troviamo in due articoli-interviste, nel primo <strong>Irene Agnello</strong> pone domande a <strong>Luigi Aversa</strong> sull’introduzione della psichiatria transculturale in Italia, in particolare a Roma, di cui Aversa insieme ad altri, ne fu l’artefice.</p>
<p>Nell’intervista che <strong>Francesco Di Nuovo</strong> rivolge a <strong>Marino De Marinis</strong> si ricordano gli anni del pensiero di Franco Basaglia, anni di svolta, che introdussero un modo nuovo di ‘guardare’ il paziente psichiatrico gravemente psicotico e internato in strutture manicomiali che, proprio grazie alle sue battaglie, furono dismesse.</p>
<p>Questo numero ospita anche altri articoli che senza essere direttamente connessi con la memoria, aprono finestre teoriche e cliniche di rilievo.</p>
<p>Rendere conoscibile un sintomo: non sempre il percorso è di dispiegamente ma, nel lavoro clinico, molto spesso il percorso è trasversale perché, come il fasmide in natura, il sintomo, nascondendosi, diviene <em>forma</em> del suo ambiente. Così <strong>Michele Accettella</strong> tematizza la ‘conoscenza accidentale’ che è più adeguata per aprire quella finestra, temporale ma soprattutto spaziale, con la quale mettere in condizione il sintomo-fasmide di rendersi visibile: si tratta di «trovare ciò che non si stava cercando»: ‘visibilità fluttuanti, defocalizzazione, vertigine visuale’, non teorie ma sensibilità attive e ben indirizzate per presupporre «una <em>forma vivente</em>&#8230;parzialmente simulata dentro alla struttura statica del sintomo».</p>
<p><strong>Franco Bellotti</strong>, partendo dalla tensione dialettica tra sessualità e sensualità, intende porre in rilievo quale punto di partenza che unisce il corpo e la psiche quell’<em>affetto</em> che Jung ha rappresentato nei complessi, un affetto che, unendo sensazioni, percezioni e vissuti, fa vivere al soggetto i propri ‘stati d’animo’, nell’intimità di un corpo in cui sessualità e sentimento sono difficilmente separabili.</p>
<p>Se la collettività è anche ‘apparenza’, ovvero luogo in cui appare ‘lo stare insieme degli uomini’, il loro vivere in comunità, occorre liberare questo concetto da ogni residuo negativo di tradizione platonica, per restituirlo alla dignità di luogo ‘dei fenomeni’. È in questo luogo ‘politico’ in senso alto, che l’individuo dispiega le proprie azioni e, secondo Jung, fa ‘esperienza di sé’ in quel processo, che mai si conclude, dell’individuazione. <strong>Aldo Cichetti</strong> pone un interessante confronto tra questa posizione junghiana e le riflessioni della grande filosofa Hanna Arendt che, a sua volta, colloca il soggetto nello spazio <em>inter-umano</em> e nell’i<em>nter</em>&#8211;<em>relazione</em> con gli altri e la sua azione  nello spazio politico delle <em>apparenze</em>: due orizzonti di pensiero che, pur nelle differenze di intenti, sembrano convergere su questi aspetti.</p>
<p><strong>Gilberto Di Petta</strong> e <strong>Danilo Tittarelli</strong> ci illustrano i risultati positivi delle esperienze che hanno condotto nelle istituzioni, applicando l’analisi esistenziale della psicopatologia fenomenologica di Binswanger alle relazioni gruppali: gruppi che hanno dato vita a un <em>Da-sein</em>, un esser-ci esistenziale che, trascendendo la singolarità dello psicotico, dà vita a quella ‘noità’ attraverso cui si è in grado di apportare miglioramenti al paziente psichiatrico.</p>
<p><em>Un numero ricco e auguriamo a tutti Buona Lettura!</em></p>
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		<title>Editoriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jan 2018 18:40:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2018 Nuova Serie Numero 0]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Redazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con questo fascicolo Quaderni di Cultura Junghiana inaugura una ‘nuova serie’. Dietro questa semplice e formale dicitura abbiamo inteso sottolineare due aspetti che caratterizzeranno la Rivista: la continuità con i numeri precedenti e una nuova veste, formale e contenutistica insieme. Questa Rivista dell’Istituto di Roma del CIPA ha iniziato come una sorta di ‘scommessa’: dare&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con questo fascicolo <em>Quaderni di Cultura Junghiana </em>inaugura una ‘nuova serie’.<br />
Dietro questa semplice e formale dicitura abbiamo inteso sottolineare due aspetti che caratterizzeranno la Rivista: la continuità con i numeri precedenti e una nuova veste, formale e contenutistica insieme.</p>
<p>Questa Rivista dell’Istituto di Roma del CIPA ha iniziato come una sorta di ‘scommessa’: dare vita a una rivista dal nulla e con analisti, anche analiticamente ‘giovani’, del tutto inesperti del settore. Gli anni passati sono stati anche ‘anni di formazione’ ma, d’altra parte, non si può raggiungere nulla di nuovo senza passare attraverso l’informe e l’esperienza, come Jung non si è mai stancato di ripetere. A oggi, e questo numero ne è testimonianza, la Redazione ha compiuto un salto di qualità.</p>
<p>Si tratta di un numero molto significativo nella vita della Rivista, un numero di congiunzione e di passaggio, di legame con i numeri precedenti perché non si è perduto lo spirito di curiosità e di riflessioni aperte che si aveva anche precedentemente, ma anche di progetti e prospettive rivolte al futuro.</p>
<p>La Rivista continua ad avere un doppio sguardo, uno sguardo rivolto alla vita interna dell’Associazione – tavole rotonde, conferenze, seminari ecc. – insieme a proposte originali che provengono dai nostri soci; ma l’occhio continua ad essere rivolto anche all’esterno, un esterno popolato sia da altri indirizzi attinenti al campo della psiche, sia a ambiti disciplinari differenti – arte, letteratura, scienze, filosofia, solo per citarne alcuni –, nella consapevolezza che la propria identità culturale si mantiene soltanto perdendosi in un confronto e in un dialogo costante con l’altro da sé.</p>
<p><em>La Direttrice Responsabile Angiola Iapoce</em></p>
<hr />
<p>Il nostro linguaggio unilaterale, scindendo la psiche immateriale dalla materia inanimata, dimentica che la materia è un concetto ‘mentale’ e ‘l’Anima’ è la nostra esperienza vivente nel mondo. Jung fece di tutto per collegare queste due sfere con i concetti di <em>psicoide</em>, <em>sincronicità</em>, <em>unus mundus</em>, esprimendo una visione della psiche umana che si colloca dialetticamente ed ineffabilmente tra il radicamento nel corpo e la totalità cosmica che lo trascende. Per tradurre la nostra psiche dovremmo – come suggerisce Jung – percorrere la strada in modo inverso: parlare oniricamente, immaginativamente e materialmente andare sognando lungo il mito, in una <em>materializzazione della psiche e una psichizzazione della materia</em>. Questo atteggiamento corrisponde al modo in cui l’anima stessa presenta le proprie richieste.</p>
<p>La scelta del titolo – <em>Tra Spirito e Materia </em>– rispecchia profondamente questa visione che fa da filo rosso sia alla composizione della rivista, che allo specifico dei contributi trattati.</p>
<p>Per citarne alcuni, <em>Archetipo e paradigma olografico</em>, <em>L’odore del Sacro</em>, le ‘nuove forme di maternità’: direttamente o trasversalmente, gli articoli di questo numero, attraverso riflessioni teoriche, esperienze cliniche, connessioni con nuovi paradigmi esistenziali, esperienze creative e nuovi orientamenti di cura, cerca di riportare i fenomeni della mente in un luogo psichico dove mondo interno e mondo esterno, psiche e materia si incontrano in un’unità che apre al nuovo.</p>
<p>Buona lettura.</p>
<p><em>La curatrice Anna Moncelli</em></p>
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		<title>Editoriale</title>
		<link>https://quadernidiculturajunghiana.it/editoriale-2015/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Angiola Iapoce]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2015 17:10:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2015 Numero 4]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angiola Iapoce]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Possiamo dire che esistono due Jung? Che Jung presenta il volto delle contrade archetipiche, della leggerezza e della metafisicità della psiche oppure il radicamento della psiche nella terra, l’empiria? Sempre considerati come due aspetti della psiche stessa, Jung mette maggiormente in evidenza l’uno o l’altro a seconda del contesto e a seconda del momento della&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Possiamo dire che esistono due Jung? Che Jung presenta il volto delle contrade archetipiche, della leggerezza e della metafisicità della psiche oppure il radicamento della psiche nella terra, l’empiria?</p>
<p>Sempre considerati come due aspetti della psiche stessa, Jung mette maggiormente in evidenza l’uno o l’altro a seconda del contesto e a seconda del momento della sua vita. Questi due percorsi della psiche, nelle opere più teoretiche, sono tenuti insieme, per tentare di coniugare due metodologie storicamente escludentesi e far prevalere l’<em>et-et</em> sull’<em>aut-aut</em>, con uno sforzo concettuale che ha caratteristiche di eccezionalità.</p>
<p>Che ci sia riuscito è ancora materia di dibattito tra gli junghiani.</p>
<p><em> </em><em>Trascendenza/Immanenza Immanenza/Trascendenza</em>, che è il titolo di questo numero, vuole sottolineare questo doppio percorso che in Jung è sempre co-presente.</p>
<p>I lettori potranno valutare loro stessi che, anche con percorsi divergenti e con articoli che possono sembrare difformi gli uni dagli altri, e al di là delle inclinazioni personali di ogni singolo autore, esiste un retroterra comune junghiano, che lo stesso pensiero di Jung autorizza: non si dà funzione trascendente se non si concretezza contemporaneamente la materialità della psiche, così come non vi è alcuna materialità fenomenica che non sia contemporaneamente abitata dalla trascendenza. Certamente i due mondi oggi non sono più così distanti come poteva essere decenni fa, quando si rendeva necessario agli epigoni di Jung il rappresentarne il suo <em>vero</em> pensiero. Oggi i molteplici punti di vista sono considerati una ricchezza, se posti in dialogo tra loro. Di questo dialogo è testimonianza questo numero così come tutta l’attività dell’Istituto del CIPA che questo dialogo ha sempre sostenuto e incoraggiato. Nella consapevolezza che, non tanto le certezze occorre cercare, quanto coltivare i dubbi e con questi aprirsi all’avventura della psicoterapia.</p>
<p>Questo numero presenta una novità sotto il nome RICERCHE, l’inizio di una nuova sezione. Molti sono i gruppi di ricerca attivi nell’Istituto e la Redazione ha caldeggiato l’opportunità che alcune linee di ricerca e alcuni risultati possano trovare un proprio posto nella rivista e aprirsi così a un pubblico più vasto che, se interessato, può anche contribuire alla ricerca stessa, sia inviando propri lavori, sia con la propria personale partecipazione agli incontri. Inaugura questa sezione il gruppo di ricerca <em>Il ruolo dell’estetica nella prassi clinica</em>, un gruppo che vede tra i suoi partecipanti alcuni membri della Redazione. Si è voluto con questo aprire una strada che ci auguriamo seguita dai colleghi nei prossimi numeri.</p>
<p>Ma vi è anche un’altra novità: questo è l’ultimo numero in cui ricoprirò la carica di Direttore Responsabile, che è terminata con la fine del mio mandato di Segretaria Scientifica dell’Istituto di Roma e dell’Italia Centrale. Il posto, dal prossimo numero, sarà ricoperto dalla collega Antonella Adorisio, attuale Segretaria Scientifica e alla quale vanno i miei più calorosi auguri.</p>
<p>Non posso però concludere questo editoriale senza i ringraziamenti per questa avventura durata quattro anni. Il mio ringraziamento va innanzitutto a tutti gli autori che, nel corso di questi anni, hanno compreso il valore culturale ed affettivo della nascita di questa rivista e si sono generosamente proposti per la sua realizzazione.</p>
<p>Ringrazio poi particolarmente tutti i membri della Redazione che si sono avvicendati in questi anni, Michele Accettella, Antonella Adorisio, Irene Agnello, Gerardo Botta, Eleonora Caponi, Alessandra Corridore, Gianfranco D’Ingegno, Rosamaria Dragone, Daniela Fois, Roberto Manciocchi, Anna Moncelli, Caterina Romagnoli, Massimo Russo. Senza di loro <em>Quaderni di Cultura Junghiana</em> non sarebbe potuto nascere.</p>
<p>Un mio personale ringraziamento va anche a Daniele Massimi, il nostro <em>Web Designer</em>, che, con passione e competenza, ha sempre offerto una collaborazione ‘creativa’ nella proposta di quelle immagini che fanno parte integrante di questa rivista.</p>
<p>Un ultimo ringraziamento va, infine, ai lettori che, sia che lo abbiano comunicato sia che lo abbiano solo pensato e commentato in solitudine, hanno comunque messo in movimento ‘qualcosa’ che certamente non andrà perduto.</p>
<p>Nell’accomiatarmi auguro a tutti Buona lettura!</p>
<p>Il Direttore Responsabile<br />
Angiola Iapoce</p>
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		<title>Editoriale</title>
		<link>https://quadernidiculturajunghiana.it/editoriale-2014/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Angiola Iapoce]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2014 08:18:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2014 Numero 3]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angiola Iapoce]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando parliamo del pensiero e delle opere di C.G. Jung parliamo di una ricchezza e di una molteplicità di indicazioni raramente eguagliata da altri pensatori. Parlare di Jung e della pratica clinica legata alle sue visioni teoriche significa affrontare tematiche esistenziali complesse e di difficile risoluzione. Qui risiede la grandezza della sua figura; Jung non&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/editoriale-2014/">Editoriale</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando parliamo del pensiero e delle opere di C.G. Jung parliamo di una ricchezza e di una molteplicità di indicazioni raramente eguagliata da altri pensatori. Parlare di Jung e della pratica clinica legata alle sue visioni teoriche significa affrontare tematiche esistenziali complesse e di difficile risoluzione. Qui risiede la grandezza della sua figura; Jung non si è mai sottratto al compito di guardare, con coraggio e timore insieme, gli aspetti più oscuri della psiche, le sue pieghe più nascoste e incomprensibili. Guardare il mondo dall’ottica della “difformità”, della “mostruosità”, tentare di comprendere, nel senso di chiudere in un abbraccio, l’incomprensibile che è espunto da ogni pensiero razionalizzante. È probabilmente proprio questo che ha contribuito a renderlo “secondario” sul piano della diffusione culturale: il suo messaggio, che pure attraversa molti dubbi, procede attraverso un pensiero che non esita a perdere la propria confortante linearità pur di restare il più possibile fedele alla realtà dei fatti, delle cose per come si manifestano: un pensiero non manipolatorio e pertanto “scomodo”.<br />
Gli autori che hanno dato vita a questo fascicolo partono da questi “inviluppi” del pensiero junghiano e apportano significativi contributi per ampliarne il senso, per indicare nuovi percorsi di significati e di sensi che dialoghino a pieno titolo con la contemporaneità, per rendere alcuni aspetti del pensiero di Jung, che possono risultare oscuri ed “esoterici”, comprensibili al maggior numero di lettori. Una lettura attenta delle sue opere e la rivisitazione del suo pensiero possono offrire squarci di comprensione inaspettati.<br />
Questo terzo numero della rivista si articola intorno a tre sezioni, la prima raccoglie i contributi dei colleghi che approfondiscono alcuni punti, salienti, della teoria junghiana.<br />
La seconda sezione raccoglie alcuni lavori che vanno al cuore delle problematiche e esplorano le aree più primitive e meno differenziate della psiche, con una particolare attenzione a quel motore della vita psichica che sono gli “affetti” e con significative aperture verso l’area dell’indistinzione tra corpo e mente.<br />
Una terza sezione ospita i contributi di filosofe che, pur essendo esterne al mondo psicoanalitico in senso stretto, dimostrano grande attenzione a quei problemi esistenziali che continuamente sfiorano le dinamiche psichiche e sottolineano lo stretto contatto tra psicologia junghiana e filosofia.<br />
Le rubriche “Invito alla lettura” e “Segnalazioni” si occupano del mondo dei libri, un bene ineguagliabile per quell’accrescimento culturale di cui la psiche si nutre.<br />
Buona lettura!</p>
<p><em>Il Direttore responsabile</em><br />
<em>Angiola Iapoce</em></p>
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