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	<title>Luigi Aversa, Autore presso Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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	<description>a cura del CIPA Roma</description>
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	<title>Luigi Aversa, Autore presso Quaderni di Cultura Junghiana</title>
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		<title>&#8230;Attraverso il cuore&#8230; ricordando la mitezza di Eugenio Borgna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Aversa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Feb 2025 08:57:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2024 Nuova Serie Numero 5]]></category>
		<category><![CDATA[Monografia Franco Basaglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 4 dicembre scorso, nel 2024, è mancato improvvisamente Eugenio Borgna, grande studioso e grande nome della psichiatria italiana, di quella psichiatria che si è sempre rifiutata di considerare la follia esclusivamente una malattia, uno stigma, ma che ha sempre, pur essendo un grande clinico, capito il senso profondo della diagnosi contrariamente all’imperversare dei vari manuali DSM, ecc. ecc.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 4 dicembre scorso, nel 2024, è mancato improvvisamente Eugenio Borgna, grande studioso e grande nome della psichiatria italiana, di quella psichiatria che si è sempre rifiutata di considerare la follia esclusivamente una malattia, uno stigma, ma che ha sempre, pur essendo un grande clinico, capito il senso profondo della diagnosi contrariamente all’imperversare dei vari manuali DSM, ecc. ecc. Il senso etimologico del termine diagnosi, dal greco <em>dia-gnosis</em>, infatti vuol dire conoscenza-attraverso. La follia non è solo malattia, etichetta, ma anche un’altra possibile espressione della Psiche, che in quanto <em>psichè</em>, soffio appunto, come dicevano i Greci, attraversa la storia dell’uomo nella sua esistenza.</p>
<p>Questa è stata la lezione che Eugenio Borgna ha espresso e tuttora ci lascia con le sue opere e con la sua esperienza clinica svolta nel manicomio di Novara, di cui fu a lungo primario.</p>
<p>Avendo personalmente avuto con lui un lungo dialogo nell’arco di circa quarant’anni, ho visto il suo discorso snodarsi attraverso le sue numerose opere pubblicate dalle più illustri case editrici. La sua esperienza clinica e fenomenologica ha attraversato concetti come l’empatia, “l’ascolto gentile”, la “mitezza”, la “malinconia”, il “senso tragico di chi si suicida”, come recitano i titoli dei suoi libri, dando alla “parola gentile” un potere salvifico.</p>
<p>Nello spazio della memoria mi piace ricordare, molti anni fa, di aver invitato Eugenio Borgna al CIPA dove, in una mattina limpida di un sabato invernale, tenne una bellissima conferenza clinica sulla psicosi e alla domanda che gli rivolse un collega sulla pericolosità aggressiva di alcuni pazienti gravemente psicotici, così rispose: «Nella mia lunga carriera non ricordo di essere mai stato aggredito».</p>
<p>Risposta in linea con la sua visione clinica “mite e gentile”.</p>
<p>Mi piace concludere riflettendo sul titolo del suo ultimo libro scritto a quasi 94 anni, poco prima di morire, <em>In ascolto del silenzio</em>, qualcosa che nell’attuale clamore drammatico del mondo è assolutamente assente.</p>
<p>Quel silenzio che ha quasi del cosmico e del religioso perché è estrema attenzione del mistero della vita.</p>
<p>Quel silenzio senza la cui voce ogni cosa perde il senso che la potenza della vita esprime in ogni forma in cui appare e scompare continuamente.</p>
<hr />
<p><em>La Redazione desidera dedicare questo fascicolo a Eugenio Borgna, esimio psichiatra e bellissima persona, fra gli ultimi testimoni di quella generazione che ha introdotto in Italia la psichiatria fenomenologica. Avevamo l’onore di avere il professor Borgna tra i membri del Comitato Scientifico della Rivista.</em></p>
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		<title>L’ascolto gentile: Luigi Aversa in dialogo con Eugenio Borgna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Aversa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jan 2018 14:42:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2018 Nuova Serie Numero 0]]></category>
		<category><![CDATA[Invito alla Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Borgna]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Aversa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luigi Aversa Prof. Borgna parto dal titolo di uno dei suoi ultimi libri L’ascolto gentile e mi soffermo soprattutto sull’aggettivo ‘gentile’. In senso fenomenologico un ascolto è gentile quando è capace di cogliere quelle sfumature dell’esistenza che si avvicinano il più possibile a quella sottile faglia che è la percezione. Nell’attuale epoca in cui la&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it/lascolto-gentile-luigi-aversa-in-dialogo-con-eugenio-borgna/">L’ascolto gentile: Luigi Aversa in dialogo con Eugenio Borgna</a> proviene da <a href="https://quadernidiculturajunghiana.it">Quaderni di Cultura Junghiana</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Luigi Aversa</h4>
<p>Prof. Borgna parto dal titolo di uno dei suoi ultimi libri <em>L’ascolto gentile </em>e mi soffermo soprattutto sull’aggettivo ‘gentile’. In senso fenomenologico un ascolto è gentile quando è capace di cogliere quelle sfumature dell’esistenza che si avvicinano il più possibile a quella sottile faglia che è la percezione. Nell’attuale epoca in cui la cultura psichiatrica è ossessionata dal desiderio, quasi compulsivo, di etichettare la psiche, le chiedo: È possibile mantenere vivo un ascolto ‘gentile?</p>
<h4>Eugenio Borgna</h4>
<p>Ci sono parole che sopravvivono al trascorrere del tempo e delle mode, e fra queste la gentilezza che è fonte di infinite declinazioni semantiche. La gentilezza è un modo di prendersi cura di chi, stando male, ha bisogno almeno di una parola e di un gesto che rendano meno dolorosa la solitudine. Non c’è cura, cura dell’anima e cura del corpo, se non è accompagnata dalla gentilezza che, oggi ancora più che nel passato, è necessaria a farci incontrare gli uni con gli altri uno psichiatra con i suoi pazienti in particolare – nell’ascolto e nell’attenzione, nel rispetto e nella solidarietà. Non c’è gentilezza che non nasca dal cuore della interiorità, della soggettività, e dalla consapevolezza che siamo tutti chiamati a un comune destino di dignità, e di solidarietà. Ma, queste parole, non sembrano oggi venire da un altro mondo, dal mondo della utopia e della nostalgia? Sì – come lei si chiede – è ancora possibile che uno psichiatra ascolti i suoi pazienti con una gentilezza, che richiede fra l’altro molto tempo, in un’epoca divorata dal desiderio di imprigionare la vita psichica in tempi sempre più rapidi, e in etichette svuotate di interiorità? Non dovrebbe essere così in una legislazione che, come quella italiana grazie alla legge 180, consentirebbe di fare la migliore delle psichiatrie possibili; ma la mia esperienza mi dice che sono poche le psichiatrie universitarie e ospedaliere italiane nelle quali l’ascolto nella gentilezza sia considerato come <em>conditio sine qua non </em>della terapia. Ci sono nondimeno alcune aree territoriali nelle quali il retaggio teorico e pratico, lasciato da Franco Basaglia, continua ad essere operante, e l’ascolto gentile sopravvive nella sua fragile ragione d’essere.</p>
<h4>Luigi Aversa</h4>
<p>In una recente intervista data al giornale <em>La Repubblica</em>, alla domanda dell’intervistatore su cosa pensasse della professione psichiatrica, lei ha risposto che riteneva il termine professione, per quanto riguardava lo psichiatra, un po’ inopportuno, alludendo così a una non possibile divisione netta tra ‘professione’ e ‘esistenza’ in un campo che riguarda il rapporto con l’esperienza più oscura dell’uomo che chiamiamo follia. Questo aspetto è ben contemplato dal pensiero psicoanalitico che non a caso prescrive il lavoro sulla personalità dello psicoterapeuta (analisi personale). Cosa pensa di questa dimensione della soggettività in questa epoca culturale dominata prevalentemente dal principio economico-tecnico che esaspera quella dimensione della coscienza umana che già Pierre Janet definiva ‘automatismo’?</p>
<h4>Eugenio Borgna</h4>
<p>Non posso, anche in questo caso, non concordare con le riflessioni che animano la sua seconda domanda. Sia negli anni, in cui ho lavorato nella Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Milano sia in quelli, molto più problematici, nel manicomio di Novara, e in particolare in quelli in cui ne sono stato il Direttore, non mi è stato possibile considerare l’essere psichiatra come una professione che nell’incontro con la follia – davvero la più oscura esperienza umana – si svolga al di fuori di un continuo ascolto delle proprie risonanze emozionali, delle proprie emozioni, della propria partecipazione alla tristezza e alle angosce, alle sofferenze, dei pazienti. Certo, seguire il misterioso cammino, che porta agli abissi della nostra interiorità, non è facile, e forse non è facile soprattutto se non si sia fatta una analisi personale; ma vorrei ricordare che Karl Jaspers ha creato, con la psicopatologia fenomenologica, le premesse metodologiche ed epistemologiche alla fondazione di una psichiatria della soggettività e della intersoggettività; andando radicalmente al di là delle concezioni naturalistiche che, dominanti nell’Ottocento, facevano della psichiatria una encefalo-iatria. Le malattie psichiche venivano, di conseguenza, considerate malattie cerebrali <em>tout court</em>, come oggi ancora avviene, con la conseguente reificazione delle relazioni interpersonali fra paziente e psichiatra.</p>
<h4>Luigi Aversa</h4>
<p>Vorrei proporre alla sua attenzione una riflessione psico-antropologica sul problema dell’ultimo D.S.M. Lei sa che dalla prima edizione all’ultima le voci diagnostiche si sono moltiplicate in modo esponenziale e su questa modalità si sono ormai formate, purtroppo, almeno tre generazioni di psichiatri che ragionano unicamente in termini di protocolli. Non le sembra invece che il fenomeno dell’etichettamento diagnostico reprima l’essenza più profonda della psiche che, come i greci sapevano, era un ‘soffio’ e quindi non oggettivabile. La psiche quindi si sottrae alla pretesa di oggettivazione del D.S.M., moltiplicandosi all’infinito e quindi rendendo vana ed inutilizzabile l’etichetta diagnostca? Non le sembra che l’attuale psichiatria, ingenuamente inseguendo il mito esasperato dell’oggettività, rischi di perdere quell’aspetto esistenziale e profondo dell’umano che è soprattutto esperienza della soggettività?</p>
<h4>Eugenio Borgna</h4>
<p>Sì, l’attuale psichiatria, adeguandosi al mito esasperato della oggettività, non può se non lacerare quell’aspetto esistenziale e profondo dell’umano che si rispecchia nella esperienza della soggettività. Nella quinta edizione del DSM, del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, che nel 2004 è stato pubblicato in Italia da Raffaello Cortina, le diagnosi, che sono più di quattrocento, sono indirizzate ai sintomi esteriori della sofferenza psichica, non occupandosi della interpretazione della soggettività dei pazienti, che si hanno di fronte. Di inflazione diagnostica ha parlato nel suo libro <em>Primo, non curare chi è normale. Contro l’invenzione delle malattie </em>Allen Frances, lo psichiatra che ha guidato la <em>task force</em>, che ha pubblicato il DSM-IV, contestando oggi radicalmente i paradigmi diagnostici, e la medicalizzazione della normalità, del DSM-V. Il manuale si uniforma alla tendenza oggi dominante: quella di escludere l’interiorità dalle scelte che si fanno, di proporre modelli di conoscenza rivolti alla esteriorità, alle apparenze delle cose, e in fondo di indicare soluzioni prefabbricate: senza perdere tempo nella ricerca dei significati che si nascondono nei sintomi della sofferenza psichica. Alla diagnosi si giunge allora, <em>non </em>ascoltando i pazienti, e <em>non </em>ricercando quali ne siano le esperienze soggettive, <em>ma </em>osservando freddamente i loro comportamenti.</p>
<h4>Luigi Aversa</h4>
<p>Vorrei rivolgerle un’ultima domanda relativa al cognitivismo, teoria oggi dominante nell’attuale cultura psichiatrica. Il cognitivismo propone, unicamente ed in modo esasperato, il concetto di adattamento trascurando totalmente quello che il pensiero psicoanalitico – attraverso Carl Gustav Jung – definiva ‘individuazione’ ed in più sostiene che la terapia psicoanalitica è troppo lunga mentre la terapia cognitiva prevede tempi brevi. Non le sembra che il concetto di ‘previsione’ per quanto riguarda quell’esperienza che chiamiamo disturbo psichico sia nella migliore delle ipotesi espressione ingenua e nella peggiore delle ipotesi espressione della ùbris della tecnica e sostanzialmente un atteggiamento non autentico e quindi fraudolento? E come un atteggiamento non autentico può essere terapeutico? Le chiederei una riflessione a tal proposito.</p>
<h4>Eugenio Borgna</h4>
<p>Sono fino in fondo d’accordo con lei anche a proposito delle sue considerazioni sul tema della teoria e della prassi realizzate dal cognitivismo: al di fuori di ogni valutazione della interiorità, della soggettività, della persona che sta male, e chiede aiuto. Il criterio del tempo di durata della terapia non ha ovviamente alcuna importanza nell’area di problematiche psicologiche e umane così complesse, e così variabili, come sono quelle correlate con la sofferenza psichica, neurotica, o psicotica. Non diverso è il mio giudizio sul concetto di previsione in psicoterapia: condizionato da molteplici fattori interpersonali e ambientali che si modificano sulla scia di avvenimenti interiori ed esteriori contingenti. Il concetto di adattamento non coglie se non <em>un </em>aspetto della vita psichica, e non il più importante, escludendo gli altri infiniti aspetti della vita interiore, e della relazione dialogica fra chi cura, e chi è curato. Il pensiero psicoanalitico mi sembra indispensabile alla conoscenza delle proprie esperienze interiori, e di quelle altrui, quando si abbia a che fare con la conoscenza della propria storia della vita, e di quella neurotica. Se questa è invece psicotica, direi che le conoscenze, alle quali giunge la fenomenologia, che è passione delle differenze, si possano considerare ugualmente significative.<br />
Le sono infinitamente grato, prof. Luigi Aversa, delle sue profonde, bellissime domande.</p>
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		<title>Trasmettere: l’ossessione e la libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Aversa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jan 2013 17:51:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2013 Numero 2]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Aversa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se l’essere è strettamente connesso al tempo, come recita il titolo di una fondamentale opera di M.Heidegger, allora ri- flettere sull’essere umano non può non essere congiunto al ri- flettere sul tempo umano e sulle sue figure, su quelle con-figurazioni cioè che il tempo nel suo fluire, assume di volta in volta in quello spazio&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se l’essere è strettamente connesso al tempo, come recita il titolo di una fondamentale opera di M.Heidegger, allora ri- flettere sull’essere umano non può non essere congiunto al ri- flettere sul tempo umano e sulle sue figure, su quelle con-figurazioni cioè che il tempo nel suo fluire, assume di volta in volta in quello spazio misterico dove “accade” tutto ciò che aggettiviamo come “umano” e cioè : la coscienza.</p>
<p>Non a caso, infatti, il tempo, come ci insegna la fenomenologia, è uno degli aspetti costitutivi della coscienza, è in essa che diventa appunto”tempo vissuto”.</p>
<p>Il discorso psicologico è denso, è impregnato nelle figure del tempo evocate dal linguaggio della Psiche: anamnesi, prognosi, amnesia, ricordo, memoria, oblio, sono tutte figure del tempo e del suo dispiegarsi nella coscienza umana.</p>
<p>Il pensiero psicoanalitico ha da sempre assegnato al ‘ricordo’ una valenza forte, a partire da S. Freud, che assegna alla psiche dell’individuo il destino di ‘ricordare, ripetere ed elaborare’.</p>
<p>Sulla scia di Freud, anche Jung assegna alla memoria importanza fondamentale, cogliendone addirittura la valenza collettiva ed archetipica.</p>
<p>Ma cosa si tramanda? Cosa rimane attraverso la memoria delle generazioni? E fino a quando?</p>
<p>Queste domande dal punto di vista psicologico aprono su quello sfondo dell’esperienza temporale della coscienza che, direbbe Jung, è antinomico, ovvero continuamente oscillante, come del resto già acutamente coglieva Agostino, che affermava sapere del tempo ma di non essere certo di tale sapere allorquando doveva esattamente definire cosa è il tempo.</p>
<p>Il tempo dunque sfugge ad una definizione certa e sottrae sé stesso ad un ricordo assoluto aprendo la possibilità al suo dileguarsi nell’oblio.</p>
<p>Ma allora cosa si tramanda? Non c’è il rischio che senza questa ‘zona incerta’, ‘discontinua’, senza questa ‘pausa’, ciò che definiamo ricordo divenga invece ‘ossessione’?</p>
<p>L’inconscio infatti esige che si tramandi, oltre che la continuità del ricordo anche quel ‘dis-continuo’, quella ‘pausa vuota’ che è ‘varco’, ‘possibilità’, libertà anche di lasciarsi andare e, come direbbe P.Ricoeur consegnarsi all’Oblio.</p>
<p>Solo aprendosi infatti anche alla possibilità dell’oblio, si badi bene non della rimozione, si tramanda l’aspetto più importante dell’uomo: la possibilità della sua libertà (W.Bion direbbe senza memoria e senza desiderio).</p>
<p>Concluderei con un breve spunto clinico da consegnare alla riflessione.</p>
<p>Un uomo, nelle prime sedute d’analisi, racconta che durante la sua adolescenza ha fatto un sogno il cui contenuto non ha mai ricordato (lo ha rimosso), ma appena svegliatosi, madido di sudore ed in preda ad una grande agitazione, ricorda una frase che gli è da sempre rimasta impressa nella mente nonostante siano passati oltre quaranta anni. Questa frase, a mo’ di comandamento, è : ‘devi farti prete’.</p>
<p>Nel corso dell’analisi abbiamo concordemente ipotizzato e ricostruito che la frase fosse in relazione ai contenuti rimossi del sogno, probabilmente riferiti alla figura materna e quindi di tipo incestuoso, troppo angoscianti per la coscienza e per questo rimossi.</p>
<p>Quest’uomo normalmente sposato, ha comunque sempre avuto un vissuto insicuro della propria sessualità e ha sempre temuto di poter essere omosessuale, nel contempo ha inglobato in questi suoi timori anche il suo unico figlio temendo in modo vago che anche lui potesse avere ‘qualche problema’. In effetti al ragazzo è stata diagnosticata una sindrome che comporta un grave deficit sessuale con totale azoospermia.</p>
<p>Cosa tramandiamo dunque?</p>
<p>È forse vero, come dice Jung, che i figli in gran parte, esprimono ed incarnano gli aspetti inconsci non elaborati dai genitori? E che, oltre alla capacità di ricordare bisogna trasmettere la possibilità di interrompere, di uscire dalla continuità della  propria storia? Solo così, forse, è possibile che la storia divenga memoria e anche possibilità dell’oblio e non necessariamente ripetizione ossessiva e, a volte, tragico destino.</p>
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