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	<title>Marigia Maulucci, Autore presso Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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	<description>a cura del CIPA Roma</description>
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	<title>Marigia Maulucci, Autore presso Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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	<item>
		<title>La Marceline di Jules e Pierre Janet</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marigia Maulucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Dec 2020 13:35:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2020 Nuova Serie Numero 1]]></category>
		<category><![CDATA[Invito alla Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Marigia Maulucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marceline ha ventun anni quando ricorre alle cure di Jules Janet, interno alla Pitié, appassionato (come molti all’epoca) di ipnosi. Dopo due anni, Jules, francamente infastidito da questa difficile paziente, la passa al fratello Pierre che modifica la terapia, con risultati alterni e comunque defatiganti. Anche Pierre arriverà poi all’esasperazione e tenderà a incontrare la&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/la-marceline-di-jules-e-pierre-janet/">La Marceline di Jules e Pierre Janet</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Marceline ha ventun anni quando ricorre alle cure di Jules Janet, interno alla <em>Pitié</em>, appassionato (come molti all’epoca) di ipnosi. Dopo due anni, Jules, francamente infastidito da questa difficile paziente, la <em>passa</em> al fratello Pierre che modifica la terapia, con risultati alterni e comunque defatiganti. Anche Pierre arriverà poi all’esasperazione e tenderà a incontrare la paziente con scadenze sempre più dilatate.</p>
<p>Questa è la storia di due medici e una paziente affaticati, esasperati, logorati, impotenti: è uno dei pochi esempi di descrizione di ʻcasi clinici delle originiʼ in cui il terapeuta confessa la sua stanchezza. Il concetto di controtransfert non apparteneva certo all’apparato teorico di Janet, ma di fatto di questo si tratta. È (anche) per questo che ho deciso di farne argomento del Laboratorio su ‘Il Paradigma Dissociativo’, che ho tenuto presso la Scuola di Specializzazione del CIPA, nell’anno 2019.</p>
<p>Il dolore di quella sensazione: la percezione del fallimento terapeutico ha spinto Pierre Janet, quasi a compensazione, a fare di Marceline una descrizione minuziosa che ci consente oggi di considerare questo caso uno degli esempi più chiari del suo impianto teorico, nosografico e clinico.</p>
<p>La storia della famiglia<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> di Marceline<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a> racconta una frequente propensione al vomito che la ragazza ‘eredita’. Figlia unica, da piccolissima vomita<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a> sangue dal naso, crescendo rifiuta sistematicamente il cibo; in pubertà aggiunge a questa sintomatologia frequenti movimenti coreici di gambe e braccia fino ad arrivare ad una marcata anestesia del lato sinistro del corpo. La situazione migliora leggermente con le mestruazioni, ma verso i diciassette anni compaiono veri e propri attacchi isterici con perdita di coscienza, convulsioni, urla, deliri. Rifiuta il cibo, se costretta lo vomita, accetta di buon grado l’inserimento del sondino per il cibo così come del catetere per urinare. Non sente lo stimolo della minzione, non prova nessun gusto nel cibo, non sente proprio la fame.</p>
<p>A 21 anni non si alza più dal letto, in uno stato di estrema debolezza e inedia, scheletrica, anestesica in tutto il corpo, sorda e cieca. Abbruttita e moribonda.</p>
<p>Così la vede Jules Janet. Impressionato e interessato dai racconti di suo fratello Pierre sulla sperimentazione all’ospedale di Le Havre, decide di sottoporre la paziente al ʻsonnambulismoʼ. Quando la fragilità della ragazza è al massimo, aumenta la sua suggestionabilità, cosa che consente al terapeuta di indurla ad attraversare differenti stati psicologici gerarchicamente sovrapposti fino al <em>sonnambulismo perfetto</em>, quello nel quale si cade nell’oblio della vita <em>da sveglia </em>e si riattiva la memoria dei precedenti stati sonnambolici. In altri termini, si definisce una seconda personalità<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a> che non solo non progredisce ma per certi versi impedisce anche l’evoluzione della prima.</p>
<p>Ci prova e ci riesce: in fase sonnambolica Marceline mangia, prende peso, urina regolarmente. Alla fine della seduta, Jules la risveglia e tra una seduta e l’altra si ripresentano i sintomi precedenti. Impossibile contagiare la Marceline in stato di veglia col benessere della Marceline sonnambolica: Jules, «affaticato e disgustato» (2016, p. 66), decide di prolungare progressivamente lo stato artificiale prima per un’intera giornata (così assicurava alla paziente il pranzo e la cena<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>) poi per qualche giorno, per una settimana, per arrivare a più settimane. Con le mestruazioni, Marceline si svegliava completamente e la famiglia la riportava in ospedale perché Jules Janet la ʽriaddormentasseʼ.</p>
<p>Il secondo periodo della terapia è caratterizzato da benefici sonni e infausti risvegli: come sempre, in Marceline ad ogni cambiamento di stato corrispondeva una memoria e un oblio.</p>
<p>Una «Felida artificiale», diceva Jules Janet<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>.</p>
<p>Approfittando del fatto che in questo periodo Pierre è tornato stabilmente a Parigi, Jules gliela affida: all’epoca Marceline da modista è diventata impiegata in una grossa ditta commerciale. Lavora bene, è molto apprezzata, ma spesso cade in uno stato di inerzia e sembra francamente inebetita. Allora si fa portare di corsa da Pierre Janet perché la riaddormenti.</p>
<p>È a questo punto che Janet decide di cambiare terapia, non assecondando l’alternanza addormentamento-risveglio, ma esaminando i suoi disturbi uno per uno (quelli che manifestava da sveglia, ma senza considerarla tale). Era malata, punto.</p>
<p>All’inizio andò malissimo, ma poi lentamente la paziente si sarebbe anche ripresa se contemporaneamente non fossero cambiate le sue condizioni lavorative, ora più pesanti, certo di maggiore responsabilità, ma eccessivamente defatiganti per le sue condizioni cliniche. Ricomincia l’amnesia, intervengono ancora contratture e zoppia, con frequenti assenze dal lavoro.</p>
<p>La minaccia del licenziamento è il colpo di grazia: vomito, disturbi urinari, emorragie nasali, rilevanti amnesie. Janet deve curarla a casa ed è costretto a mantenere il segreto sulle sue reali condizioni di salute per proteggere Marceline dalla perdita del posto di lavoro. Non è d’accordo, però, anzi pensa e sostiene che il carico di responsabilità sia troppo faticoso da reggere ed attribuisce ad esso la recrudescenza della malattia.<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a></p>
<p>Raccontando questa fase della terapia, Janet dice:</p>
<blockquote><p>«Mi sono limitato a tenerla a casa tutte le volte che avevo una qualche preoccupazione e cercavo di farla rientrare solo quando si fosse ristabilita il più possibile. Questi fenomeni di<em> depressione</em><a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup>[8]</sup></a> si sono ripresentati per quasi tutto l’anno negli intervalli tra un trattamento e l’altro» (ivi, p. 71)</p></blockquote>
<p>Dunque, depressione. Si fa strada nella testa di Janet una nuova ipotesi diagnostica.</p>
<p>La paziente sta molto meglio e la ditta la nomina ispettrice: l’emozione di questo incarico scatena nuovi e più gravi disturbi soprattutto sul piano della memoria. Ricominciano gli stati altalenanti e con essi la progressiva stanchezza di Janet che comincia a distanziare sempre di più le sedute, accorciandone la durata.</p>
<p>Interviene una polmonite che non ha prodotto i benefici attesi<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>. Espettorati di sangue si acuiscono con le mestruazioni: quale sangue sta vomitando? Quello della tubercolosi o quello mestruale? Depressione e amnesie popolano questo periodo, l’ultimo.</p>
<p>Ricapitolando: Marceline non mangia né urina spontaneamente. Il suo corpo non avverte i bisogni primari, è vuoto di sensazioni e tale deve rimanere perché l’unico impulso è il vomito. Vomita cibo, vomita sangue dal naso, vomita sangue mestruale dalla bocca.</p>
<p>Prova disgusto alla semplice vista del cibo e intorno a questa emozione Janet teorizza la formazione di un’idea fissa<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>: mangiare è inutile, sconveniente, immorale, tanto vergognoso da non poter essere fatto mai in pubblico. Nel sonno ipnotico o nel sonnambulismo Marceline riusciva a mangiare (come si è visto) ma quanto a provare gusto è altra storia. Negli stati alterati, si riuscivano a sciogliere le contratture che rendevano impossibile la deglutizione, si cercava di superare il disgusto senza però consolidare non tanto il gusto, quanto la più elementare sensazione di fame e sete. Come detto, la stessa cosa valeva per il bisogno di urinare: l’emozione raggelante del pudore produceva in Marceline uno spasmo dell’uretra e dunque l’impossibilità di urinare volontariamente. Il complesso di questi disturbi, molto frequenti nelle patologie isteriche, si accompagnava alla assoluta incapacità di Marceline di controllare la respirazione: non sapeva trattenere o accelerare il respiro, tossire o sbadigliare, piangere o ridere. Durante i periodi mestruali era l’utero ad essere colpito da spasmi circolatori, per cui Marceline cominciava a perdere sangue dall’utero, interveniva lo spasmo e il sangue fluiva prima dal naso e poi continuava attraverso la bocca.</p>
<p>Nei periodi di depressione profonda, Marceline presentava un’anestesia generalizzata, in quelli meno gravi comunque riusciva a sentire una qualche forma di sensibilità senza essere in grado di localizzarla nella parte del corpo che veniva stimolata. È un disturbo della percezione – dice Janet – non c’è nulla di organico, è un disturbo delle funzioni psicologiche.<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><sup>[11]</sup></a></p>
<p>Marceline manifestava anche fenomeni ampiamente studiati da Janet nella catalessia: durante gli stati alterati, muovendole un braccio, questo rimaneva nella posizione data, al massimo la paziente riusciva a portare l’altro nella stessa posizione.<a href="#_ftn12" name="_ftnref12"><sup>[12]</sup></a> La memoria funzionava in due stati paralleli e distinti: ogni stato conservava il suo ricordo, con qualche eccezione per lo stato alterato nel quale, a volte, affioravano barlumi dell’altra vita. Negli stati ‘normali’, al contrario, questo non avveniva mai.</p>
<p>Marceline alternava stati di depressione con stati di eccitazione: certo, questo rimandava alla descrizione della doppia personalità, ma Janet, in modo molto significativo, dice che l’umore, l’atteggiamento e i sentimenti cambiano ‘quando il pensiero si innalza’ quando cioè si ripristina la sintesi tra funzioni superiori e inferiori e queste ultime non sono più solo in balia di loro stesse. O meglio, in balia di quella che Janet chiama l’<em>emozione raggelante</em>, quella che cancella le facoltà di pensiero, giudizio, insomma le funzioni superiori, restringe il campo della coscienza e fa emergere ossessioni e idee fisse. E le idee diventano allucinazioni e le allucinazioni movimento e azioni.</p>
<p>Marceline passa da uno stato all’altro mantenendo comunque un unico carattere.</p>
<p>Allora cosa produce le alterazioni nel suo funzionamento mentale?</p>
<p>L’eredità familiare, la pubertà, la fatica fisica, le eccessive responsabilità… alla fine sempre e comunque l’<em>emozione</em>, cioè un «[…] disturbo generale determinato soprattutto per derivazione quando il soggetto non è in grado di reagire concretamente a una qualche situazione nuova a cui non è già adattato» (ivi, p. 110).</p>
<p>Questo eccesso emotivo produce esaurimento e depressione nervosa e psicologica che rende sensibili alla suggestione. È altresì possibile che una contro-emozione eccitante possa avere un effetto benefico: Janet sostiene di aver fatto a Marceline, perché proprio non ne poteva più, delle gran scenate, delle quali puntualmente si pentiva salvo poi costatare che la paziente stava meglio, recuperava energia, mangiava, lavorava.</p>
<p>Se durante la prima fase della terapia la differenza tra i due stati era palese, con le modificazioni terapeutiche introdotte da Pierre Janet, Marceline vive di più in posizioni intermedie, in oscillazioni tra uno stato e l’altro: che cosa determini questi movimenti è difficile da dire. Non è la suggestione (come all’epoca si credeva): le isteriche non sono suggestionabili, lo diventano nel momento in cui un eccesso emotivo restringe il campo della coscienza. Con grande onestà intellettuale, Janet sostiene che erano tutti talmente stufi di questa malata che le loro suggestioni viravano sul benessere e la guarigione: se dunque le suggestioni fossero state determinanti, Marceline sarebbe guarita.</p>
<p>La suggestionabilità, il sonnambolismo, l’anestesia, l’amnesia sono il modo che ha l’isterica di colmare il restringimento della sua coscienza, lo stesso che sembrerebbe dar vita a due esistenze separate: in realtà: «la doppia personalità è la forma isterica della depressione periodica» (ivi, p. 117).</p>
<p>Se per depressione Janet intende un abbassamento della tensione delle funzioni fino alla scomparsa di quelle superiori (perché più recenti) e quindi al predominio di quelle inferiori, vuol dire che, nell’isterica, la cosiddetta doppia personalità si forma a seguito di un isolamento – con relativa amnesia – degli stati mentali.</p>
<p>All’origine però c’è la depressione, cioè il venir meno della sintesi mentale, il riprecipitare negli stati automatici della mente, per il presentarsi di un’emozione che altera l’andamento lineare degli eventi in persone di particolare fragilità e debolezza psichica: Janet sostiene infatti che la cosa più forte che un medico può fare per un’isterica è provare a dirigerle la mente.</p>
<p>Credo comunque che la conclusione diagnostica di Janet vada oltre la spiegazione che egli stesso ci dà e contenga una potente carica innovativa che forse parla più a noi che alla psichiatria del tempo. Credo che Janet ci stia dicendo che i fenomeni dissociativi sono la manifestazione di un funzionamento della psiche che perde unitarietà e tensione tra le parti di cui è composta. E che, dirigere la mente di un’isterica<a href="#_ftn13" name="_ftnref13"><sup>[13]</sup></a> significa ricostruire le condizioni di questa tensione.</p>
<p>Janet maturo svilupperà su questa impostazione la psicologia della condotta, vale a dire una serie di indicazioni terapeutiche che consentono il ripristino della <em>sintesi mentale</em>.</p>
<p>Francamente, però, trovo questi aspetti interessanti, ma non significativi sia per valutare la portata dell’opera janetiana, soprattutto sul piano strettamente clinico. Trovo invece molto più feconda l’attribuzione di centralità all’<em>emozione</em> nella formazione di quelle idee fisse che scardinano l’equilibrio della mente.</p>
<p>In mezzo alle tante e lucide parole che Janet usa per la sua minuziosa descrizione del caso, di corsa e di sfuggita, chissà se con risentimento rabbioso o sollievo colpevole – o forse con tutti e due –, Janet ci dice che Marceline si spegne nel novembre del 1901, a trentacinque anni.</p>
<blockquote><p>«Sono dieci anni, diceva, che non vivo, mi trascino come un’ombra, è proprio tempo di finire questa stupida storia» (ivi, p.72).</p></blockquote>
<p>La storia di Marceline finisce così: la ragazza non decide di morire, si spegne.</p>
<p>Certo, le sue funzioni superiori sono attive, se considera stupida la sua vita, ma non abbastanza per evitare di essere sommerse dalla potenza delle sue <em>inferiori</em> emozioni.</p>
<p>L’ombra di quel corpo che non ha mai preso corpo si dilegua.</p>
<hr />
<p><strong>Note</strong></p>
<ul>
<li><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Janet non manca mai di costruire la storia familiare e personale dei suoi pazienti. Sappiamo da Ellenberger, che, arrivato nel 1884 a Le Havre come insegnante di filosofia, decise di avviare da volontario, presso l’ospedale della città, una ricerca su allucinazioni e percezioni per il dottorato che conseguì cinque anni dopo. Si impose da subito tre regole fondamentali: esaminare il paziente da solo, prendere nota di quanto dice o fa, studiarne attentamente la biografia e la storia personale e clinica. Di fatto, le regole e i confini del <em>setting.</em></li>
<li><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Ho deciso di non abbreviare il nome con una M. che sicuramente avrebbe reso il testo più leggero: mi piace pensare che il corpo di Marceline abbia finalmente un peso.</li>
<li><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Nel testo la parola usata è proprio questa: vomita.</li>
<li><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> Nella Prefazione alla seconda edizione de <em>L’Automatismo Psicologico</em> del 1893, Janet enucleando i punti centrali della sua ricerca e le questioni ancora aperte, fa proprio riferimento alla necessità di approfondire gli studi sulla memoria. Amnesie, sonnambulismo e idee fisse evocano un <em>luogo</em> che le contenga: progressivamente, come vedremo, Janet comincia a fare i conti con la sfera del subconscio.</li>
<li><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> Quanto somiglia questa preoccupazione di Jules Janet alla nostra angoscia con pazienti anoressiche…</li>
<li><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"><sup>[6]</sup></a> Artificiale per distinguerlo dalla Felida, diciamo così, naturale. Il caso di Felida osservato da Eugéne Azam (1822-1899) era all’epoca molto noto. Felida era una ragazza intelligente ma nervosa, malinconica e taciturna. A 14 anni cominciarono a manifestarsi quasi ogni giorno acuti mal di testa con dolori alle tempie in seguito ai quali Felida cadeva in un torpore che niente (rumori, punture, richiami) riusciva a scalfire. Dopo qualche minuto si svegliava, si alzava, rideva, cantava e riprendeva le sue occupazioni. Dopo tre o quattro ore, ripiombava nel torpore precedente. In tutte e due le condizioni, la sua ragione era intatta, mentre il carattere cambiava. Anche Felida aveva due differenti registri della memoria.</li>
<li><a href="#_ftnref7" name="_ftn7"><sup>[7]</sup></a> Non era frequente all’epoca considerare la realtà esterna un significativo elemento diagnostico e prognostico. Marceline ha una familiarità, è persona fragile per questa ereditarietà, ma poi contano gli eventi della vita, le cose che le succedono, la storia e l’ambiente in cui vive per migliorare/peggiorare la sua patologia.</li>
<li><a href="#_ftnref8" name="_ftn8"><sup>[8]</sup></a> Il corsivo è mio</li>
<li><a href="#_ftnref9" name="_ftn9"><sup>[9]</sup></a> In molti casi esaminati da Janet, in presenza di infezioni polmonari o tubercolosi i disturbi mentali e nervosi diminuivano, come se il corpo reale prendesse il sopravvento. In Marceline, no.</li>
<li><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"><sup>[10]</sup></a> «Un’idea non è qualcosa di semplice e inerte nella mente, è un intero sistema di immagini e tendenze che si sviluppano e si trasformano di continuo». (Janet 2016, p. 122).  L’idea fissa esiste a prescindere dalla coscienza del soggetto, è per questa ragione sub-cosciente. Janet usa questo termine con grande circospezione, quasi in senso geografico, per togliere di mezzo qualsiasi interpretazione filosofica e farne un luogo della struttura piramidale della mente. Negli isterici, l’idea fissa determina uno stato emotivo persistente che tende a indebolire la sintesi mentale, vale a dire la capacità di tenere connesse le funzioni superiori e quelle inferiori della mente. Le emozioni raggelanti spezzano l’equilibrio e impongono la legge della disaggregazione. All’origine, una predisposizione ereditaria, una fragilità del soggetto, un vissuto traumatico.</li>
<li><a href="#_ftnref11" name="_ftn11"><sup>[11]</sup></a> Janet richiama il fenomeno psicologico della percezione dei segni di Wundt. Comunque è chiaro che qui sta convalidando la sua ipotesi di ricerca sulle funzioni psicologiche prevalenti su quelle organiche nelle patologie che studia.</li>
<li><a href="#_ftnref12" name="_ftn12"><sup>[12]</sup></a> Nello studio delle catalessi, Janet ha osservato la sincinesia, cioè la generalizzazione dei fenomeni. Muovendo una mano a pugno anche l’altra assume la stessa forma. In presenza di suggestione ipnotica, l’ordine viene compreso ed eseguito senza il consenso del soggetto e produce un’allucinazione di immagine cui corrisponde un movimento.</li>
<li><a href="#_ftnref13" name="_ftn13"><sup>[13]</sup></a> È difficile parlare oggi di isteria senza far riferimento alle acute osservazioni di Meares che individua nel complesso della patologia <em>bordeline</em> le caratteristiche dell’isteria di un tempo.</li>
</ul>
<hr />
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>Ellenberger H.F. 1970, <em>La scoperta dell’inconscio</em>, Boringhieri, Torino 1976.</li>
<li>Janet P. 1898, <em>L’automatismo psicologico</em>, Raffaello Cortina ed., Milano 2013.</li>
<li>Janet P. 2016, <em>Trauma coscienza personalità</em>, Raffaello Cortina ed., Milano.</li>
</ul>
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		<title>Russell Meares: la &#8220;dolorosa incoerenza&#8221; del Sé nel Disturbo Borderline di Personalità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marigia Maulucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2016 11:10:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2016 Numero Extra]]></category>
		<category><![CDATA[Marigia Maulucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiunque frequenti le strutture pubbliche di salute mentale o abbia sotto mano le cartelle cliniche di ricoveri in SPDC, prima o poi scopre che i pazienti sono generalmente (o forse sarebbe meglio dire genericamente) bipolari[1]o schizofrenici. Quelli che non si sa se sono schizofrenici o bipolari, sono schizoaffettivi. Quelli che hanno un po’ tutti questi&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Chiunque frequenti le strutture pubbliche di salute mentale o abbia sotto mano le cartelle cliniche di ricoveri in SPDC, prima o poi scopre che i pazienti sono generalmente (o forse sarebbe meglio dire genericamente) bipolari<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>o schizofrenici. Quelli che non si sa se sono schizofrenici o bipolari, sono schizoaffettivi. Quelli che hanno un po’ tutti questi sintomi e tanti altri ancora sono borderline<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p>In realtà, il destino del Disturbo Borderline di Personalità (da ora in poi DBP) è nel suo stesso nome, che lo fa ricettacolo indistinto di sintomi e patologie, nella nebbiosa zona di confine tra nevrosi e psicosi.</p>
<p>Meares entra in questo contenitore, prova a farsi strada attraverso il modello dissociativo, individua gli antenati del DBP, utilizza Janet, James e Jackson per sostenere la sua tesi, riconduce a sintesi una pluralità di manifestazioni patologiche differentemente catalogate, ci accompagna nei meandri complessi degli emisferi cerebrali, indica nel Metodo Conversazionale, cioè nello stile narrativo del paziente e nell’attenzione allo stesso da parte del terapeuta, il metodo più efficace per affrontare questa sofferenza psichica.</p>
<p>«Quando mi guardo allo specchio non mi vedo» dice Adele, primo caso clinico riportato dall’A. per indicare nel disturbo dell’esperienza del Sé il nucleo del DBP, caratterizzato da disconnessione in diverse sfere dell’esperienza, da frammentazione della vita psichica, da alienazione rispetto all’ambiente sociale ma anche – e forse soprattutto – alienazione da sé.</p>
<p>E cosa intende per alienazione, Meares ce lo ha spiegato in <em>Intimità e alienazione</em><a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>: il Sé è un processo, una sorta di dialogo tra le parti secondo due linguaggi possibili: uno lineare/logico, l’altro evocativo/associativo. Non c’è gerarchia tra le due forme di parlare (e quindi di pensare): c’è, al contrario, possibilità di composizione quando il dialogo è <em>intimo </em>perché compone nel tempo una storia individuale, integra memorie semantiche e episodiche, cioè il ricordo dei fatti e quello del singolo vissuto degli stessi. Non c’è intimità nell’alienazione conseguente ad un evento traumatico, non c’è dialogo tra le parti.</p>
<p>IL DBP è dunque un disturbo dell’esperienza del Sé, un’alterazione psicopatologica che si connette alla definizione di dissociazione adottata dallo stesso DSM IV, cioè sconnessione delle funzioni della coscienza di memoria, identità e percezione<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p>
<p>Un’assenza di coesione del Sé. Una <em>dolorosa incoerenza</em>.</p>
<p>La definizione, diciamo così, è densa: chiama in causa il Sé e la sua storia che per certi versi si intreccia con le evoluzioni del concetto di DBP, individua nell’assenza di coesione l’asse teorico e clinico della patologia.</p>
<p>«Il predecessore del DBP era la sindrome dell’isteria»<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a> che, per Charcot, originava da una sorta di sistema parassitario nella mente, composto di idee o associazioni delle stesse, che producono alterazioni nello stato di coscienza e patologie somatiche non riconducibili a problemi organici.</p>
<p>La coscienza è coscienza del momento presente e in questo compone molteplicità di fattori esterni e interni e tensione verso l’esterno, diceva Janet.</p>
<blockquote><p>«Una perdita di <em>presentification</em> ha come conseguenza un funzionamento dell’individuo a un livello più basso su una gerarchia della coscienza, che Janet concepiva in termini di ‘tendenze’ multiple, o inclinazioni, all’azione. Questa discesa nell’organizzazione gerarchica della mente è essenzialmente la condizione di dissociazione, il nucleo centrale della teoria dell’isteria di Janet»<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>.</p></blockquote>
<p>E Janet, a sua volta, aveva ripreso da James il tema della centralità della natura unitaria della coscienza: la rottura di questa unità produce instabilità affettiva, frammentazione, disintegrazione. Quadro sintomatologico allora riconducibile all’isteria e oggi al DBP.</p>
<p>In origine, sempre secondo Janet, una debolezza ereditaria<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>, fattori ambientali, comprese le malattie debilitanti e le intossicazioni, ma anche l’effetto patogeno di emozioni dolorose, gli shock, in definitiva il trauma.</p>
<p>Questi studi hanno avuto un destino carsico e alla loro ricomparsa hanno contribuito, secondo Meares, sia Kohut con la sua psicologia del Sé sia soprattutto Tulving con i suoi studi sulla memoria.</p>
<p>È intorno al 1970 che si comincia a fare strada il concetto di personalità borderline, cosa che implica «un mistero, ovvero una condizione per cui non esiste nessuna categoria diagnostica»<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.</p>
<p>Kernberg introdusse il concetto di organizzazione borderline di personalità<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>, facendo riferimento a categorie diagnostiche già indicate da Charcot e Janet come stimmate dell’isteria: multipli e elaborati sintomi di conversione, fughe, stati crepuscolari isterici, amnesie, disturbi della coscienza. Vale a dire tipiche reazioni dissociative, che in un primo momento Kernberg non assunse come asse centrale del DBP, preferendo definirlo coi criteri della diffusione e scissione di identità.</p>
<p>Meares, però, vuole parlare di Sé e non di identità:</p>
<blockquote><p>«[…] la differenza tra identità e Sé può essere resa con l’idea che l’identità è la realtà pubblica dell’individuo, mentre il Sé l’esperienza privata […]. L’identità riguarda la relazione individuale col proprio mondo. Essa implica una posizione nei confronti della famiglia, del lavoro, della sfera religiosa o del resto della vita sociale, ed è composta da ruoli, attributi personali e cognizioni su chi si è in relazione agli altri. Il Sé, come lo ha descritto William James (1890), è totalmente differente. È quel flusso di immagini, sensazioni, sentimenti, memorie, fantasie e così via che James paragonava ad una corrente. In questo caso, il focus è interno. La caratteristica principale del Sé è la consapevolezza riflessiva di ciò che accade dentro di noi»<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.</p></blockquote>
<p>In ogni caso, sia parlando di identità che di Sé, si evidenzia la necessità di individuare un raggruppamento di sintomi che funzioni da chiave interpretativa del disturbo<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Da Clarkin e altri il Sé, lo stato emotivo e l’impulsività erano stati indicati come fattori centrali e continuativi: sulla base di questa prima sintesi, Meares conduce un progetto di ricerca volto a convalidare la sua ipotesi del DBP come alterazione e mancanza di coesione del Sé, individuando nella dissociazione il nucleo centrale del disturbo.</p>
<h3>Cominciamo dunque dalla definizione di Sé.</h3>
<p>Meares trova funzionale al suo ragionamento il riferimento al modello jacksoniano del Sé, fondato, in estrema sintesi, su un’organizzazione gerarchica del cervello che consente l’evoluzione di stati mentali e funzioni sempre più complesse e quindi sempre più capaci di rappresentazione.</p>
<p>Partendo da James- che già aveva parlato di due forme della memoria-, Tulving indica nella memoria semantica il ricordo dei fatti accaduti e nella memoria episodica la percezione del tutto individuale e vissuta di quegli stessi fatti. La prima è pubblica, la seconda totalmente privata<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>. Da una prima forma di memoria sensoriale e motoria, anoetica, si passa a una semantica, noetica, capace di richiamare fatti dell’ambiente sensoriale. Verso i quattro anni, il bambino acquisisce la consapevolezza dei suoi stati interni e può quindi sviluppare quella capacità di introspezione che sostanzia la memoria episodica, perciò definita autonoetica, conquista che porta ad assumere la possibilità del mondo mentale degli altri<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>.</p>
<p>Continuità, coesione, senso del tempo e dello spazio, percezione di realtà, sono caratteristiche delle forme di coscienza. Queste funzioni alte nell’organizzazione gerarchica della coscienza al paziente DBP sono interdette: Jackson parla di dissoluzione, Janet di disintegrazione, oggi possiamo dire <em>dolorosa incoerenza</em>.</p>
<p>L’ipotesi jacksoniana della dissoluzione può essere testata a livello neurofisiologico studiando la P3, componente maggiore dei potenziali evocati evento-correlati (ERP), una sorta di marker delle caratteristiche del Sé: la P3 è il prodotto del processo che porta alla generazione del Sé, a sua volta effetto della coordinazione delle aree cerebrali. I risultati di queste ricerche confermano che nei pazienti DBP è deficitaria la coordinazione tra sistemi cerebrali, solitamente integrati, cui si associa un deficit del controllo inibitorio dei livelli superiori della mente, determinato da una scarsa funzionalità prefrontale. Questo porterebbe a localizzare il disturbo prevalentemente nell’emisfero destro<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>.</p>
<p>Se l’emisfero sinistro è analitico e quello destro sintetico e se il DBP è il fallimento della coesione del Sé si può dire che il DBP è connesso ad una riduzione delle funzioni cui è preposto l’emisfero destro, che quindi il DBP è un disturbo dell’emisfero destro. Meares ipotizza che un trauma relazionale, forse in associazione con alcune vulnerabilità genetiche, abbia provocato un danno nello sviluppo del network neurale che sottende all’esperienza del Sé, compromettendo la sua coesione.</p>
<p>La coscienza soggettiva, vale a dire la consapevolezza di sé come soggetto, è cono<em>scente</em> il proprio sé cono<em>sciuto</em>: la coscienza oggettiva, il Me, è un prodotto della coscienza soggettiva, l’Io. È il flusso di coscienza interiore che consente la consapevolezza della propria identità corporea, del proprio mondo interiore<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>,in definitiva del proprio esser-ci nel mondo.</p>
<p>Le due coscienze hanno due differenti forme di linguaggio, quello per il mondo, quello che per farsi capire ha bisogno di essere logico e adattivo’ e quello interiore, quello di quando non si è impegnati in nessun compito specifico. La neurofisiologia chiama questa modalità <em>Default Mode Network</em> (DMN), generalmente connessa a stati introspettivi e in correlazione inversa col network associato alla performance in un compito specifico. L’ipotesi di una possibile sconnessione tra i due sistemi nei DBP pare non sia sufficientemente studiata, mentre altre ricerche hanno dimostrato sia una diminuita capacità del DMN in soggetti traumatizzati (con caratteristiche simili a pazienti DBP) sia un disturbo dell’emisfero destro, cosa che ha portato a considerare l’ipotesi di una possibile correlazione tra trauma in giovane età e sviluppo dell’emisfero destro.</p>
<p>E qui la faccenda si fa interessante, perché se abbiamo a che fare con un mancato sviluppo del DMN, lo scopo della terapia dovrebbe essere l’attivazione di questo sistema di linguaggio interiore, dunque di rappresentazione di forme prodotte dall’immaginazione, favorendo e accogliendo l’emergere di spezzoni di memoria autobiografica da ricomporre. È su questi, che Meares chiama scene, che si fonda la nuova narrazione di un Sé che ha finalmente trovato uno spazio nel quale recuperare e integrare i tempi e i contenuti della propria storia.</p>
<p>Per sapere cosa intende per dissociazione<strong><em>,</em></strong> Meares prova a fare ordine nel complesso della produzione janetiana, introducendo una tempistica tra disaggregazione (termine prevalentemente usato da Janet) e successiva dissociazione e aggiungendo che in realtà la dissociazione di Janet è quella che oggi viene chiamata compartimentalizzazione, che invece il Nostro ritiene più consona alla dissociazione secondaria.</p>
<p>Ricapitolando: per Meares, la dissociazione primaria si riferisce alla frammentazione e disintegrazione del senso di esistenza personale. La dissociazione secondaria emerge dalla primaria ed è tesa a ridurne l’intenso <em>arousal</em>, attraverso manovre protettive di riduzione dell’ansia. Per dissociazione terziaria Meares intende una forma stabile della dissociazione secondaria, a seguito di eventi personali traumatici che hanno cronicizzato la vulnerabilità del soggetto.</p>
<p>Per tornare a Janet, è vero che è difficile trovare una definizione univoca: i termini cui fa riferimento sono <em>abaissement du niveau mental</em>, restrizione della coscienza, <em>désagrégation</em>, idee fisse subconsce, dissociazione. In ogni caso, Janet, come Jackson, pensava ad un modello della mente in quanto:</p>
<blockquote><p>«risultato dell’integrazione di una gerarchia di ‘tendenze’, termine che indica una disposizione all’azione. Janet ritiene che nessuno stato mentale sia separabile dall’azione […]. Il livello più basso della gerarchia è semplicemente sensomotorio in assenza di un’associazione con il senso di Sé. Le ‘tendenze riflessive e personali’ sono invece il livello più alto, e sono dirette alla creazione dell’identità»<a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>.</p></blockquote>
<p>Un evento traumatico, e l’emozione che ne consegue, rompe la sintesi, spinge verso il basso nella gerarchia della coscienza, ha un’azione disaggregante, è quell’abbassamento del livello mentale che sopprime i livelli superiori della coscienza.</p>
<blockquote><p>«Durante l’emozione vediamo sparire la sintesi mentale, la volontà […], vediamo diminuire o sparire tutte le funzioni del reale, il sentimento e il piacere del reale, la fiducia, la certezza. In loro luogo vediamo sussistere i movimenti automatici»<a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>.</p></blockquote>
<p>La disaggregazione facilita il passaggio – Janet parla di migrazione – di alcuni fenomeni psicologici in un’area a sé, sequestra e trasforma questi fenomeni in idee fisse subconsce, dando così luogo alla dissociazione.</p>
<p>Venendo meno la sintesi delle funzioni superiori, come la memoria episodica, <em>continue dimenticanze</em> caratterizzano la patologia di soggetti traumatizzati, come peraltro dei soggetti con DBP. Il ricordo non viene immagazzinato come episodio o <em>scena </em>della propria storia ma come sensazione oppure flash sul soggetto e/o il suo ambiente: sensazioni epidermiche, odori, dolori, suoni che costituiscono il calderone della memoria traumatica. Non sono elaborati come ricordi, fanno della storia di questi pazienti non un racconto ma una sorta di mappa puntiforme, funzionano come mine vaganti a perenne rischio di esplosione nella vita quotidiana e soprattutto nella terapia, e comunque nei contesti in cui l’ansia rende il soggetto più debole, favorendo l’emersione delle idee fisse subconsce.</p>
<blockquote><p><em> </em>«Le manifestazioni dell’attività del sistema delle memorie traumatiche durante le sedute di psicoterapia possono variare: dai cambiamenti nel tono di voce<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>, nella postura, e nelle espressioni facciali…In questi casi, lo scenario traumatico è stato rimesso in atto e il soggetto esperisce nel presente qualcosa che è accaduto nel passato. Esperire di nuovo il trauma, però, diventa più complesso rispetto all’esperienza originaria dove la messa in atto coinvolge quei comportamenti che sono stati sviluppati per evitare il trauma o allo scopo di ripristinare il senso di identità»<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>.</p></blockquote>
<p>E qui veniamo ad un punto delicato: possiamo intendere la dissociazione come una forma di difesa? Sicuramente ‘protegge’ favorendo il distacco nella dissociazione secondaria, mentre nella primaria la frammentazione del soggetto comporta un’iperattivazione e una diminuita tolleranza al dolore. È vero anche però che queste teorizzazioni conducono allo stravagante paradosso di soggetti capaci di grandi inibizioni che soffrono di un deficit di inibizione derivante dalla loro forte vulnerabilità. L’A. se la cava sostenendo che probabilmente l’assenza di un sistema inibitorio superiore può mettere in campo solo meccanismi grossolani di inibizione. E questi possono attivare solo <em>protezione</em>, da se stessi e dagli altri.</p>
<p>Le forme elementari della coscienza, infatti, rispondono agli stimoli, in un ordine unidirezionale di rapporto. Quelle più evolute possiedono una capacità di attenzione che consente loro di reagire a complessi stimoli esterni e interni, muovendosi in maniera flessibile tra differenti stati di identità personale senza alterare l’integrità della stessa. Questo rende le relazioni bidirezionali e reciproche.</p>
<p>Il fenomeno dell’attenzione è concetto complesso<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>: l’attenzione è capacità di selezionare gli stimoli e immagazzinarli nella memoria, anche a fini di vigilanza e controllo. La selezione ha una correlazione stretta con la percezione delle differenti caratteristiche dello stimolo, delle proprie aspettative, bisogni e esperienze passate.</p>
<p>Nei DBP è compromessa la capacità di attenzione proprio perché carente il sistema di identità personale, carente, cioè privo di quel sentimento di intimità cui più volte si è fatto riferimento. Sappiamo che l’intimità è, come dire, una conquista, un processo, un percorso che risulta inibito ai DBP perché una ferita nelle relazioni primarie, un trauma legato alle stesse ha compromesso l’integrità del Sé e dunque la fiducia, la reciprocità, la bidirezionalità delle relazioni con l’altro.</p>
<p>Dall’intimità all’attaccamento il passaggio è breve: Meares sostiene, però, che i due termini sono assolutamente differenti, non foss’altro per il sentimento d’ansia che denota le esperienze di attaccamento insicuro e disorganizzato e per l’assenza della stessa nel vissuto di intimità.</p>
<p>La natura di queste forme disintegrate di relazionalità genera un certo tipo di <em>campo delle aspettative</em>, che richiama esplicitamente il Modello Operativo Interno di Bowlby<a href="#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a>, vale a dire la memoria di una determinata qualità della relazione che tende a ripetersi secondo un copione predefinito che inchioda il soggetto e l’altro della relazione a recitare un determinato ruolo.</p>
<p>Questa tendenza, peraltro, è alla base del meccanismo dell’identificazione proiettiva che concordemente viene descritto come aspetto centrale, meccanismo difensivo di elezione, dei DBP. Anche se– e trovo importante questa precisazione – Meares non esclude il carattere difensivo del meccanismo, ma in via prioritaria lo addebita ad una mancata maturazione e integrazione del Sé.</p>
<p>Un disturbo dell’attaccamento, com’è noto, si verifica in presenza di relazioni primarie carenti: di ormai diffusa acquisizione, l’associazione tra attaccamento disorganizzato e sindrome dissociativa<a href="#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a>. L’attaccamento disorganizzato è un costrutto successivo ai modelli di attaccamento sicuro/insicuro. Main e Solomon hanno individuato nei comportamenti contraddittori dei bambini nella <em>Strange Situation</em> il segno di un crollo strategico di fronte ad un paradosso: la figura di attaccamento alla quale si chiede protezione è la stessa che scatena paura e angoscia o che è essa stessa impaurita e angosciata<a href="#_ftn23" name="_ftnref23">[23]</a>. Se paura dell’abbandono o della solitudine, determina la differenza studiata da Blatt tra Depressione Introiettiva, intesa come paura della solitudine e della perdita e Depressione Anaclitica come paura della separazione.</p>
<p>Il trauma relazionale compromette anche la capacità di mentalizzare, così come Fonagy e Bateman l’hanno studiato, vale a dire «la capacità di dare senso a se stessi e al prossimo, implicitamente e esplicitamente, in termini di stati soggettivi e processi mentali»<a href="#_ftn24" name="_ftnref24">[24]</a> , tenendo comunque presente che spesso i soggetti con DBP hanno una grande capacità di comprensione, quando è legata a ‘disvelare’ strategie ritenute ingannevoli o manipolatorie, mentre mancano di possibilità empatiche che comportano l’immaginare una realtà altrui differente dalla propria.</p>
<p>Se- anche alla luce di quanto detto- la personalità borderline si presenta polisintomatica, non significa però che nel disturbo precipitino in maniera indifferenziata una serie di sintomi. Significa, secondo Meares, che si può spesso verificare comorbilità coi disturbi dell’Asse I in maniera non casuale<a href="#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a>.</p>
<h4>DBP. Dissociazione e Depressione.</h4>
<p>Particolarmente diffusa l’associazione con la depressione, nelle forme introiettiva e anaclitica che si diceva. In quest’ultima il trauma originario genera una vulnerabilità legata alla paura della perdita, nella prima una sofferta introiezione del giudizio svalutante che porta ad una pervasiva sensazione di vergogna, umiliazione, deprezzamento (il primo e più drammatico attacco al valore è evidentemente l’abuso sessuale). In ogni caso, si può dire che in realtà ciò che rende possibile il raggruppamento di sintomi e l’evidenza della comorbilità è l’esperienza traumatica.</p>
<h4>DBP. Dissociazione. Disregolazione emotiva.</h4>
<p>Tornando alla definizione cardine del DBP come alterazione dell’esperienza del Sé, Meares correla ai fattori che lo inquadrano (disturbi dell’identità, senso di vuoto e paura dell’abbandono) la disregolazione emotiva: essere svalutati e criticati attiva rabbia, ansia e soprattutto una pervasiva e persistente sensazione di vergogna. La risposta è pressoché automatica, cioè priva di un adeguato coinvolgimento della neocorteccia, oppure, per dirla con Jackson</p>
<blockquote><p>«[…] un sistema di coscienza connesso alla consapevolezza di sé di ordine superiore non sufficientemente sviluppato viene ribaltato da un complesso traumatico interferente, che a sua volta è sostenuto da un assetto neuronale nel quale l’attività della corteccia orbifrontale è ridotta e l’attività dell’amigdala è potenziata»<a href="#_ftn26" name="_ftnref26">[26]</a>.</p></blockquote>
<p>Ulteriori ricerche hanno dimostrato l’eccesso di attivazione dell’amigdala quando il soggetto perde riflessività ed è sostanzialmente inconsapevole dell’essere in balia di un ricordo traumatico: insomma, perdere riflessività rende la persona preda di riflessi, che potremmo definire funzioni di ordine inferiore del cervello.</p>
<p>Questo comporta un aumento della sensibilità che non consente l’identificazione delle emozioni proprie ma soprattutto altrui: abbiamo già visto quanto i soggetti DBP siano iperattenti nella valutazione delle espressioni facciali e molte ricerche lo confermano. È nei primi mesi di vita che il bambino sviluppa la capacità di regolazione delle emozioni nell’interazione con la figura materna: come e quanto la diade riesce a gestire i livelli di <em>arousal</em>, quanto e come la madre riesce a sintonizzarsi con le richieste del bambino di stabilire, mantenere o interrompere il contatto visivo, quanto infine si consolida tra i due adattamento e reciprocità. Com’è evidente, sono questi i fondamenti per la ‘scrittura’ della natura dell’attaccamento.</p>
<h4>DBP. Dissociazione. Disturbi somatoformi.</h4>
<p>Se siamo partiti dalla considerazione dell’isteria come antenato del DBP una ragione ci sarà: l’isteria, com’è noto, ha subìto una sbagliata regressione nella diagnostica, perché si credeva eccessivamente legata ad un particolare momento storico, per poi rientrare dalla finestra sotto forma di sintomi di conversione o disturbi somatoformi. In ogni caso, sia questi che il DBP sono unificati – pur nella pluralità indistinta del DSM – come legati a patologie dissociative.</p>
<p>I pazienti DBP lamentano di frequente dolori fisici che spesso non hanno un’origine organica: trovo molto interessante l’approccio di Meares che, richiamando di nuovo in causa Janet, sostiene che il centro dei disturbi somatoformi consiste in un’alterazione dei meccanismi di attenzione.</p>
<blockquote><p><em> </em>«Nell’ipotesi che stiamo avanzando sulla somatizzazione sono presenti due aspetti che sono opposti e collegati tra loro. Il primo implica l’amplificazione o l’aumento dell’intensità delle sensazioni attraverso un incremento indiscriminato dell’attenzione; il secondo implica il fallimento dei sistemi che, in condizioni normali, modulano l’intensità delle sensazioni»<a href="#_ftn27" name="_ftnref27">[27]</a>.</p></blockquote>
<p>Il dolore fisico viene amplificato a seguito del disturbo dell’attenzione<a href="#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a> e quindi può generare depressione (e non il contrario, cioè che la pervasività del dolore sia correlato alla depressione): molti studi lo confermano e le ricerche seguenti hanno introdotto ulteriori costrutti quali l’ipervigilanza o il catastrofismo.</p>
<p>Possiamo dire che l’inclinazione al dolore nei DBP è una conseguenza del difetto nella sfera del Sé<a href="#_ftn29" name="_ftnref29">[29]</a>: un eccesso di attenzione allo stimolo, in questo caso interno, corporeo, rende la coscienza imprigionata dall’evento, incapace di svolgere una funzione riflessiva, rappresentazionale, immaginativa, cioè funzioni superiori.</p>
<p>Ce ne possiamo accorgere dallo stile della conversazione che assume forma di resoconto sommario senza possibile simbolizzazione. Il paziente è intrappolato nello stimolo e ad esso pervicacemente ancorato per fuggire dal vuoto nel quale teme di precipitare in assenza dello stesso. È per questo che sottovalutare quelle lamentele in terapia non serve, anzi rischia di far sentire il paziente ancora più solo nell’impasse, nel quale egli stesso si è infilato. Sarebbe molto meglio entrare dentro quei comportamenti somatizzanti, provare a connetterli con le sensazioni che prova, cercando di costruire una metafora fondata proprio sulla personalissima associazione dolore/sensazione, per trasformare quel resoconto sommario nella sua individuale narrazione.</p>
<p>Non sempre, però, si tratta di sintomi di conversione senza riscontro organico.</p>
<p>L’isteria, come il DBP, sono malattie della rappresentazione. Spesso si registrano tracce somatiche, impronte sul corpo, sulla pelle di frammenti dell’esperienza traumatica: segni, lividi, rossori, pallori associabili, sostiene Meares, ad un minor apporto di sangue in quell’area, come peraltro lo stesso Janet notava attribuendo, per esempio, le anestesie del braccio ad una marcata riduzione dell’afflusso sanguigno.</p>
<p>Il corpo viene <em>marchiato a fuoco</em> dal trauma<a href="#_ftn30" name="_ftnref30">[30]</a> e ci sono tutte le caratteristiche di fenomeni dissociativi, come i casi clinici (vedi <em>Maria </em>di Janet<a href="#_ftn31" name="_ftnref31">[31]</a>) confermano: le rappresentazioni primitive del trauma sono attivate da processi inconsci in quanto inaccessibili ad un’elaborazione cosciente, cioè di ordine superiore. La disconnessione ha, in questo senso, una natura <em>verticale </em>ma anche <em>orizzontale</em>, nel senso di un deficit di coordinamento tra meccanismi inibitori ed eccitatori: in tutti e due i casi si tratta di anomalie nell’attività del Sistema Nervoso Autonomo e in particolare di una ridotta attività della ACC, della corteccia cingolata anteriore.</p>
<h4>DBP. Dissociazione. Ideazione paranoide e delirio.</h4>
<p>Paranoia e delirio hanno una base eziologica nel trauma che è all’origine della dissociazione. L’assenza di risposte materne alla richiesta di cure e di tenerezza produce vergogna e umiliazione, sensazione di essere circondati da nemici, attivazione di sistemi di evitamento perché nessuna delle proprie emozioni, richieste di attenzione, affetto siano mostrate. È la paura dell’intimità di cui parlava Sullivan che però accompagna il bisogno di intimità, dando luogo ad una drammatica tensione tra la necessità di stabilire una relazione affettivamente significativa, profonda e il terrore che in una relazione di questo tipo possa essere violato il proprio, arcaico, segreto. E l’essere scoperti è sempre alla base delle ideazioni paranoidi come peraltro delle stesse formazioni deliranti.</p>
<p>In tutti e due i casi, è implicata la nozione di confine.</p>
<blockquote><p> «Un aspetto fondamentale dell’emergenza del Sé è un crescente senso di demarcazione tra il proprio sistema personale e quello del mondo […]. Tale separazione è indicata dal raggiungimento nel bambino del concetto di interiorità […] all’età di circa quattro anni. Questo è un evento cruciale nella vita del bambino, che annuncia la nascita del Sé, come definito da Jackson e James»<a href="#_ftn32" name="_ftnref32">[32]</a>.</p></blockquote>
<p>Questa assenza di confine tra esterno e interno si verifica anche nell’indifferenziazione tra passato e presente: sono queste le basi della formazione del delirio, teso a dare un senso all’esperienza del momento in cui emergono gli input sensoriali collegati al ricordo traumatico, scatenati in qualche modo da eventi della realtà esterna. Salta la funzione di giudizio ma diminuisce l’arousal e l’ansia perché è la realtà ad essere piegata alla e spiegata dalla formazione delirante.</p>
<h4>La cura<em>.</em></h4>
<p>Ricapitoliamo: lo stato di coscienza è scarsamente integrato, sono possibili incursioni incontrollate e incontrollabili di sensazioni, memorie, ricordi di origine inconscia vale a dire operanti in sistemi separati dalla coscienza che provocano mutamenti dell’umore, dei comportamenti e delle relazioni.</p>
<p>Compito della terapia è riconoscere queste incursioni, lavorare per la loro trasformazione e favorire l’integrazione dell’esperienza del Sé a partire dalla modalità di elezione attraverso la quale queste intrusioni si manifestano, vale a dire la conversazione.</p>
<p>L’approccio linguistico <em>‘assomiglia a quello psicoanalitico’</em><a href="#_ftn33" name="_ftnref33">[33]</a>. Non si esprime mai casualmente un pensiero, né è casuale la scelta delle parole. Quanto e come viene espresso un contenuto, un pensiero, un ricordo rimanda a un significato che sta nella storia profonda di una persona e dalla struttura della conversazione che ne emerge è possibile discernere modelli linguistici inconsci che spesso non hanno altro modo per farsi conoscere. Spesso, in una conversazione strutturata e coerente irrompono isole di fallimento della coordinazione, segmenti isolati apparentemente senza rapporto col contesto. Il terapeuta percepisce la rottura dell’ordine del discorso, l’incoerenza, sperimentando spesso, egli stesso, invischiamento e confusione.</p>
<p>È a questo punto che il suo intervento può favorire la relazione e quindi il rapporto tra due soggetti distinti o affogare nella fusione.<a href="#_ftn34" name="_ftnref34">[34]</a></p>
<p>Sono queste le basi del Modello Conversazionale, che ci sembra molto interessante nelle premesse. Sarà presto tradotto il relativo manuale<a href="#_ftn35" name="_ftnref35">[35]</a> che ci dirà di più della codifica, delle successioni, insomma della metodologia che, non abbiamo dubbi, l’A. avrà studiato, praticato, e, per quanto possibile, validato.</p>
<p>Al momento attuale possiamo dire che l’assenza di integrazione corrisponde alle caratteristiche del pensiero infantile (abbiamo visto che l’esperienza di interiorità si sviluppa nel bambino intorno ai quattro anni) che, non avendo raggiunto la maturazione, funziona ancora per sfere separate.</p>
<p>La maturazione dell’emisfero destro è particolarmente sensibile e dipendente dalla relazione e dalla comunicazione affettiva madre-bambino: la protoconversazione, in condizioni normali, quando cioè i due emisferi destri entrano in relazione, costituisce la base dell’internalizzazione, cioè della capacità del bambino di imparare a conversare con sé, perché la figura materna è stata interiorizzata. Il bambino è da solo, alla presenza di qualcun altro perché questi è parte della propria esperienza.</p>
<p>In assenza, la terapia deve sopperire, favorendo l’interlocuzione tra i due emisferi destri attraverso</p>
<blockquote><p><em> </em>«un linguaggio abbreviato, con espressioni spesso incomplete e privo di una struttura sintattica formale […]  emotivamente espressivo. Di conseguenza, la fonologia è saliente, le tonalità e inflessioni della voce hanno un effetto comunicativo potente che è combinato con le espressioni facciali e i movimenti del corpo. Questo tipo di linguaggio crea la sensazione di ‘essere con’ […]»<a href="#_ftn36" name="_ftnref36">[36]</a>.</p></blockquote>
<p>Questo significa che le perfette costruzioni logiche che sostengono un impianto interpretativo possono non funzionare con questi pazienti e che occorre un intenso addestramento interiore in noi stessi<a href="#_ftn37" name="_ftnref37">[37]</a> per cogliere le sfumature, i vuoti, le inflessioni, i minimi particolari della conversazione del paziente.</p>
<p>Già in <em>Intimità e Alienazione, </em>Meares aveva parlato dell’attenzione allo stile narrativo quando si presenta a una dimensione, nella quale i fatti sono elencati a sommatoria, senza un pensiero, una riflessione, senza possibilità di immaginazione e di simbolizzazione, considerando passaggio significativo della terapia la trasformazione del resoconto attraverso la metafora, il gioco sul simbolo che connette realtà interna e esterna, rendendo possibile un conferimento di valore. E se c’è conferimento di valore vuol dire che compare il sentimento.</p>
<p>È in questo modo che viene recuperata la possibilità, che abbiamo visto compromessa, della creazione (forse sarebbe meglio dire co-creazione) di scene che sono le unità di base di una narrazione, la quale a sua volta rende praticabile la coerenza tra l’interno e l’esterno e la continuità tra passato e presente.</p>
<p>Questa una sintesi – incompleta e parziale – del corposo lavoro di Meares.</p>
<p>Lavoro molto interessante e utile quando prova a fare sintesi dentro il calderone indistinto del DBP, aiutandoci a trovare un grimaldello per poterne valutare le caratteristiche primarie e quindi un’ipotesi di terapia. E che questa leva possa essere il modello dissociativo è, ancora una volta, molto convincente e in continuità con gli studi dello stesso Meares, per non parlare di Masud Khan, Bromberg, Kalsched per citare gli autori che credo presentino una maggiora assonanza con l’impostazione junghiana.</p>
<p>La novità del testo attiene all’utilizzo del costrutto per la comprensione psicodinamica di un disturbo di personalità <em>al limite</em>, già con questo indicando di voler percorrere l’impervio territorio di una zona di confine.</p>
<p>Forse proprio questa difficoltà ha spinto Meares a voler <em>dimostrare </em>la sua scelta anche con l’evidenza di numerose ricerche, con un robusto innesco di neuroscienze e relative tecniche di <em>neuroimaging </em>a convalida ma anche ad input della sua ipotesi.</p>
<p>E fin quando questo aiuta nella sintesi multidisciplinare delle nostre convinzioni o in una maggiore attenzione a quanto siano presenti nel corpo e sul corpo le tracce delle psicopatologie che curiamo<a href="#_ftn38" name="_ftnref38">[38]</a> ovviamente va benissimo.</p>
<p>Il risultato è, però, a mio parere, forse un po’ troppo rigido, al limite del riduttivismo, nel quale sembra saltare proprio la sintesi multidisciplinare.</p>
<p>Meares, ad esempio, recupera l’eredità janetiana dell’organizzazione gerarchica della coscienza e del concetto di funzione, tralasciando quella potenzialità unificatrice che Jung, sempre partendo da Janet, le attribuisce, parlando di funzione trascendente che</p>
<blockquote><p>«[..]si chiama trascendente perché rende possibile passare organicamente da un atteggiamento all’altro, [..] »<a href="#_ftn39" name="_ftnref39">[39]</a></p></blockquote>
<p>Il <em>dinamismo</em> è <em>finalizzato</em> alla <em>totalità</em>:</p>
<blockquote><p> «i simboli della totalità si presentano spesso all&#8217;inizio del processo di individuazione [&#8230;]. Questa osservazione depone a favore di un&#8217;esistenza a priori delle potenziali totalità per cui risulterebbe opportuno il concetto entelechia»<a href="#_ftn40" name="_ftnref40"><sup>[40]</sup></a>,</p></blockquote>
<p>vale a dire ciò che ha in sé il suo fine. La totalità è data ma potenziale: è <em>possibile</em>.</p>
<p>In virtù di questa possibilità si può dire che la funzione trascendente sia una grande alleata della terapia, che può lavorare puntando su questa tensione presente comunque nella psiche del soggetto: a volte, in alcuni passaggi di Meares, ho avuto l’impressione che intorno ai quattro anni ci giochiamo, <em>inesorabilmente</em>, la possibilità di introspezione nella propria mente e di comprensione di quella dell’altro. Cioè tutto.</p>
<p>Se è vero che, come dice Jung riprendendo Janet, ogni funzione incorpora una parte inferiore, istintuale, e una superiore, spirituale, possiamo dire, in estrema sintesi, che nella totalità della psiche la funzione rende possibile il passaggio dall&#8217;una all&#8217;altra perché il finalismo è immanente al processo<a href="#_ftn41" name="_ftnref41">[41]</a>:</p>
<blockquote><p><em> </em>«Forse è questo il punto in cui l’eredità janetiana si manifesta con implicazioni più forti, nell’idea, cioè, di una pluralità di stati di coscienza a ognuno dei quali pertiene un livello di organizzazione dell’esperienza, che può essere fissata in sistemi diversi ed elaborata attraverso logiche contemporanee. Piuttosto che puntare sulla radicalizzazione della differenza tra conscio e inconscio, Jung recupera Janet pensando ad una gradualità di forme di coscienza, a ognuna delle quali appartiene parte della totalità di un fenomeno che, dunque, può essere diversamente significato ed espresso a seconda del livello al quale è reso»<a href="#_ftn42" name="_ftnref42">[42]</a>.</p></blockquote>
<p>È in questo impianto che si esercita la tollerabilità della molteplicità, attraverso un dialogo tra le parti che non annulla la differenza e la parzialità di componenti differenti e parziali.</p>
<p>Credo consista in questo la processualità dinamica che definisce un Sé individuato ed in questo si evidenzia una differenza col Sé di Meares troppo ancorato ad un’organizzazione gerarchica: evoluta e matura – e quindi sana – è una coscienza che ha in pieno esercizio le funzioni superiori.</p>
<p>La salute, invece, in un contesto junghiano, non è l&#8217;imperturbabilità della psiche ma la sua capacità di misurarsi con il suo stesso essere molteplice<a href="#_ftn43" name="_ftnref43">[43]</a> : è l&#8217;organizzazione psichica in quanto tale ad essere per questa ragione <em>normalmente</em> dissociata se e quando tolleri la pluralità delle sue componenti.</p>
<p>Che l’impostazione teorica di Meares non assuma quest’ordine di complessità credo sia presente anche nel suo stesso imbarazzo sulla <em>vexata quaestio</em> della dissociazione come forma di difesa e soprattutto della sua differenza dalla rimozione. Si è visto come parla di un soggetto che si <em>protegge </em>attraverso il meccanismo dissociativo, peraltro non raggiungendo il suo scopo per la fatica e il dolore che lo stesso comporta.</p>
<p>Sul concetto di difesa si fonda la rimozione che</p>
<blockquote><p>«rappresenta una reazione all<em>’angoscia</em>, un affetto negativo ma regolabile che segnala la possibile irruzione nella coscienza di contenuti mentali che possono generare un conflitto intrapsichico spiacevole, ma sostenibile. La <em>dissociazione</em>, come difesa, rappresenta una reazione al<em> trauma</em>: un flusso caotico di affetti non regolabili nella mente, che minaccia la stabilità del Sé e la stessa salute mentale. Il conflitto intrapsichico viene vissuto come insostenibile…perché la discrepanza non si verifica tra contenuti mentali discordanti, ma tra aspetti del Sé alieni, tra stati del Sé talmente discrepanti da non poter coesistere in un singolo stato di coscienza senza minacciare di destabilizzare la continuità del Sé.«<a href="#_ftn44" name="_ftnref44">[44]</a></p></blockquote>
<p>Molto probabilmente, quella stessa impostazione rigida, da impianto scientifico in senso stretto che basta a se stesso, cui facevo riferimento, rende a Meares difficile misurarsi con la complessa convivenza di stati del Sé che disegna l’architettura della psiche e che Bromberg ha analizzato, teorizzando un paradigma nel quale è proprio la relazione tra differenti stati del Sé a segnare il <em>continuum</em> tra normale e patologico e quindi soprattutto degli spazi di confine tra l’uno e l’altro.</p>
<p>Sembra quasi che si confrontino un modello verticale, quale evocato dall’organizzazione gerarchica della coscienza cui Meares fa riferimento e uno orizzontale, che si articola tra differenti stati del Sé da tenere in equilibrio più o meno precario.</p>
<p>Sappiamo bene, però, leggendo il testo che così non è: il DBP, come disturbo dell’esperienza del Sé, ci rimanda piuttosto ad un esperire se stessi attraverso il vissuto intrapsichico e relazionale, vale a dire nella realtà interna ed esterna. Questo intende Meares quando parla di connessione tra memoria episodica e semantica e quando definisce autoriflessiva questa possibilità data al soggetto.</p>
<p>Possibilità negata, bloccata, compromessa dall’evento traumatico, evento reale e reale davvero in senso junghiano, <em>reale perché agisce</em>.</p>
<p>L’esperienza del Sé è in questo caso dolorosa e incoerente: proprio perché esperienza, però, può essere sentita, vissuta, evocata e forse riconnessa. Ed è per questa ragione che è con l’indicazione del modello terapeutico che vengono superati i limiti e le rigidità dell’impianto teorico. È nella modalità clinica suggerita che si risolvono le aporie insite nel suo approccio teorico: quello che sappiamo del suo ‘Metodo Conversazionale’ già ce lo rende interessante, perché fondato sulle impercettibili tracce di memorie traumatiche non elaborate, fatte di toni della voce, intercalari, sospiri, mugugni, che solo l’ascolto attento, sintonico, <em>comprensivo</em> del terapeuta può aiutare a trasformare in parole.</p>
<p>In estrema sintesi, posso dire che lo psichiatra Meares ha indicato un approccio diagnostico innovativo e scientificamente supportato sul piano teorico, i cui rischi di unilateralità sono compensati dalle indicazioni cliniche.</p>
<p>Quando, cioè, a parlare è lo psicoanalista Meares.</p>
<hr />
<p><strong>Note</strong></p>
<ul>
<li><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Joel Paris nel suo scritto <em>Lo spettro bipolare, Diagnosi o moda?</em> (Cortina, Milano 2015) parla di un vero e proprio imperialismo bipolare che si è impadronito dell’interpretazione di sintomi di differente eziologia e manifestazione – vedi l’instabilità dell’umore, l’irritabilità, la disregolazione affettiva –, condannando il paziente a trattamenti farmacologici e psicoterapeutici sbagliati e quindi fallimentari.</li>
<li><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> So bene che la diffusione di un certo tipo di diagnosi può rimandare anche ad un nesso tra sofferenza psichica e <em>Zeitgeist</em>, intreccio sicuramente forte e interessante. Qui, però, voglio solo sottolineare una certa semplificazione diagnostica, dettata spesso da nosografie, come dire, senz’anima, cui il testo di Meares prova a porre rimedio.</li>
<li><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Testo del 2000, uscito in Italia, sempre per le edizioni R.Cortina, nel 2005.</li>
<li><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Nel DSM 5°, il Disturbo Dissociativo dell’Identità viene catalogato in maniera più ampia, parlando esplicitamente di disaggregazione dell’identità segnata da discontinuità del senso di sé con alterazioni dell’affettività, del comportamento, della memoria, della percezione, della cognitività e/o del funzionamento senso-motorio.</li>
<li><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> R.Meares (2012), <em>Un modello dissociativo del Disturbo Borderline di personalità</em>, R.Cortina ed., Milano 2014, p.15.</li>
<li><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> op.cit., p.19.</li>
<li><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> E su questo si è sviluppata la critica di Breuer e Freud a Janet.</li>
<li><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> op.cit. p.27.</li>
<li><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> La definizione di borderline, in realtà, nasce dalla difficoltà, cominciata a riscontrare negli anni &#8217;40, di etichettare pazienti non così gravi come gli schizofrenici ma nemmeno in grado di reggere il classico trattamento psicoanalitico: questa l&#8217;opinione di Gabbard che evidentemente si muove in un contesto freudiano che esclude le patologie psicotiche dalla possibilità di cura col proprio metodo (come sappiamo, anche su questo si è consumata la discussione e la rottura tra Freud e Jung).</li>
<li>Kernberg è stato il primo a parlare di organizzazione borderline di personalità per inquadrare pazienti nei quali si riscontrano debolezza dell&#8217;Io, meccanismi difensivi arcaici e relazioni oggettuali problematiche. Ritenendo impropria sia una diagnosi descrittiva (incentrata sui sintomi e sui comportamenti osservabili) sia una diagnosi genetica (che fa riferimento al quadro familiare e ambientale) e considerando utile un&#8217;indagine intrapsichica per l&#8217;analisi di questi pazienti, egli si orientò verso una diagnosi strutturale di natura più marcatamente psicodinamica. Da qui, l&#8217;analisi strutturale applicata alle organizzazioni di personalità nevrotica, al limite e psicotica: l&#8217;organizzazione stabilizza l&#8217;apparato psichico, producendo sintomi osservabili nei comportamenti.</li>
<li><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Op.cit. pp.41-42.</li>
<li><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Utile se si pensa che il DSM IV indica nove criteri descrittivi della sindrome prevedendo che ne bastino cinque di questi per fare la diagnosi. Il che significa che possono essere indicati come pazienti borderline due soggetti che hanno in comune un solo criterio o che possono verificarsi ben 256 combinazioni di sintomi. Il DSM 5° ripropone esattamente la stessa nosografia.</li>
<li><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> questi studi sono cruciali per la definizione di memoria traumatica e tornano utili per l’analisi e la cura di patologie conseguenti alla guerra in Vietnam, oltreché per la nosografia del PTSD. Ed essendo tornati utili sono entrati nel repertorio diagnostico, aprendo la riflessione sulle sindromi dissociative, precedentemente connesse solo al Disturbo Dissociativo dell’Identità.</li>
<li><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Di fatto, sono queste le basi della teoria della mente.</li>
<li><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Per un approfondimento di questi aspetti rimando all’ottimo articolo di Stefano Fissi, «La coscienza emozionata. Neurobiologia del Sé, della coscienza e della dissociabilità psichica», in <em>Quaderni di Cultura Junghiana,</em> Anno 3, n.3.</li>
<li><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Sono costretta a tralasciare le importanti connessioni tra la coscienza oggettiva e l’intenzionalità, intesa come direzionalità della mente a un oggetto, di Brentano.</li>
<li><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> op.cit. p.107.</li>
<li><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a>  L’A. cita direttamente il testo di Janet, <em>Les obsessions et la psychasténie</em>, come riportato da Jung in <em>Studi Psichiatrici</em>, Opere, vol. I, Bollati Boringhieri,,Torino 1997. E per quanto incredibile possa sembrare – essendoci molti aspetti dell’impianto di Meares che hanno un suono junghiano – è l’unica volta in cui nel testo è citato Jung.</li>
<li><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Mi accorgevo che qualcosa stava succedendo in una mia paziente quando in un tono di voce basso, armonioso, monocorde si infilavano di soppiatto suoni acuti che si sovrapponevano ai precedenti come una sorta di falsetto. Immediatamente però diventava tutta rossa, quasi chiedeva scusa e tornava alla solita melodia.</li>
<li><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> op.cit., p.118.</li>
<li><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> Meares fa riferimento ad una citazione di Bergson in una lettera a James, che non credo di poter qui approfondire.</li>
<li><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Trovo particolarmente convincente la capacità di Meares di fare sintesi, di richiamare a unità nel suo ragionamento studi già compiuti e acquisizioni teoriche e diagnostiche già studiate.</li>
<li><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> E’ interessante sapere che comportamenti ostili e intrusivi delle madri sono meno predittivi di patologie future dell’assenza di contatto emotivo, di indifferenza, del dare risposte contraddittorie e disorientanti, dell’invocare un’inversione di ruoli. Per non dire degli interessanti studi sul fattore stressante del viso inespressivo.</li>
<li><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> Il che porta ad un’attenta valutazione transgenerazionale del DBP.</li>
<li><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> op.cit., p.173</li>
<li><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> Nel DSM 5°, salta la separazione tra Asse I e II e ci si orienta su una nosografia dimensionale dei disturbi di personalità per cercare di costruire un paradigma maggiormente in grado di rispondere ai limiti del precedente DSM IV. L’introduzione della Sezione III va nella direzione di una valutazione globale della personalità ma solo come ipotesi allo studio, tutta da validare.</li>
<li>Differente, e per questa ragione molto interessante, l&#8217;impostazione del PDM che sposta il vertice dalla descrizione dei sintomi ad un esame globale sui livelli di funzionamento della personalità, in un continuum da sana a nevrotica a borderline.</li>
<li><a href="#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> op.cit., p.192.</li>
<li><a href="#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> op.cit., p.210.</li>
<li><a href="#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> Studiato attraverso un incremento nell’ampiezza dei potenziali ERP</li>
<li><a href="#_ftnref29" name="_ftn29">[29]</a> L’A. parla in questo caso di fisiopatologia del dolore che si evince in un potenziale d’onda P3a amplificato, come risulta da un’alterazione nei circuiti inibitori connessi alla corteccia prefrontale.</li>
<li><a href="#_ftnref30" name="_ftn30">[30]</a> La efficacissima definizione è di Lenore Terr (1988) in op.cit.p.221.</li>
<li><a href="#_ftnref31" name="_ftn31">[31]</a>  Si tratta di una paziente ricoverata per l’insorgere di delirio dissociativo in presenza del flusso mestruale in P.Janet,<em>Trauma coscienza personalità. Scritti clinici</em>, R.Cortina ed., Milano 2016.</li>
<li><a href="#_ftnref32" name="_ftn32">[32]</a> op.cit., p.245.</li>
<li><a href="#_ftnref33" name="_ftn33">[33]</a> op.cit., p.150.</li>
<li><a href="#_ftnref34" name="_ftn34">[34]</a> Nel testo sono riportati due esempi di conversazione: la differenza è data da come il terapeuta non solo riesca a riconoscere l’insorgere di una memoria dissociativa ma da quanto riesca a rimanere in quell’esperienza di confusione e stordimento senza sottrarsi e senza dare una spiegazione razionale.</li>
<li><a href="#_ftnref35" name="_ftn35">[35]</a> Si tratta di un manuale che, nell’edizione inglese, accompagna il testo di cui ci stiamo occupando.</li>
<li><a href="#_ftnref36" name="_ftn36">[36]</a> op.cit., p.277.</li>
<li><a href="#_ftnref37" name="_ftn37">[37]</a> E non solo, ma, come ho detto, per conoscere questo tipo di addestramento occorre aspettare la pubblicazione del manuale suddetto.</li>
<li><a href="#_ftnref38" name="_ftn38">[38]</a> E questo anche perché nella struttura complessa della psiche junghiana il complesso cui tutti gli altri devono far riferimento è il complesso dell’Io, il più solido e stabile perché ancorato al corpo.</li>
<li><a href="#_ftnref39" name="_ftn39">[39]</a> C.G.Jung(1957/58), La funzione trascendente, in <em>La dinamica dell’inconscio</em>, Vol.VIII, Boringhieri, Torino 1976,p.88.</li>
<li><a href="#_ftnref40" name="_ftn40">[40]</a>C.G.Jung (1940),<em>Psicologia dell&#8217;archetipo del fanciullo</em>, in Opere, vol.IX, T.I, Boringhieri, Torino 1980,p.158.</li>
<li><a href="#_ftnref41" name="_ftn41">[41]</a> La volontà di superare l&#8217;unilateralità della coscienza è passaggio necessario ma non sufficiente: è la tragica consapevolezza dei suoi confini a schiudere la prateria dello sconfinato, in quella tensione tra opposti da cui <em>può </em>nascere -attraverso la produzione del simbolo &#8211; l&#8217;esperienza trasformatrice.</li>
<li><a href="#_ftnref42" name="_ftn42">[42]</a> M.I. Marozza, «Pensare oggi la dissociazione», in <em>La Pratica Analitica</em>, 2015, p.12.</li>
<li><a href="#_ftnref43" name="_ftn43">[43]</a>«la visione psicodinamica che si delinea a partire da quest&#8217;ipotesi è molto diversa da quella freudiana centrata sulla conflittualità intrapsichica, avendo piuttosto a che fare con la necessità di intrattenere un legame tra una pluralità di sistemi psichici affettivo-cognitivo-sensoriali in equilibrio finché capaci di compensare attraverso l&#8217;essere in relazione il loro carattere di componenti parziali dello psichismo, nessuna delle quali sufficiente a elaborare l&#8217;esperienza psichica». Per questo «&#8230;la salute non sta certo nel raggiungimento di un&#8217;identità non perturbabile della psiche, ma nella capacità di tollerare la sua molteplicità costitutiva&#8230;»<em> (</em>M.I. Marozza, <em>ibidem</em>).</li>
<li><a href="#_ftnref44" name="_ftn44">[44]</a> P.Bromberg, <em>L’ombra dello tsunami, La crescita della mente relazionale,</em> R.Cortina ed., Milano 2012 p.49.</li>
</ul>
<hr />
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>Bromberg P.(2006), <em>Destare il sognatore</em>, Cortina, Milano 2009.</li>
<li>Bromberg P.(2011), <em>L’ombra dello tsunami. La crescita della mente relazionale,</em> Cortina, Milano 2012.</li>
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<li>Gabbard G. (2000), <em>Psichiatria Psicodinamica</em>, Cortina, Milano 2002.</li>
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<li>Jung C.G.  (1907), «Psicologia della dementia praecox»<em>, </em>in <em>Opere</em> vol.III, Boringhieri Torino 1971.</li>
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<li>Marozza M.I. (2015),<em> Ritorno alla talking cure,</em> Fioriti ed., Roma 2015.</li>
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<li><em>PDM,</em> <em>Manuale Diagnostico psicodinamico</em> (2008), R.Cortina ed., Milano.</li>
<li>Van der Hart O., Nijenhuis E.R.S., Steele K. (2006), <em>Fantasmi nel Sé</em>, R.Cortina ed., Milano 2011.</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/russell-meares-la-dolorosa-incoerenza-del-se-nel-disturbo-borderline-di-personalita/">Russell Meares: la &#8220;dolorosa incoerenza&#8221; del Sé nel Disturbo Borderline di Personalità</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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		<title>L&#8217;oggetto junghiano    </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marigia Maulucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jan 2013 18:02:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2013 Numero 2]]></category>
		<category><![CDATA[Marigia Maulucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto con l’oggetto è una delle possibili chiavi di lettura delle differenti scuole di psicoterapia. Una delle chiavi, certo, forse però la più importante perché contiene al suo interno la dimensione dell’individuale e del collettivo, dell’intrapsichico e della relazione. L&#8217;oggetto freudiano e kleiniano Asse centrale del modello freudiano è il concetto di pulsione: &#60;&#60;Processo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/loggetto-junghiano/">L&#8217;oggetto junghiano    </a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il rapporto con l’oggetto è una delle possibili chiavi di lettura delle differenti scuole di psicoterapia. Una delle chiavi, certo, forse però la più importante perché contiene al suo interno la dimensione dell’individuale e del collettivo, dell’intrapsichico e della relazione.</p>
<h3>L&#8217;oggetto freudiano e kleiniano</h3>
<p>Asse centrale del modello freudiano è il concetto di pulsione:</p>
<p>&lt;&lt;Processo dinamico consistente in una spinta (carica energetica, fattore di motricità) che fa tendere l’organismo verso una meta. Secondo Freud, una pulsione ha la sua fonte in un eccitamento somatico (stato di tensione);  la sua meta è di sopprimere lo stato di tensione che regna nella fonte pulsionale; la pulsione può raggiungere la sua meta nell’oggetto o grazie ad esso.&gt;&gt; (Laplance J.et Pontalis J.B. 1968, p.458)Il termine tedesco usato <em>(Trieb)</em> differenzia la pulsione dall’Istinto <em>(Instinkt</em>) e sottolinea il carattere di spinta della stessa, spinta dal corporeo allo psichico, talchè la pulsione si colloca al limite, al confine tra le due dimensioni.Negli anni dal 1880 al 1905, Freud elaborò il modello di affetti/difese, fondato sul principio di costanza: meta dell’apparato psichico è mantenere la stimolazione al livello più basso. La mancanza di scarica della pulsione determina l’evento patogeno. L’abreazione attraverso la ricostruzione e la rievocazione in terapia  porta allo <em>scioglimento</em> del sintomo.Nel 1899, con <em>L’Interpretazione dei sogni</em>, Freud temporaneamente sostituisce l’affetto col desiderio, di fatto confermando un approccio orientato alla specificità di situazione “esterne” che determinano la maturazione del desiderio come ricrearsi di una  percezione di appagamento, la  cosiddetta <em>identità percettiva</em>. La tesi è confermata ne <em>Gli Studi sull’Isteria </em>(Freud S. 1905). Il salto epistemologico è notevole:sembra una evoluzione del modello mentre in realtà si tratta di una sua palese messa in crisi. Lo statuto per sua natura complesso, dinamico, contraddittorio, ansiogeno del desiderio si contrappone quasi per definizione all’omeostasi, assicurata dal principio di costanza. Sulla rotta del desiderio non ci sono stelle <em>(de-sidera)</em> che muovono l’uomo: il terreno è impervio, oscuro, la direzione ignota e, per giunta, è questo il suo fascino. Il successivo modello strutturale (1905/1910) delle pulsioni, infatti, abbandona questa impostazione e afferma definitivamente la natura delle pulsioni. Le pulsioni sessuali o libidiche e le pulsioni dell’Io o di autoconservazione(1) sono pulsioni primarie, originarie, come una forza di origine interna sottesa all’attività umana. E’ così che gli eventi esterni perdono progressivamente valore.Ne consegue che resistenza e rimozione, nel modello precedente scatenate dal complesso di idee dominanti secondo valori sociali, vengono attribuite ad una forza innata, filogenetica, come la pulsione originaria.Una sorta di rimozione organica. Nel consolidarsi del modello intrapsichico, oggetto e relazioni oggettuali non possono che essere per Freud funzioni della pulsione: la libido è orientata al suo soddisfacimento, la libido non è alla ricerca dell’oggetto. Tanto è vero che il passaggio dal primo oggetto parziale all’oggetto globale avviene attraverso l’integrazione delle pulsioni parziali nella sessualità genitale:dunque ciò che va superata è la scissione della pulsione non la scissione dell’oggetto. Potrà formarsi l’oggetto globale solo laddove e allorquando si realizzi integrazione dei disaggregati impulsi infantili (che hanno via via formato differenti oggetti parziali) nella sessualità genitale, la sola che può investire su un oggetto globale. Questo il perimetro nettamente definito del modello intrapsichico: l’oggetto, vale a dire la realtà esterna, le cose, le persone, le relazioni, sono funzioni della pulsione. E’ la pulsione che crea l’oggetto.</p>
<p>Si deve a Melanie Klein l’originale e fondamentale definizione di una nuova teoria della mente, che fa da cornice a originali definizioni dell’oggetto e della pulsione. La fantasia inconscia è la sostanza di base dei processi mentali innati del neonato:la fantasia non è più, come per Freud, un processo mentale che emerge in conseguenza di una frustrazione, ma un <em>a priori</em> fondativo di conoscenza</p>
<p>e di conoscenza attraverso l’esperienza. Esperienze certo fantasmatiche e onnipotenti, nelle quali l’amore per l’oggetto-seno buono è protettivo, l’odio per l’oggetto-seno cattivo è distruttivo.</p>
<p>Indubbia la portata innovativa del costrutto di fantasia inconscia primaria come “rappresentante psichico” delle pulsioni e del loro impasto. Altrettanto significativo il riferimento alla dimensione esperenziale. “Il bambino kleiniano immagina di possedere nel suo corpo  gli oggetti buoni (che lo arricchiscono) e gli oggetti cattivi (che lo aggrediscono) contenuti nel corpo della madre. Tale scissione è la grande difesa, di fatto l’unica, in capo all’Io per rispondere all’angoscia primaria, che segna la nascita e dunque la rottura dell’unità prenatale”. (2)</p>
<p>L’ esperienza fantasmatica della  rabbia e della  frustrazione porta il bambino a sviluppare fantasie di possesso, controllo e distruzione, inevitabilmente accompagnate da paura della rappresaglia. La Klein definirà questa <em>fase(3) </em>come posizione paranoide, successivamente chiamata schizoparanoide, sotto l’influenza di Fairbairn che aveva sostenuto la corrispondenza delle scissioni di oggetti con le scissioni dell’Io. Sulla difesa da scissione, la Klein articola il meccanismo difensivo dell’identificazione proiettiva, per sua natura molto più “relazionale” della proiezione. Nella seconda metà del primo anno di vita, il bambino sviluppa la capacità di ricomporre oggetti buoni e oggetti cattivi: il terrore di distruggere l’oggetto intero scatena  l’angoscia depressiva e la necessaria riparazione. In altri termini, quando è forte la spinta aggressiva, gli oggetti sono fantastici e di derivazione interna, quando prevale la ricomposizione, gli oggetti sembrano essere sintetizzati sulla base di assorbimenti di esperienza con oggetti reali. La fantasia inconscia primaria in quanto <em>a-priori conoscitivo</em> sostiene le prime sensazioni e dà loro forma di oggetti proiettabili e proiettati ma proprio perché cacciati all’esterno diventano necessariamente materia di negoziazione con la realtà.</p>
<p>E&#8217; molto interessante l’ammissione delle incursioni della realtà nella trasformazione dei prodotti della fantasia inconscia primaria. Soprattutto è molto interessante l’evoluzione del pensiero kleiniano che, pur muovendosi dentro un orizzonte dichiaratamente freudiano, lavora sulle aporie dello stesso e ne modifica la sostanza. La distanza è vistosa se si esamina la natura delle pulsioni.</p>
<p>La meta della pulsione kleiniana è l’oggetto, non la sua scarica. Essa utilizza il corpo come strumento di espressione. La pulsione è un’emozione fortemente e necessariamente orientata alla relazione con l’Altro.</p>
<h3>Jung :cade il paradigma centrista</h3>
<p>Il percorso dinamico e progressivo della storia delle teorie di psicoanalisi e psicoterapia (in qualche modo <em>lineare</em> nel senso che dalle contraddizioni di un’impostazione nasce una nuova teorizzazione che ne scioglie le aporie, aprendone di nuove e così via) viene “interrotto” da Jung che di fatto sposta altrove il centro dell’attenzione. A partire da un ribaltamento del concetto stesso di <em>centro</em> della psiche. E’ quindi con Jung che cambia il paradigma di riferimento.(4)</p>
<p>Centrale nei modelli freudiani e kleiniani l’Io, mentre come sostiene Pieri&lt;&lt;Nella psicologia analitica decade il concetto di un centro della psiche costituito dall’Io, e si formula il concetto di un “centro potenziale” della psiche non identico all’Io, e attorno al quale lo stesso Io ruota. In altre parole, il termine viene utilizzato per designare fondamentalmente il “centro oggettivo” o luogo della trasformazione creatrice:esterno al soggetto già costituito, e costruito dall’attività psichica generale. In questo significato, è sinonimo di centro il termine Sé…, mentre l’Io è al centro della coscienza.&gt;&gt; (Pieri P.F. 1998, p.73) Il centro junghiano è totale, completo e globale. E’ un’immagine senza spazio e tempo al quale il soggetto può progressivamente accedere solo “esperendo” (perché di esperienza e non di conoscenza si tratta) la parzialità e l’unilateralità della coscienza.</p>
<p>L’Io non è più dunque <em>servitore di due padroni</em> ma di uno solo: l’acquisizione della consapevolezza del suo limite, compensabile da un’esperienza di totalità se impara a navigare tra le isole dell’arcipelago della psiche. Perché tutto ciò sia possibile, intanto sul piano metapsicologico, bisogna fare un passo indietro e comprendere bene l’origine della psicologia complessa e quindi il concetto di complesso. E’ da qui, infatti, che comincia tutto.</p>
<p>Negli anni tra il 1900 e il 1910 (quelli freudiani del modello affetti/difese e del successivo modello strutturale delle pulsioni), Jung sviluppa la teoria della complessità della psiche e dei complessi a tonalità affettiva. La psiche è complessa in quanto costituita da molteplici nuclei di organizzazione psichica, i complessi, dotati di relativa autonomia e di forte compattezza al proprio interno. Tale compattezza è garantita dalla tonalità affettiva che lega le componenti ideative (rappresentazioni prodotte dal pensiero) e le percezioni sensoriali (rappresentazioni prodotte dall’esperienza sensibile).</p>
<p>Se per Freud l’affetto è colore e intensità della libido, per Jung l’affetto è evento psichico  fondamento della personalità. La distanza è netta. Pensieri e azioni sono sintomi dell’affettività  e  le rappresentazioni sono selezionate e raggruppate in insiemi più grandi dall’affetto.</p>
<p>La questione dunque &#8211; per tornare al tema della mia ricerca &#8211; non è sulla collocazione dell’oggetto. L’oggetto junghiano è (fin qui) la materia prima delle sensazioni e  delle cognizioni, ha una sua realtà, è “esterno”. Non è funzione della pulsione. Non è contenitore di proiezioni.</p>
<p>Il tema non è questo. Il tema è la “qualità” della sua rappresentazione interna, rappresentazione sempre sensoriale – cognitiva &#8211; affettiva. E’ la possibilità della combinazione di queste componenti e della loro integrazione col complesso dell’Io che fa la differenza:&lt;&lt;[…]l’individuo è messo in crisi da se stesso o meglio dalla psiche stessa…&gt;&gt;. (Pieri P.F. 1992, p.762)</p>
<h3>L’oggetto reale e l’oggetto della conoscenza</h3>
<p>Se dunque l&#8217;oggetto è <em>esterno </em>in quanto materia prima delle sensazioni corporee e delle rappresentazioni ideative, è vero anche che il nuovo oggetto col quale ci misuriamo non è più realtà esterna, ma prodotto specifico del nostro apparato sensoriale e del nostro processo di pensiero.</p>
<p>&lt;&lt; In quanto tale, esso è ciò che si dà sul piano del pensiero, ed è, per così dire, la traduzione o sublimazione dell’oggetto reale, ottenuta attraverso la struttura logico-concettuale, e quindi ciò che è espresso o ricostruito nel linguaggio di uno specifico sistema teorico. In questo senso la conoscenza della realtà non è mai un rispecchiamento della realtà stessa o un’identificazione o riproduzione dei rapporti costitutivi dell’oggetto, cioè dell’ordine dei suoi elementi o delle sue strutture profonde.&gt;&gt; (Ivi p.102)</p>
<p>L’assonanza con l’epistemologia kantiana è immediata. Si tratta di capire quanto Jung abbia ripercorso il solco  e quanta strada nuova abbia aperto. (5)</p>
<p>Secondo Kant, si ha conoscenza quando il giudizio che la esprime si fonda sull’esperienza (giudizi sintetici a posteriori) e su forme generali valide universalmente (giudizi analitici a priori). Il meccanismo  percettivo e intellettivo è non solo <em>lavorato </em>ma reso possibile ai fini della conoscenza,da categorie che in quanto aprioristiche sono generali e generalizzabili. La conoscenza attraverso i giudizi sintetici a priori realizza la sintesi e supera la dicotomia uno/molteplice  attraverso un’unità più profonda  posta a presupposto di tutti gli atti: l’io penso, unità trascendentale dell’autocoscienza, che precede tutti i pensieri e fa sì che risultino connessi. Se questo è vero, allora è il processo conoscitivo stesso che valida l’esistenza, la possibilità, la necessità dei giudizi sintetici a priori. D’altronde, sostiene Kant, Copernico ha fatto la stessa cosa quando ha verificato che facendo ruotare la terra invece degli astri, la spiegazione dei movimenti celesti è risultata molto più semplice. Kant parla di conoscenza come approccio agli oggetti reali in forma di fenomeni.</p>
<p>In quanto fenomeni saranno manifestazioni di qualcos’altro: il fenomeno rimanda a qualcosa che non può essere un fenomeno, ma un oggetto che prescinde quindi dai nostri sensi, fuori dalla portata delle categorie applicabili secondo lo schema trascendentale. Di fatto un non-oggetto per il nostro intelletto. La cosa in sé, il noumeno contemporaneamente inconoscibile ma condizione stessa della conoscenza fenomenica. E ciò deve bastare, dice Kant. (6) Jung si misura dunque con questo impianto epistemologico che sancisce una netta demarcazione tra il fenomeno e il noumeno cioè fra il cosa e il come, il piano dell’effettualità e il piano di realtà. &lt;&lt;  […]quando parlo di realtà mi riferisco alle determinazioni della cosa in quanto tale, a tutto ciò che risulta necessario per poterla pensare in tutta la sua estensione possibile, in tutte le sue possibili varianti e modalità di presentazione, quando parlo di effettualità non aggiungo un elemento o aspetto che riguardi la cosa “in e per se stessa” ma pongo questa stessa cosa nella relazione conoscitiva. Ed è soltanto in questa relazione, secondo Kant, che il reale si legittima come effettivo.&gt;&gt; . (Tagliagambe, Malinconico A. 2011, p.56). E’di questa conclusione che Jung non si accontenta.</p>
<p>La rottura epistemologica che Jung attua passa attraverso un’estensione del concetto di realtà e uno spostamento dell’asse dalla <em>conoscenza</em> all’<em>esperienza</em> nella psiche.&lt;&lt; <em>La realtà contiene tutto ciò che si può sapere, perché reale è ciò che agisce.&gt;&gt; </em>(Jung C.G. 1933, p.411)</p>
<p>Solo l’unilateralità della coscienza dell’uomo occidentale  considera reale tutto e solo ciò che proviene dai sensi, confinando nell’irrealtà del sovrumano, sovrasensoriale, soprannaturale tutto il resto,al punto da considerare elemento di disturbo persino lo psichico:</p>
<p>&lt;&lt; Nella nostra “realtà” ciò che è psichico non può essere altro che un effetto di terza mano…E’ “reale” un pensiero? Senza dubbio solo nella misura in cui – secondo questo modo di pensare &#8211; è in relazione con una realtà sensoriale. Se non lo è, è considerato “irreale”, “fantastico” e viene quindi respinto come inesistente.&gt;&gt; (ivi,p.413)</p>
<p>Eppure noi sappiamo quanto possa essere reale un pensiero, così come sappiamo che il rapporto della coscienza con la realtà materiale passa attraverso immagini, prodotte da quello che Jung stesso chiama  <em>un complicato processo inconscio. </em>(7) &lt;&lt;Soltanto a ciò che è psichico va riconosciuto il carattere di realtà immediata, e precisamente ad ogni forma di ciò che è psichico,perfino alle rappresentazioni e ai pensieri “irreali”che non si riferiscono a niente che “sia al di fuori.”&gt;&gt; (op.cit. ,p.413)</p>
<p>Triplo salto mortale: Jung ha esteso il concetto di realtà,  aperto la dimensione della possibilità, sostituito la psicologia alla filosofia. L’intelletto, il pensiero razionale, la conoscenza, la <em>sophia</em> si fermano davanti all’ignoto. La psiche è fatta (anche) di ignoto.</p>
<p>&lt;&lt;Dalla psiche procede assolutamente ogni esperienza umana, e  a lei ritornano infine tutte le conoscenze acquisite. La psiche è inizio e fine di ogni conoscenza. Anzi, essa non è soltanto l’oggetto della sua scienza, ma ne è anche il soggetto.&gt;&gt; (Jung C.G. 1936, p.143)</p>
<p>Se la psiche è soggetto e oggetto di conoscenza, se è divenire e divenuto, se è un elemento del mondo e condizione per l’esistenza del mondo, la vera questione è attraversare – e come &#8211; queste polarità per arrivare alla totalità.Risulta rivoluzionata la logica classica:vale il principio di contraddizione, l’antinomia è  situazione fondante della psiche e del discorso sulla/nella psiche.</p>
<p>Risulta rivoluzionata anche la dialettica perché non c’è una sintesi superiore che cancelli la tesi e l’antitesi, ma una nuova combinazione che realizza un nuovo equilibrio tra opposti in tensione tra loro, attraverso la formazione del simbolo. Jung attribuisce questa possibilità alla funzione trascendente, cosiddetta non perché evochi scenari metafisici, ma perché consente il passaggio da un atteggiamento a un altro.</p>
<p>&lt;&lt;Il compito che Jung assegna alla funzione trascendente è quello di unificare in una sintesi dinamica i polivalenti significati dell’immagine metaforica producendo l’evento che rappresenta, appunto, l’esperienza simbolica. Di promuovere il passaggio dalla metafora al simbolo.&gt;&gt; (Migliorati P. 2000, p.90)</p>
<p>La metafora ci aiuta nel <em>trasportare </em> un’immagine, il simbolo produce senso e attiva esperienza trasformatrice. Il simbolo è azione dinamica, &lt;&lt;[…]è come un accadimento che nasce quando la coscienza si è posta in uno stato sospensivo.&gt;&gt; (ivi, p.96)</p>
<p>Che ne è, a questo punto del nostro oggetto della conoscenza come prodotto del processo di pensiero?</p>
<h3>Le due forme del pensare e del conoscere</h3>
<p>Di quale pensiero parliamo quando parliamo di pensiero? Per Jung, com’è noto, non esiste una sola forma di pensiero.C’è un pensare logico e razionale,indirizzato e adattato, un pensare <em>con parole </em>e un secondo, un pensiero soggettivo, inutile, improduttivo ai fini dell’adattamento che, invece, &lt;&lt;volge le spalle alla realtà, mette in libertà tendenze soggettive&gt;&gt;<em>.</em> (Jung C.G. 1912/52, p.32)</p>
<p>Questa forma del pensare per il fatto stesso che c’è si afferma come un dato di fatto <em>oggettivo</em> che non vuol dire <em>razionale</em>: vuol dire reale perché, come abbiamo visto, reale è ciò che agisce. L’<em>azione</em> (diciamo così) prodotta da questa forma del pensare arriva all’immagine primigenia che il pensiero esperisce in tutta la sua rivelazione, tornando indietro verso quell’universo archetipico in cui &lt;&lt;Il pensiero era oggetto di percezione interna, non era pensato ma sentito, per così dire veduto, udito come fenomeno esterno. Il pensiero era essenzialmente rivelazione; non era inventato ma imposto, o convincente per la sua diretta realtà. Il pensare precede la primitiva coscienza dell’Io, che ne è piuttosto l’oggetto che il soggetto.&gt;&gt; (Jung C.G. 1934-1954, p.31)</p>
<p>Stiamo parlando di un pensiero percepito sensorialmente, precedente alla formazione dell’Io. Stiamo parlando di una realtà (in senso junghiano) che precede scienza e coscienza, nella quale il capovolgimento è tale che soggetto e oggetto cambiano completamente segno e direzione.Se ci sono due forme del pensare ci sono anche due forme del conoscere.&lt;&lt;Nel processo della conoscenza vengono…distinti sia un momento di chiusura sia un momento di apertura. Nella chiusura del processo conoscitivo l’oggetto reale e l’oggetto della conoscenza coincidono analogicamente…e in quanto tali tendono a sovrapporsi confusamente…Nella riapertura del processo conoscitivo, essi non coincidono più e, -proprio nella non coincidenza- tendono a mostrare l’irriducibile differenza che intercorre tra l’uno e l’altro. In tale riapertura si dà anche la possibilità di una nuova attribuzione di significato all’oggetto reale, che in questo senso assume il carattere di un nuovo oggetto della conoscenza. &gt;&gt; (Pieri P.F. 1998, p.291)Pieri sostiene che nel momento di chiusura si realizza “un guadagno provvisorio” di indipendenza dell’oggetto dal soggetto,dalla sua coscienza e dallo stesso processo di conoscenza: il sistema si blocca quando i suoi vari passaggi non sono più in sinergia l’uno con l’altro. Un sapere fondato sull’autonomia dell’oggetto è sapere autoreferenziale: è il suo stesso limite a decretarne l’assolutezza. Nel momento, invece, di riapertura, tutti i differenti attori del processo cognitivo sono chiamati a raccolta, per conferire un nuovo significato all’oggetto, al soggetto e allo stesso processo cognitivo.La chiusura produce segni. La riapertura simboli.</p>
<p>Stante dunque l’oggetto reale così come si presenta al soggetto cosciente,il primo lascia al secondo due possibilità: assumerlo in una conoscenza collettiva valida e condivisa che sull’indipendenza di quell’oggetto fonda la sua legittimità oppure scavare dentro l’oggetto e dentro se stesso, andare nel fondo comune, mantenere viva la tensione oppositiva. (8)</p>
<p>La nostra coscienza si trova tra i due fuochi della verità razionale e della verità irrazionale<em>:&lt;&lt;</em>l’una offende il nostro sentimento,l’altra la nostra ragione e tuttavia l’umanità ha sempre provato il bisogno di conciliare in qualche modo le due immagini del mondo…Ritengo che la conciliazione…possa realizzarsi nel simbolo, perché il simbolo contiene, per sua natura, ambedue gli aspetti, quello razionale  e quello irrazionale. Ciascuno di essi esprime anche l’altro, cosicché il simbolo li abbraccia entrambi senza identificarsi con nessuno dei due.&gt;&gt; (Jung C.G. 1918, pp.16-17)</p>
<p>Appunto, il simbolo non “si schiera”, combina e compone le differenze. Se c’è una differenza che si vede, palese, conscia, chiusa quindi finita non possiamo non pensare che esista un’identità nascosta, inconscia, infinita che attiva e sostanzia la funzione simbolizzatrice.</p>
<h3>Lo sfondo</h3>
<p>&lt;&lt; L’identità è sempre un fenomeno inconscio, giacché un’uguaglianza cosciente sarebbe di già la consapevolezza di due cose uguali tra loro e presupporrebbe quindi una separazione tra soggetto e oggetto, con il che il fenomeno dell’identità sarebbe già annullato. L’identità psicologica ha come presupposto il suo essere inconscia. Essa è una caratteristica della mentalità primitiva ed è la base vera e propria della partecipatione mystique la quale infatti altro non è che un residuo della primordiale mancanza di distinzione psichica fra soggetto e oggetto, dunque del primordiale stato inconscio &gt;&gt;  (Jung C.G. 1921, p.451)</p>
<p>Mentalità primitiva, stato mentale della prima infanzia, inconscio dell’uomo civilizzato adulto, <em>partecipation mystique</em> sono mete e mezzi del viaggio verso l’identità inconscia: viaggio quasi obbligato se e quando vogliamo attribuire nuovo senso al nostro cammino.</p>
<p>&lt;&lt;Tale stato di indifferenziazione o di indifferenza è intenzionato (o in tale stadio ci si viene a trovare) non una volta per tutte, ma ogni volta che ci sia da ristrutturare i significati delle cose e di sé, in quanto i significati già assegnati non hanno più senso.&gt;&gt; (Pieri P.F. 2000, p.779)</p>
<p>Cioè quando siamo schiavi dell’indipendenza dell’oggetto.</p>
<p>Cioè quando siamo intrappolati nell’unilateralità della coscienza.</p>
<p>Cioè quando una selva di segni blocca l’azione del simbolo.</p>
<p>Quella della coscienza discriminante, sostiene Jef Dehing,è una maledizione: conosciamo la differenza tra il bene e il male, ma abbiamo perso il legame naturale con la Realtà perché non sopportiamo il peso della sua inaccessibilità. Identità primaria inconscia e coscienza discriminante hanno, però, pari dignità: a pensarci bene, è difficile anche dire se c’è un prima e un dopo. (9)</p>
<p>Perché sicuramente la differenziazione avviene staccandosi dall’unità originaria ma di questo il soggetto cosciente non ha consapevolezza, tanto che qualsiasi passo compia per conferire nuovo significato a sé e alle cose gli sembra un passo avanti. Quando invece è più possibile pensare che sia un passo indietro.&lt;&lt;La coscienza tuttavia – in quanto organo che distingue &#8211; percepisce la differenza prima di scoprire l’identità: uno stato di identità inconscia non può essere considerato tal quale è; la differenza va di pari passo con l’identità perduta, ma solamente aprés coup.” E ancora:“quei passaggi  possono sembrare al soggetto una sua scelta ma sappiamo  che in realtà nell’identità primigenia è già contenuto il germe del futuro. &gt;&gt;( Dehing J. 1999,p.61) (10)</p>
<p>Abbiamo visto che lo stesso Kant  supera la dicotomia uno/molteplice  attraverso un’unità più profonda posta a presupposto di tutti gli atti: l’io penso, unità trascendentale dell’autocoscienza, che precede tutti i pensieri e fa sì che risultino connessi.Mi sembra che Jung, assumendo questa impostazione, le fa compiere una significativa evoluzione definendo come  totalità del Sé quell’unità trascendentale, fondativa della conoscenza ma anche dell’esperienza, di pensieri ma anche di sensazioni, memorie, affetti.Esperienza del nostro <em>altro </em>modo di pensare e di quella che &#8211; come abbiamo visto- Dehing chiama coscienza non discriminante, quella che riesce a vivere la <em>partecipation mystique.</em>Un residuo, un anello di possibile congiunzione con l’identità inconscia primaria,  un aggancio naturale, una sorta di calamita alla quale la coscienza discriminante dell’uomo adulto civilizzato oppone resistenza ma che, non per questo, smette di esercitare il suo potere attrattivo intanto nelle forme più immediate come può essere la proiezione di contenuti inconsci nell’oggetto.</p>
<p>Lo stesso Jung, secondo Dehing, rivede la sua posizione sulla proiezione quando, nel seminario <em>Visioni</em> afferma che il termine proiezione è del tutto improprio perché &lt;&lt;tutti i nostri contenuti psicologici sono stati trovati nel mondo esterno:in origine non si trovavano assolutamente nelle nostre tasche&gt;&gt; (Jung C.G. 1930-34, pp.159-160) con grande smacco della coscienza.</p>
<p>A questa affermazione scioccante di Jung, Dehing dà la seguente spiegazione:</p>
<p>&lt;&lt;D’altronde le pre-concezioni innate hanno sempre (o quasi sempre) bisogno di un oggetto esterno per realizzarsi. E’ solo dopo questa realizzazione, con l’esperienza emozionale concomitante, che il contenuto potrà essere “integrato, “introiettato”, come elemento psichico.&gt;&gt; (op.cit, p.70) Senza quella preconcezione innata, senza l’a priori, senza l’archetipo, l’abisso tra soggetto e oggetto, tra individuo e realtà esterna sarebbe incolmabile. Sarà poi la coscienza che differenzia, sarà  l’Io a dare vita, su queste fondamenta, alle costruzioni dell’<em>homo sapiens</em>.Tanto più sapiente se accetta il limite della sua coscienza e ri-attiva il legame profondo con la Realtà: luogo primo e ultimo dove cadono le differenze tra soggetto e oggetto, tra oggetto interno e oggetto esterno. Difficile parlarne e impossibile descriverlo. Di fatto, quindi, l’archetipo in sé  come un a priori conoscitivo, &lt;&lt;una possibilità innata di rappresentazione che in quanto tale presiede all’attività immaginativa&gt;&gt; (op.cit., p.42)<em>, </em>e per questo contemporaneamente un apriori esperenziale che rende possibile <em>vivere </em>la potenza dell’archetipo stesso. <em> </em></p>
<p><em>&lt;&lt;</em>All’uomo primitivo non importa quasi affatto conoscere la spiegazione oggettiva dei fenomeni evidenti; egli sente invece la perentoria necessità, o meglio, la sua psiche inconscia avverte l’irresistibile impulso di far risalire ogni esperienza sensibile a un accadere psichico. Al primitivo non basta veder sorgere e tramontare il sole: quell’osservazione esteriore deve costituire al tempo stesso anche un “accadimento psichico”, e cioè il sole nel suo peregrinare deve rappresentare il destino di un dio o di un eroe il quale, in fin dei conti, non vive che nell’anima dell’uomo. Tutti i fenomeni naturali mitizzati [.. sono..espressioni simboliche dell’interno e inconscio dramma dell’anima il quale diventa accessibile alla coscienza umana per mezzo della proiezione[…]La proiezione(11) è così radicata che sono occorsi alcuni millenni di civiltà per separarla, sia pure in misura relativa, dall’oggetto esterno.<em>&gt;&gt; </em>(Jung C.G. 1934, pp.5-6) In fondo, l’uomo primitivo mitizza i fenomeni naturali perché ha  paura che il sole non sorga più, perché è terrorizzato dalle fiere, dall’altro uomo, dalla donna. E quella paura, quei fenomeni rimarranno miti per sempre.</p>
<p>Il mito, la fiaba ci aiutano a comprendere cosa sia <em>psicologicamente </em>l’archetipo: mai l’umanità ha mancato di immagini potenti, apportatrici di magica protezione contro la perturbante realtà delle profondità psichiche. Ogni volta che l’uomo ha riflettuto su queste immagini l’ha fatto con la ragione,cioè con la somma delle sue prevenzioni e miopie. Occorre invece ricostruire la dimora spirituale nella quale l’intelletto è detronizzato e  si possa manifestare la presenza numinosa.</p>
<p>Il calderone di quelle immagini archetipiche è l’inconscio collettivo:&lt;&lt; L’inconscio collettivo non è affatto un sistema personale incapsulato, è oggettività ampia come il mondo, aperta al mondo. Io vi sono l’oggetto di tutti i soggetti, nel più pieno rovesciamento della mia coscienza abituale, dove io sono sempre soggetto che “ha” oggetti; là mi trovo talmente e direttamente collegato con il mondo intero che dimentico (anche troppo facilmente) chi io sia in realtà.&gt;&gt; (ivi, p.20)</p>
<p>Ampia oggettività, a priori di conoscenza ma anche matrice di ogni esperienza che arriva a <em>possedere</em> il soggetto in un’avventura individuale (anzi, individuativa) ma insieme collettiva.</p>
<p>Di fronte alla potenza di queste immagini, il soggetto è posseduto perché si è messo nella posizione del lasciarle accadere, di osservarle e di dare loro un senso, provando così a trasformare quella sofferenza di fronte alla quale le sue scelte, le sue azioni, la sua volontà niente più possono.</p>
<p>La decisione cosciente, la responsabilità etica del soggetto è, appunto, nel non frapporre ostacoli, nel lasciar accadere, nel consentire l’emergere dell’emergenza.</p>
<p>&lt;&lt;In sostanza , l’emergenza si basa sulla nozione che all’interno di un certo tipo di sistema possano prendere vita fenomeni senza alcuno stato precursore che ne predica la comparsa<em>&gt;&gt; </em>(Hogenson G.B. 2004, p.46). Certo, e qui Hogenson lo dimostra, si può oggettivare l’emergenza di un fenomeno: questo non toglie nulla al carattere numinoso della sua apparizione e nemmeno alla sua natura di fenomeno, vale a dire di manifestazione di qualcosa di inconoscibile collocato altrove.</p>
<p>Oggettivare per osservare e conferire senso. La situazione analitica è questo: è pensiero su questa emergenza. Un pensiero, dunque una funzione razionale su un accadimento del tutto estraneo a qualsiasi razionalità. Sono queste le premesse teoriche e cliniche per la formazione del simbolo. E’ la funzione trascendente ad attivare tale trasformazione: è questo un processo contemporaneamente naturale/ spontaneo e provocato/ attivato dall’intervento dell’analista.</p>
<h3>Il possibile</h3>
<p>L’oggetto reale (diciamo così) ha costellato complessi, per la composizione dei quali occorre avviare – insieme all’analista &#8211; il viaggio verso l’unità originaria dalla quale  quello stesso oggetto ha preso forma in un’immagine.</p>
<p>E’ a questo impianto che bisogna continuamente far riferimento sul piano teorico e sul piano clinico.Ed è per questa ragione che persino una distinzione così orientata sull’oggetto, quale quella tra tipo estroverso e introverso, risulta parziale e incomprensibile se non si aggancia alla dimensione cosciente la funzione compensatrice di quella  inconscia. La differenza sostanziale, dice Jung, nell’un caso e nell’altro, è nella natura dei termini di paragone:</p>
<p><em>&lt;&lt;</em>L’oggetto è un’entità di indubbia potenza, mentre l’Io è qualche cosa di assai limitato e di assai labile. Le cose starebbero diversamente se di fronte all’oggetto si presentasse il Sé. Il Sé e il mondo sono entità tra loro commensurabili, perciò un’impostazione introversa normale ha altrettanto ragion d’essere e altrettanta validità di una normale impostazione estroversa.&gt;&gt; (Jung C.G. 1936, p.452) L’Io sta al Sé come l’oggetto sta al mondo: alla tensione dell’Io corrisponde la tensione dell’oggetto, se e  quando si voglia conferire senso e trasformare la sofferenza psichica portata in analisi.</p>
<p>Non c’è, mi sembra,solo un Io cosciente che <em>intenziona</em> l’oggetto, che dunque non è intenzionato, ma semmai <em>intenzionante.</em>L’oggetto junghiano è reale perchè agisce, perché ci mettiamo nella condizione di favorire quell’azione, tornando all’unità originaria della psiche, sfondo di tutte le figure di esperienza e conoscenza.</p>
<p>L’oggetto junghiano è questo sfondo, l’infinita cornice, l’area senza perimetro di tutte le possibilità.</p>
<p>Dunque, il possibile.</p>
<hr />
<p><strong>Note</strong></p>
<ul>
<li>1.Nel 1920, in <em>Al di là del principio del piacere</em>, Freud concesse all’aggressività lo statuto di pulsione autonoma nella forma di impulso di morte, contrapposta alla pulsione libidica.</li>
<li>2.“La fantasia è (prima di tutto) il corollario mentale, il rappresentante psichico della pulsione. Non esiste pulsione, non esistono né bisogno né reazione pulsionale che non siano vissuti come fantasia inconscia” S.Isaacs (1943), <em>The Nature and Function of Phantasy, </em>cit. in J.Kristeva(2000), <em>Melanie Klein, </em>Donzelli Ed, Roma 2006, pp.153-154.</li>
<li>3.Il termine fase non va inteso in senso evolutivo, ma ontologico. La proiezione all’esterno dell’oggetto cattivo interno e la conseguente ansia persecutoria sono esperienze del bambino e possibili e patologici modi d’essere dell’adulto.</li>
<li>4.Il richiamo è all’impianto epistemologico costruito da Kuhn ne <em>La struttura delle rivoluzioni scientifiche</em>. Nel caso in questione sarebbe meglio, però, parlare, con Bachelard, di <em>coupure épistemologique.</em></li>
<li>5.Non si tratta, purtroppo, di una mia intuizione.Il rapporto tra Kant e Jung è stato ampiamente e autorevolmente studiato e dimostrato. Oltre che riconosciuto dallo stesso Jung.</li>
<li>6.Sarà il pensiero filosofico successivo a Kant che, non reggendo l’angoscia dell’inconoscibile, lo chiamerà Spirito Assoluto. Ma questa è un’altra storia.</li>
<li>7.Al fine di individuare forme a priori ordinatrici (come la categorie kantiane) nel rapporto tra mondo psichico e realtà, Jung sviluppa la teoria degli archetipi.</li>
<li>8.Tra oggetto e soggetto, tra universo individuale e collettivo, alla fine tra conscio e inconscio.</li>
<li>9.J.Dehing parla in questo caso di coscienza non discriminante</li>
<li>10.Si potrebbe definire un’entelechia, ciò che ha in sé il suo fine. O, per dirla con Jung, una <em>possibilità</em> di fine.</li>
<li>11.Ecco un’altra e forse più esauriente spiegazione della questione proiezione e oggetto esterno/interno.</li>
</ul>
<hr />
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ul>
<li>AA.VV., <em>La Psiche oggettiva e l’equazione personale dell’analista: un bilemma junghiano</em>, X Convegno CIPA, Vivarium 2000.</li>
<li>AA.VV., <em>Processi archetipici e livelli di coscienza</em>, in “Studi Junghiani”, 2005, n.22.</li>
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